Una lettura un po' apocalittica della deriva "fringe" dell'arte contemporanea, che interpreta la progressiva dissoluzione e al contempo espansione dei confini statutari e tipologici dell'opera d'arte come perdita della possibilità stessa di produrre o riconoscere opere d'arte. Perniola, traendo esempi dalle Biennali d'Arte di Venezia 2013 e 2015, esprime dubbi sulla persistenza dell'artista in una società in cui chiunque può assurgere a quello status; sulla significatività di opere smaterializzate o, quando dotate di consistenza materiale, difficilmente restaurabili; sulla credibilità di un sistema che tutto fagocita e lascia volentieri ad ogni soggetto di vestire a piacimento quel consolatorio e innocuo ruolo di outsider che lo status di artista garantisce.