"Quand’è che imparerò a comportarmi come una pecora nel gregge? Bisogna sapersi accontentare"
Franz Werfel nasce a Praga nel 1890. È rivoluzionario pacifista durante la prima guerra mondiale, viene espulso dall’Accademia prussiana perché ebreo nei primi anni Trenta, mentre i suoi libri in Germania vengono bruciati. Perseguitato dalla Gestapo, Werfel fugge prima a Parigi e poi a New York, dove nel 1941 pubblica “Una scrittura femminile azzurro pallido”, che rappresenta una sorta di congedo dal mondo europeo di quel tempo. Non ci stupisce quindi trovare in questo romanzo un richiamo al problema ebraico e una critica alla meschinità di un certo modo di pensare.
Il protagonista del romanzo è spregevole; è falso, arrivista, misero, meschino, pieno di pregiudizi, razzista, oltre che mediocre e senza valore.
Nonostante i suoi limiti riesce a fare fortuna e ad arrivare a considerarsi a cinquant'anni un uomo "arrivato". Sa però di avere un sospeso con una ragazza ebrea da farsi perdonare, ma evita ogni contatto, preferisce non vedere, non sapere, non pensare.
Il passato però irrompe, implacabile, lasciandolo combattuto tra il senso del dovere, il desiderio di mantenere il suo stato privilegiato e il fastidio contro la ragazza e contro tutti gli ebrei, così inopportuni, privi di tatto e incapaci di non infastidire il prossimo.
Lui, codardo, vuole solo che le cose si sistemino, vuole solo "accontentarsi".
“Quand’è che imparerò a comportarmi come una pecora nel gregge? Bisogna sapersi accontentare.”
Il dramma è tutto qui: un uomo meschino e razzista, solo in apparenza meritevole, che si rifiuta di vedere la verità perché scomoda, che preferisce pensare che la sua rispettabilità ed il suo futuro siano messi a rischio da ebrei, seccanti e minacciosi, piuttosto che dalla propria mediocrità. Impossibile non notare il parallelo che Werfel riesce a creare con l'Austria, ipocrita, vecchia, piena di pregiudizi che di lì a breve dovrà fare i conti con il nazismo e le leggi razziali.
Che cosa ci vuole dire Werfel? Forse che l'uomo è incapace di cambiare, di migliorare sé stesso. Ciò che siamo siamo e difficilmente riusciamo a modificare gli aspetti negativi del nostro carattere (ahimè, riusciamo invece bene a peggiorare quelli positivi).
Il libro è scritto con uno stile raffinato, anche se a tratti un po’ di maniera, ma dettagliato e impeccabile, tipico della letteratura di quel periodo a Vienna. Molto interessante anche il monologo interiore del protagonista, che fa un bilancio dei propri errori presenti e passati, ponendosi nello stesso tempo come imputato e come accusatore.
Vince, ce lo aspettavamo, l'ipocrisia...