E mo' voliamo, e nessuno ci ferma più
“Per comandare, per essere un capo, devi avere paura, ogni giorno della tua vita, in ogni momento. Per vincerla, per capire che ce la puoi fare. Se la paura ti lascia vivere o, invece, avvelena tutto. Se non provi paura vuol dire che non vali più un cazzo, che nessuno ha più interesse ad ammazzarti, ad avvicinarti, a prenderti quello che ti appartiene e che tu, a tua volta, hai preso a qualcun altro”.
La natura umana che Saviano racconta è amorale e contraddittoria, contiene una spaventosa violenza e una lieve meraviglia. I personaggi del romanzo, giovanissimi “guerrieri” di un gruppo di fuoco della camorra, condannati all'odio e alla distruzione nella lotta tra i rioni di Napoli e il territorio del potere criminale, non sono bestie, non hanno solo ferinità animale, sono amici, infantili e ingenui, hanno sogni e ideali, ma diventano impietosi assassini, manipolati in un contesto che li conduce alle pulsioni elementari, oltre la soglia del riconoscimento sociale, in un'alleanza tra fede e maledizione. Il mondo che Nicolas e i compagni della paranza abitano è formato e inventato da leggi e conoscenze ignote e inesplorate che trasformano il potere individuale in sonno della ragione, in una disumanizzazione dello spazio condiviso. E' la mitologia del crimine, della potenza oscura del delitto, dell'affermazione di sé come organismi capaci di imporre terrore e paura alla realtà che vogliono dominare. Sono maggiormente interessanti le pagine non sotto o dietro il testo, dove le parole si fanno cronaca dei tratti più duri e crudi (presenti già dalla cronaca giudiziaria reale), ma dentro il testo, dove avviene invece la registrazione e descrizione di un magma antropologico che è interazione, conversazione, assimilazione, differenza, persino narrazione dello spirito: dove cioè emergono fisionomie inquiete e indomabili, che seguono una luce così ingannevole da risultare accecante pur di consolidare una propria indiscutibile identità, intorno e grazie alla quale salire al vertice è una discesa infera. Saviano sceglie quindi la semplicità espressiva, colorata da un dialetto evoluto e trasparente, tra Forcella e Sanità, per condurci a osservare l'altro lato dell'illecito e della sopraffazione, quel sentire primordiale che ha un sapore tribale e persino rituale: le stese nelle piazze, gli AK 47, i soldi, la droga, il covo, il privé nel locale di moda, i super ricchi, le marche di vestiti e scarpe, gli exempla e le figure di culto del sistema mediatico, le umiliazioni corporali, le oscenità familiari, le vendette, in un termine, la sovrapposizione e commistione tra il sistema legale e quello criminale dentro un continente anomalo, non etichettabile, non interpretabile, privo di orientamento e senso. Hanno un furore interno questi ragazzi e bambini, a dieci anni spaccano la pelle in quel fuori che è dentro, diventando coscientemente assassini, regolari innocenti nella colpa di produrre morte, in un talento antico per il sangue; a quel punto, scrive Saviano, il carcere diviene salvezza, e uccidere uno strumento per sentire l'appartenenza a sé o qualcosa di più (la paranza), per questa testarda e disperata illusione, per negare il timore insito nella consapevolezza che nessuno di noi appartiene interamente a se stesso, nemmeno nel corpo. L'unica luce che illumina una prospettiva è che dietro a ogni frammento di questa storia c'è sempre una scelta.
“Pensavano ai portafogli smunti dei genitori che faticavano tutto il giorno, che si dannavano con lavori e lavoretti spezzandosi la schiena, e sentivano di aver capito come si sta al mondo più assai di loro. Di essere più saggi, più adulti. Si sentivano più uomini dei propri padri”.