Ho sempre difficoltà a iniziare un nuovo libro a inizio anno. Forse per l’eco delle bellissime letture dell’anno appena concluso, forse per l’abbuffata di pagine divorate a dicembre, complice il tempo sospeso delle vacanze. Sta di fatto che scegliere “la prima lettura” è sempre complicato. Così ho deciso di ripartire da qualcosa di breve e da una scrittrice che per me è un porto sicuro: Irène Némirovsky. Con la sua scrittura mi sento un po’ a casa. E infatti non potevo sbagliare.
Ida è un racconto brevissimo, una sessantina di pagine, ma durissimo. Némirovsky ci mette davanti a una donna di sessant’anni, con un passato torbido e mai del tutto afferrabile, che da anni lavora come ballerina in un locale notturno. Fin dalle prime righe si avverte la sua stanchezza, una fatica che non è solo fisica ma esistenziale. Il racconto procede come un flusso di coscienza affannoso, quasi scritto a occhi chiusi, con una penna che sembra muoversi da sola, trascinata dall’inerzia dei pensieri.
La vecchiaia incombe, è lì, inevitabile, ma Ida non riesce ad accettarla. È prigioniera della propria immagine, della bellezza che l’ha definita per tutta la vita e che ora la sta abbandonando. Non c’è indulgenza nel modo in cui Némirovsky la racconta, ma nemmeno giudizio: solo uno sguardo lucidissimo e spietato su una donna che non sa chi essere senza il suo corpo, senza lo sguardo degli altri. Poche pagine bastano a Némirovsky per raccontare il tempo che passa, la paura di scomparire, la violenza silenziosa con cui ci si può sentire intrappolati in se stessi. Un racconto breve, ma che pesa moltissimo.