James Purdy e la sua scrittura rimangono un rebus oggi come ieri. Amato da autori che non potrebbero essere più diversi – tra gli altri Jonathan Franzen, Gore Vidal e David Means che firma l’introduzione a questo libro –, non ha mai incontrato il favore del grande pubblico né lo ha mai ricercato. Forse proprio perché non l’abbiamo capito meriterebbe ancora un’altra chance per confonderci e sviarci, per mostrarci come la letteratura possa ancora essere un oggetto misterioso che prescinde da regole di scrittura fissate come fossero le tavole del tempio. La prosa di Purdy potrebbe suonare anacronistica, con le sue didascalie, il suo marchiano tell don’t show, questi personaggi che fulminano a bruciapelo gli interlocutori con domande sul senso delle cose, stridenti nella loro chiarezza e crudeli nel loro essere stralunate.
I neon di un cinema notturno piuttosto equivoco squillano UOMINI UOMINI UOMINI, e nella sala buia qualche marchettaro è intento a conoscere col tatto corpi e fremiti propri e altrui. Così come gli Holden efebici che perlustrano gli anfratti più bui di un parco sordido varcano quel territorio di confine che è l’omosessualità, allo stesso modo la lingua di Purdy sta e si misura fra ciò che dice e ciò che esclude dall’esser detto, ciò che rimane fuori ma soprattutto sotto l’abito di parole confezionato da questo formalissimo sarto letterario. Sotto una spessa patina di urbanità e manierismi, pulsa una voragine di desiderio e gli interpreti azzimati e ossequiosi di queste turpitudini mai esibite, ma solo ruminate e vissute, hanno un’onomastica e una quirkiness tutta dickensiana.
Nell’America che ha fatto una patologia della sua purezza, Purdy si prende il rischio di addossare la colpa alle vittime, con una prosa perturbante che non disvela e non smaschera, ma anzi fa più buio quando ci sono tutte le luci accese.
James Otis Purdy was an American novelist, short-story writer, poet, and playwright who, from his debut in 1956, published over a dozen novels, and many collections of poetry, short stories, and plays. His work has been translated into more than 30 languages and in 2013 his short stories were collected in The Complete Short Stories of James Purdy. He has been praised by writers as diverse as Edward Albee, James M. Cain, Lillian Hellman, Francis King, Marianne Moore, Dorothy Parker, Dame Edith Sitwell, Terry Southern, Gore Vidal (who described Purdy as "an authentic American genius"), Jonathan Franzen (who called him, in Farther Away, "one of the most undervalued and underread writers in America"), A.N. Wilson, and both Jane Bowles and Paul Bowles. Purdy was the recipient of the Morton Dauwen Zabel Fiction Award from the American Academy of Arts and Letters (1993) and was nominated for the 1985 PEN/Faulkner Award for his novel On Glory's Course (1984). In addition, he won two Guggenheim Fellowships (1958 and 1962), and grants from the Ford Foundation (1961), and Rockefeller Foundation. He worked as an interpreter, and lectured in Europe with the United States Information Agency.
4.5: Un autore che, come detto nella bella introduzione all'antologia, è ingiustamente poco o nulla conosciuto, sia in Europa che negli stessi Stati Uniti. Onore al merito per questa bella edizione italiana, curata benissimo e che ha il merito di mostrarci la qualità (altissima) letteraria di un autore altrimenti irreperibile. I racconti hanno un incedere simile, accomunati soprattutto dall'umanità ce Purdy intende raccontare: sconfitti quanto rassegnati nell'anima e a volte nel corpo, i suoi personaggi tratteggiano i volti di uomini e donne che si lasciano andare alla deriva senza invertire la corrente, sopraffatti troppo spesso dagli eventi, ma anche dalla loro incapacità di trovare il modo di rialzarsi, in un perpetuo crogiolarsi nelle tiepide acque della commiserazione di sé. Con una mano sincera l'autore tratteggia questo popolo di sconfitti però concedendo loro un barlume di dignità, magari nei gesti, nello sguardo, nei modi, e ciò permette di carpire il suo legame con essi e con le loro debolezze, aprendoci forse un piccolo spiraglio sul profondo animo dell'autore
Tutto sta per precipitare nei racconti di Purdy e i suoi stessi personaggi sembrano essere caduti sulla terra da un altro mondo, outsider come il loro autore.
Il giudizio finale è una media fra i primi undici racconti e l’ultimo che, da solo, occupa quasi un terzo della raccolta. Non è scoccata la scintilla. Andiamo avanti.
In questa raccolta di raccolti troviamo alcuni dei temi ricorrenti nella narrativa di Purdy: relazioni di dipendenza affettiva, tali per cui i ruoli possono cambiare di segno riga dopo riga; asimmetricità nei rapporti di forza, che talvolta sfociano nel parassitismo; la sporcizia dei luoghi e la torbidezza dei personaggi (leggiamo di ricatti sessuali in un retrobottega che vende frappè, di violenza psicologica consumata davanti a una gelatina alla fragola, di palpeggiamenti rubati nel buio di un cinema notturno, di percosse coniugali sotto i riflettori di un parcheggio...). Se i personaggi sono capaci di azioni tanto imprevedibili e se a fare incursione nei luoghi sono ospiti così ambigui (non solo cimici nei materassi o un anello nuziale nella bocca di un bambino, ma anche uno scrittore che vaga di notte nei parchi a caccia di storie da narrare, come un malintenzionato qualunque), ecco che il realismo urbano di Purdy si vena di una sfumatura weird che non ha la sua scaturigine nel fantastico. Detto ciò, continuo a preferire la raccolta dal titolo A casa quando è buio (ancora più folle) e quel piccolo gioiello che è Come in una tomba (tutti pubblicati da Racconti Edizioni).
non stupisce che sia uno “molto conosciuto come scrittore poco conosciuto”. possiamo tranquillamente dire, infatti, che fa talmente schifo che neppure si merita di essere sconosciuto. andrebbe proprio dimenticato. in sintesi, questa persona ha sbagliato mestiere
Undici racconti, abbastanza corti, e uno molto più lungo (che, in effetti, è un po' il nucleo da cui poi si svilupperà il suo romanzo Rose e Cenere). La struttura dei racconti è piuttosto ricorrente: due, massimo tre personaggi, che dialogano, facendo esplodere violenza, sia fisica che, soprattutto psicologica. Il racchiudere qua tutta la trama dei racconti, che poi magari è declinata in diverse accezioni, per esempio il marito che deve dire alla moglie che è stato licenziato perché gay, o la moglie che discute con il marito raccontando di quando ha visto un pappagallo, è una precisa scelta poetica prima di tutto: in Purdy è un continuo, devastante, incontro fra diverse solitudini, e l'incontro si manifesta soltanto attraverso lo scontro e la violenza. I personaggi di Purdy sembra che non conoscano altro modo per entrare in contatto con l'altro, e quindi cercare di essere amati, di essere un po' meno soli, un po' più accettati (nonostante tutto l'odio che provano per se stessi) che ferendo l'altro. E' un meccanismo tanto sadico quanto masochistico. In Purdy l'amore, o meglio la sua ricerca, intesa come la necessità di essere amati, è legata profondamente alla violenza, sia fisica (come il marito che pesta la moglie perché lei vuole rifiutare il suo nome), sia psicologica (come il pappagallo). La potenza delle storie di Purdy sta anche qua: nel riuscire a situarsi a metà fra un racconto realistico, sia nella forma che nel contenuto, e un racconto più prevalentemente letterario. E' come se a un certo punto, magari anche appena dopo poche righe che è cominciata la storia, la vicenda inizi a scivolare in un mondo tanto oscuro quanto perturbante, ma che non diventa mai veramente Altro, rimanendo profondamente connesso al nostro. E' come se Purdy prendesse un dettaglio qualsiasi e da lì la storia, magari ingigantendone le conseguenze, assumi toni sempre più da incubo. I personaggi di Purdy sono quasi sempre degli emarginati, poveri, se non proprio neri. Spesso omosessuali. Il rifiuto che la società perbenistica borghese americana degli anni '50 gli riserva viene interiorizzato e rigettato verso se stessi e verso quelli che dovrebbero essere i propri compagni. Sono diverse, infatti, le storie di omosessualità repressa, rifiutata, con cui i protagonisti non solo non riescono a fare i conti, ma che vivono, e gli viene fatto vivere, come uno stigma e una vergogna. La violenza, quindi, di queste storie nasce proprio dalla società che non lascia possibilità di esistenza agli ultimi, ai neri, ai poveri, ai froci. I personaggi si rapportano l'un l'altro ferendosi perché è l'unica forma di rapporto che conoscono. Anche il rapporto madre-figlio, al centro di tre racconti meravigliosi, si manifesta attraverso questa violenza: la violenza della madre che con il suo amore sembra quasi ingabbiare il figlio, e la violenza del figlio che cerca lo spazio dove essere se stesso. Ecco, insieme al desiderio, all'amore, alla violenza, un altro tema fondamentale al centro di questi racconti è il duplice movimento ambivalente di voler essere se stessi e l'odio verso se stessi, la schizofrenia che - sempre riconducibile a una società che non lascia spazio a chi è fra gli emarginati - percorre tutti i personaggi, creando storie di disperazione, ma anche profondamente umane nel loro bisogno di essere amati, senza la capacità di saperlo fare.