Bora è una narrazione a due voci, di stile schiettamente autobiografico, dell'esodo istriano compiutosi negli anni '50 del Novecento. Più di trecentomila istriani e dalmati di nazionalità italiana lasciarono in quel frangente familiari, case ed averi, forzati dall'aperta ostilità jugoslava a cercare una nuova vita altrove. Al dramma dei partiti si sommò quello degli italiani che non partirono, precipitati in una condizione di marginalità nel proprio paese natale; ma anche l'arretramento delle condizioni culturali, economiche e sociali in tutta l'area interessata dall'esodo, determinata dalla partenza di lavoratori e professionisti anche di altissima qualificazione.
Il libro trova il suo punto di forza proprio nell'alternanza dei due punti di vista (la bambina partita e la bambina rimasta), e nella acutezza di analisi dei sentimenti che caratterizzarono infanzia e adolescenza delle due coautrici. Il suo limite sta invece, a mio avviso, nella limitata presa di distanza dalla soggettività delle emozioni, che porta a uno stile talvolta segnato dal rancore (cito a titolo di esempio l'insistito uso del termine "drusi" per indicare sloveni e croati: un po' come se leggessimo un testo sul ventennio fascista in Istria, e gli italiani fossero sempre indicati come "camerati"). La soggettività del racconto alimenta anche la sottovalutazione della specularità del dramma della snazionalizzazione, sperimentata dagli sloveni e croati nel ventennio fascista come poi accadrà, a ruoli invertiti, dopo la guerra. Il dramma, proprio perché narrato sulla base dei ricordi infantili, mescola inoltre spesso elementi specifici dell'esodo con altri più comuni, legati alla perdita delle amiche, o della casa dell'infanzia, o al tracollo economico d'una famiglia abbiente. La malinconia del distacco dal sé bambino è un tema straordinario, così come lo è quello della perdita di status legata a qualsiasi traumatico evento; nel mescolare temi più comuni a quello, unico e specifico, dell'esodo, si rischia però di diluire il senso di quest'ultimo.