Due considerazioni. Una sul libro, una a partire dal libro.
1 "Ultima neve" è la storia di due uomini che lavorano in un impianto di skylift. Arno Camenish non fa altro che riprendere le loro giornate, ogni capitolo ne è una, dove non succede assolutamente nulla. Ogni tanto arriva qualche turista, ogni tanto c'è da riparare qualcosa qua e là. Per lo più, i due uomini aspettano e fanno due chiacchere. Spesso raccontano aneddoti della loro giovinezza o di qualche loro conoscente. Come quello che era morto due volte, o come quella volta che un cane tornò a casa con la lepre di un altro. Insomma, nulla di che. Si passa il tempo.
Il linguaggio stesso che usa Camenish è il più semplice possibile e il meno letterario possibile. Innanzitutto, il testo è fatto quasi unicamente di dialoghi, con brevissime descrizioni o azioni. La descrizione dell'atmosfera è lasciata emergere dalle parole dei due uomini. Inoltre, anche stilisticamente, non vi è alcun segno di interpunzione fra i dialoghi. Non vi è un a capo. Sono come lampi. O, meglio, come lucidissime perle di una collana.
Camenisch da una parte imbastisce tutta una semplicità di struttura e di lingua, ma dall'altra ciò su cui vuole puntare è far emergere il tempo e l'attesa. In tutto il libro, e in modo esplicito nell'ultimo capitolo, ciò che rieccheggia è una specie di "Aspettando Godot" in salsa realistica. E' l'attesa e la fine. Il tempo che scorre. La neve che non è più quella di un tempo e il tempo della nostalgia e dei ricordi. Il finale, con la nebbia che piano piano sommerge tutta la valle, l'orologio rotto che non segna più il tempo, è quasi troppo esplicito per essere unicamente una metafora.
Ma, se molti dei discorsi possono essere visti come apertura verso temi più generali, quello che mi importa sottolineare è come quei discorsi siano discorsi che sono quotidiani. Che, cioè, Camenish non imbastisce discorsi dal sapore filosofico o che. Ma semplicemente, leggendo i discorsi di questi due montanari, con la loro lingua semplice e schietta, si percepisce qualcosa oltre. Come se la vendita da un giorno all'altro della taverna di montagna nascondesse, in realtà, un qualcosa di ben più universale. Come se tutte le loro storie non fossero altro che variazioni sullo stesso tema di nostalgia e tempo che scorre. E questi discorsi lo sono e al contempo non lo sono. Non lo sono perché sono semplicemente i ricordi e i racconti che 'sti due si fanno per passare il tempo. E lo sono perché nel momento in cui Camenisch li scrive e li struttura all'interno del romanzo assumono un significato intrinseco ulteriore.
Che è un po' il meccanismo che sta alla base della letteratura del quotidiano, no?
2 C'è tutta una letteratura che fa del piccolo, del quotidiano la propria essenza. Partendo da Carver e Haruf, pare che ci sia quasi una corsa a cercare di raccontare la storia più piccola, più qualsiasi possibile. Raggiungere il grado zero della vita.
Da una parte c'è sicuramente tutta un'idea della poesia del quotidiano, che il piccolo gesto sia, cioè, carico di tutta la bellezza e grandezza e poesia che di norma la letteratura ha sempre attribuito al grande gesto. E', insomma, un cercare di mostrare come ogni vita sia degna di essere raccontata.
Dall'altra - e "Ultima neve" lo mostra bene - è anche un tentativo di dare una forma e un senso alla realtà più quotidiana. Attraverso la selezione e l'organizzazione, infatti, degli eventi e della storia si dà una forma più o meno chiusa alla vita. Una vita quotidiana, non quella del grande gesto, ma quella in cui è facile rispecchiarsi. Dando una forma alla più minima delle vite è allora possibile dare una forma e un senso alla vita in sé. E questo passa attraverso un doppio processo: il primo è quello dello scrittore, che appunto seleziona e organizza; il secondo è lo sguardo del lettore che organizza a sua volta e cerca un senso e un oltre in quel fatto piccolo, insignificante, quotidiano per il semplice fatto che è scritto. Prendiamo i discorsi dei due uomini di "Ultima neve": sono discorsi quotidiani, nulla di troppo differente da quello che sentiremmo in qualsiasi bar, o che magari facciamo anche noi a lavoro. Eppure, non ci sogniamo nemmeno lontanamente di vederci nulla di poetico o profondo o che so io. Eppure, nel momento in cui lo andiamo a leggere, scorgiamo qualcosa dietro questi discorsi, come un iceberg. La differenza è quel processo che è la letteratura.