Penso che uno dei segni indiscutibili che indichino la bravura di un autore/un'autrice sia la sua capacità di fare apprezzare ai lettori aspetti (di contenuto o forma) che non hanno mai gradito. A me è successo, per la prima volta, con questo libro.
Quando ne fu annunciata l'uscita, lo misi subito in lista, colpita dalla sua sinossi che prometteva qualcosa di diverso e di spessore, e non mi sono sbagliata.
Ci troviamo di fronte a un libro particolare. La trama intreccia la vita, e soprattutto i sentimenti, di diversi personaggi: Dafne, studentessa fuori corso di medicina; Davide, laureato in ingegneria; Dante, manager quarantenne. Tutti accomunati da un punto: Christian, modello bellissimo e bipolare, che porta scompiglio nelle loro esistenze. Il tutto sullo sfondo dettagliato e vivido di Milano, che in questo libro diventa un'ulteriore protagonista, sempre presente, pulsante, frenetica. Capace di dare vita e di uccidere. Ed è proprio similmente a questa dualità milanese che viene anche rappresentato il pilastro portante del libro: la malattia psichica di Christian, il bipolarismo.
Garantisco che, quando sento dire che in un libro è presente una qualche forma di disagio psicologico, resto sempre molto scettica. Ho letto testi che hanno cercato d'inserire disturbi del genere e non ho mai trovato niente di convincente, salvo rare eccezioni. Come questa.
Il bipolarismo di Christian permea l'intero volume, ogni singola pagina. Il lettore vive nella sua mente per quasi tutto il tempo, risparmiando solo la narrazione del punto di vista di altri personaggi, e l'autrice riesce a rendere perfettamente l'inferno del passare dai momenti maniacali ai momenti depressivi. Un continuo rimbalzo che sbatte Christian fra i picchi dell'esaltazione e i crolli della depressione. Alcuni passaggi sono memorabili. Passaggi in cui l'estraniazione è talmente forte da riflettersi nello stile narrativo, poco chiaro, dove le azioni si susseguono a vagonate senza lasciare il tempo al lettore di capire il loro perché, i tempi, i modi. Una serie di climax che tolgono il fiato, lasciando al termine il lettore spossato come se tutte quelle azioni le avesse compiute in prima persona. Anche lo stato caotico in cui si trova la mente di Chris è perfettamente reso. I pensieri alterati, i suoi stati d'animo, i voli (apparentemente) pindarici che compie durante i discorsi con il suo terapeuta o le persone vicine. La sua mente è una sorta di ottovolante che schizza in alto e un attimo dopo precipita, passando per ragionamenti contorti e soprattutto non-ragionamenti, dove la dimensione razionale viene annullata per lasciar spazio al verme solitario della malattia.
Non troverete, in questo personaggio, linearità d'azione. Scordatevela. Non ci sarà niente di razionale, lucido o condivisibile nel suo modo di agire. Nemmeno nelle sue risposte. Ed è proprio qui che il disagio psichico è reso, nella sua inafferrabilità e imprevedibilità, nell'auto-distruzione. Chris è, come tutti noi e come chi vive un malessere in particolare, un mondo a sé, con le *sue* leggi, incomprensibili a tutti gli altri. Il sesso è un altro tema portante del libro, ma il livello di psicologizzazione è altissimo. Raramente mi sono imbattuta in un uso tanto funzionale della sessualità, che diventa vera e propria espressione delle dinamiche interiori. C'è una forza, in Chris, una forza annientatrice, insopportabile e dolorosa che lui non riesce a far tacere; che lo fa sentire fuori controllo, e il solo modo per frenarla è "sentirsi schiacciato". La sua vita sessuale sfrenata e promiscua è uno degli strumenti che utilizza per farlo. Si lascia usare e usa, bruscamente. Vive il sesso con rudezza, nel modo più basso che possa. Per umiliarsi, annullarsi, perdersi. Essere un oggetto alla mercé altrui è per Christian un sollievo, una "prova" del suo disvalore, e al tempo stesso il solo palliativo per il suo bisogno di essere sopraffatto. Christian ha bisogno di qualcosa che lo salvi dal turbinio nella sua testa, che lo faccia scendere almeno per pochi momenti da quell'ottovolante sul quale vive ogni giorno e che gli prosciuga le energie. E, così come il sesso diventa funzionale alla psiche, il linguaggio diventa a sua volta funzionale a questo *tipo* di sesso.
Non ho mai nascosto il fastidio che provo di fronte al registro volgare. L'ho sempre detto e sempre ribadirò. Ma ho anche sempre detto che, soprattutto, mi disturba il suo uso indiscriminato, come fosse il linguaggio letterario normale, quando invece non lo è. Qui preparatevi a molta volgarità. L'autrice stessa definisce il libro "sboccato", e lo confermo. La crudezza dei termini è spiazzante, eppure è riuscita a non disturbarmi (salvo un paio di occasioni, di cui una con Dante). Ma qui la scelta è ponderata, finalizzata, studiata; c'è uno scopo finale e preciso, ed è quello di "abbassare" il sesso al livello che Chris desidera. Non dimentichiamoci che siamo nella sua testa. E infatti si incorre in questo registro quando c'è lui, mai al di fuori, mai in scene esterne al suo POV. Lui c'è e il lettore assiste dalla tribuna della sua mente, che vive il sesso come punizione, sopraffazione, svalutazione. Ed è proprio in questa ottica che il linguaggio scende, si abbassa a questi scopi. Diventa sporco, aggressivo, essenziale. Perfino nei momenti con Davide. È tutto narrato attraverso la sua mente alterata, e si riflette perfettamente nello stile. Ma l'autrice, così come arriva in basso, dimostra di potere e sapere toccare picchi di gran stile, giocando con concetti e parole in modo magistrale: sa essere poetica, raffinatissima, crudele nelle piccole rivelazioni scomode che snocciola e che fanno male, nonostante il loro abito elegante.
Gli altri personaggi satellitano attorno a Chris. Non per minore spessore o importanza, anzi, ma per il fatto che si conoscano principalmente in base al loro rapporto con lui e ne vengano stravolti nelle rispettive esistenze. Dafne, la sua ragazza di sempre, è fragile, insicura, condiscendente; Davide, il ragazzo riservato e tenero di cui Chris s'innamora in modo viscerale; e Dante, manager cinico che nasconde le sue amare disillusioni (che peraltro ho amato tantissimo, insieme a sua madre Agata). Tutti conoscono Chris, intrecciano con lui una relazione diversa e approdano, alla fine, a nuove consapevolezze. Nessuno di loro uscirà indenne dal proprio rapporto con lui.
Ma è anche un libro di dinamiche familiari. Un ruolo di rilievo lo hanno Giulia – la madre di Chris –, Julian, – il fratello –, e Pietro – il padre. La loro complicata rete di relazioni è causa, cornice e conseguenza al tempo stesso della malattia di Chris. Nulla è lasciato al caso, tutto è perfettamente incastrato. I passaggi dedicati a Giulia e al suo rapporto coi figli sono delicati e importanti, ma quella fra Chris e i suoi non è la sola relazione genitori/figli . Ci sono anche Dafne, Davide e Dante, tutti "ripresi" nei loro rapporti familiari; a tutti è regalato uno spazio dove affacciarsi nelle rispettive storie private in veste di figli o genitori. E la capacità dell'autrice di mantenere vivido ogni distinto binario è ammirevole.
In definitiva, non è un libro facile. Ma è bello, di gran resa. L'amore non è un tema primario; è secondario, sebbene sia sempre presente in diverse forme – quello fra Davide e Chris, fra genitori e figli, perfino fra alcuni personaggi e Milano, che assume tratti quasi umani. I temi primari sono il disturbo psichico, il dolore, le relazioni familiari, il percorso che ognuno di noi è chiamato a compiere nel fare i conti con se stesso e la propria vita; ma soprattutto, come da titolo, il tema primario sono le "ferite originali": rotture profonde dentro ognuno di noi, che continuerebbero a farci male anche se ci indurissimo, ci pietrificassimo, ci riducessimo in polvere (cit.). Dolori in ogni persona che risalgono a un tempo remoto della nostra vita e alle quali sarebbe imputabile buona parte di quel che siamo, soprattutto nel male e nel dolore. Ferite che ci definiscono e ci portiamo dentro per sempre, inguaribili, di fronte alle quali nemmeno il tempo può nulla, perché "il tempo non guarisce veramente le ferite, non allontana affatto il dolore – fa il contrario. Il tempo dà altro tempo alla ferita d’infettarsi e dà a noi il tempo di tornare sui luoghi di quel dolore". Ed è un concetto talmente meraviglioso e profondo che è impossibile restare indifferenti. È uno di quei libri che costringe a riflettere, a chiederci quali siano le nostre ferite originali, guardarle, toccarle, sentire se fanno male. A rassegnarci a portarle per sempre dentro, infette anziché lenite.
C'è tanto realismo in questo libro. C'è il dolore della malattia, di chi vive dilaniato dagli estremi, incapace di adagiarsi anche solo per un istante e trovare riposo. C'è tormento senza rimedio. Ma c'è anche presa di coscienza, crescita, coraggio. Questo libro è, semplicemente, d'obbligo.