Cairn è una parola di origine gaelica che significa «mucchio di pietre» in due diverse accezioni: da una parte mucchi di pietre come monumenti sepolcrali preistorici, arcaiche tombe; dall'altra, in epoca moderna, i segnavia sui tragitti montani per indicare la prosecuzione di un sentiero. Sono due immagini simboliche che stanno entrambe molto a cuore a Testa. La prima per il rapporto con i morti, centrale da sempre nelle sue poesie, il dialogo da pari a pari con gli scomparsi, la consapevolezza di essere fatti della stessa pasta. La seconda immagine, quella del segnavia, è legata alla ricerca di una strada che contrasti lo smarrimento esistenziale. Ma i due simboli sono anche intrecciati, perché i morti possono dare indicazioni di percorso, o perlomeno a loro si vorrebbe chiederle. Tra le nuove tonalità, quella dell'invettiva che Testa adotta per la prima volta in alcune poesie di questo libro: invettiva contro un certo tipo di politici e onnipresenti figure del conformismo. Il poeta dai versi sommessi questa volta ha perso la pazienza. E per riconquistarla non gli è rimasto che muoversi in tempi e spazi remoti: dentro e fuori di sé.
tanto si sa, quando uno se ne va, ce la si sbriga in fretta: qualche rosa, tanto da fare nella stretta dell'angoscia, gente in posa, pagare la cassetta. E poi?
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«quando entrò il lavacadaveri (guanti pesanti blu lungo camice verde in plastica deforme mascherina protettiva come a trattare un'appestata) gli strappai di mano, nella luce accecante dell'acciaio, gli strumenti del suo lavoro e lo cacciai via urlando. poi per l'ultima volta mi diedi con calma alla cura santa del tuo corpo, riflesso nell'ombra della mia salma»
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e così via, libro funebre, un po' impastoiato dalla cultura dell'autore, ma alcune parti pregevoli (bella la poesia sugli empi).