Non è il miglior Pirandello: la narrazione è a tratti lenta, stenta a decollare, l'azione è poca, e un riassunto stringato della trama potrebbe far apparire il romanzo come un'operetta melodrammatica da niente. Ma è comunque e pur sempre Pirandello, ed è un romanzo comunque innovativo e pieno di valore.
I grandi temi pirandelliani ci sono tutti: l'identità, le maschere, l'alienazione dalla vita. E c'è anche, sì, il tema della macchina che già in quegli anni sembra iniziare a voler soppiantare l'uomo, e una critica al cinema d'intrattenimento. Ma non è questo il tema fulcro del romanzo, a mio avviso (né il cinema viene criticato nella sua interezza). Serafino Gubbio, operatore, uomo che sul lavoro si limita a "girare la manovella", non è scelto, secondo me, come simbolo dell'alienazione che la macchina e il cinema rischiano di portare all'uomo. Sono il suo lavoro e la sua macchinetta che servono da metafora, per parlare dell'alienazione dalla vita che l'uomo porta su di sé ogni giorno, da solo. Non è la trama a servire da pretesto per raccontare il mondo del cinema e i suoi meccanismi, è l'ambientazione cinematografica che serve a portare alla luce il grottesco, il drammatico e il patetico che gli uomini vivono ogni giorno, sulla scena della vita e non sul palcoscenico o dietro lo schermo.
Serafino Gubbio, sul lavoro, è impassibile, osservatore esterno e obiettivo di quanto si svolge sulla scena; lui registra ogni cosa sulla pellicola manovrando la sua macchinetta ma senza contribuire in alcun modo allo svolgimento e alla riuscita della scena stessa. Pretende di essere altrettanto impassibile anche nella vita, nei Quaderni in cui in più riprese proclama la propria estraneità ai fatti e la sua obiettività nel raccontarli. Lui, che nell'animo è intellettuale e artista, che pensa e riflette, che scruta gli altri e che è convinto di comprenderli a fondo e di vederli com'essi vedono se stessi, è convinto di essere per questo condannato a restarne fuori, dalla vita, e sono più i momenti in cui sembra andarne fiero, che quelli in cui se ne dispiace.
Ma è poi davvero così estraneo ai fatti, e così oggettivo? Sottosotto, a ben vedere, no, non lo è.
Varia ci viene presentata da Serafino in modo tale da giustificarne i comportamenti prima ancora che tali comportamenti ci vengano illustrati; Aldo Nuti è descritto con termini non solo mai generosi, ma neanche obiettivi; Duccella e Luisetta non sono sovrapposte solo nel delirio momentaneo del Nuti, ma da Serafino stesso; e commenti del genere possono applicarsi anche per tutti gli altri personaggi. Sì, Serafino mostra una grande capacità di entrare nella mente degli altri, ma il suo è un diario e la lente deformante delle proprie emozioni è sempre presente. Inoltre... non è solo agendo che si interviene a modificare una situazione (e in alcuni casi Serafino, comunque, agisce), ma anche con le parole e soprattutto con le omissioni... Siamo davvero sicuri che Serafino sia un narratore obiettivo e affidabile? Che non ci taccia nulla, che non sia intervenuto in alcun modo nelle vicende (nelle quali è senza dubbio emotivamente coinvolto)? Chissà...
Sì, la critica alla macchina e al cinema ci sono. Ma il tema dell'identità, la psicologia dei personaggi, i meccanismi contorti delle relazioni tra le persone, il contrasto tra la pretesa di obiettività di Serafino e il suo coinvolgimento emotivo, l'alienazione dalla vita contro l'immersione in essa... Questi sono, a mio avviso, i veri punti di forza del romanzo.
Serafino passa dall'obiettività al pieno coinvolgimento emotivo per poi tornare nuovamente ad alienarsi dal mondo. Ma cos'è che lo aliena nuovamente? La delusione che gli atteggiamenti e le vite di chi gli sta intorno provocano in lui. A conti fatti, insomma, ad alienarlo dalla vita è proprio la sua immersione in essa.