Al lavoro: schede, memorandum, presentazioni. A scuola: temi, tesine, relazioni. Nel privato: post su Facebook, email personali, chat sul cellulare. Sarà anche l'epoca degli audiovisivi e della comunicazione in tempo reale, ma non abbiamo mai scritto tanto. E più dobbiamo scrivere, meno sembriamo capaci di farlo. Ma, mette subito in chiaro Claudio Giunta all'inizio del libro, «non s'impara a scrivere leggendo un libro sulla scrittura, così come non s'impara a sciare leggendo un libro sullo sci. Bisogna esercitarsi: cioè leggere tanto (romanzi, saggi, giornali decenti), parlare con gente più colta e intelligente di noi e naturalmente scrivere, se è possibile facendosi correggere da chi sa già scrivere meglio di noi». E quindi? Non potendo insegnare come si scrive, Claudio Giunta prova a spiegarci come non si scrive, passando in rassegna gli errori, i tic, i vezzi, le trombonerie e le scemenze che si trovano nei testi che ogni giorno ci passano sotto gli occhi: dall'antilingua delle circolari ministeriali alle frasi fatte dei giornalisti, dal gergo esoterico degli accademici e dei politici al giovanilismo cretino della pubblicità... Ma in questo slalom tra sciatterie e castronerie Giunta trova per fortuna il modo di contraddire la sua dichiarazione iniziale, perché insegnare Come non scrivere significa anche dare delle utili indicazioni su come si scrive: per ogni cattivo esempio se ne può trovare uno buono da opporgli, per ogni vicolo cieco argomentativo c'è una via di fuga creativa, e spesso basta un punto e virgola per risolvere una frase ingarbugliata. In questo anti-manuale spregiudicato, arguto e divertente, nella tradizione di Come si fa una tesi di laurea di Umberto Eco ma aggiornato all'era di Google, scopriamo che per scrivere bene bisogna ripartire da un po' di affetto per la nostra bistrattata lingua italiana, ma soprattutto bisogna tenere a mente poche regole di buon senso: se scriviamo lo facciamo perché qualcuno ci legga, capisca quel che vogliamo dire e, se possibile, non si annoi a morte. Sembra facile, no?
"La scrittura serve a comunicare, a trasmettere informazioni o sentimenti da mente a mente, da luogo a luogo e da tempo a tempo, e chi non viene capito da nessuno non trasmette nulla, grida nel deserto. Quando questo avviene, il lettore di buona volontà deve essere rassicurato: se non intende un testo, la colpa è dell’autore, non sua. Sta allo scrittore farsi capire da chi desidera capirlo: è il suo mestiere."
E lo dice altrettanto bene Claudio Giunta in questo libro: chi scrive (chiunque sia) deve avere qualcosa da dire e fare in modo che tutti lo capiscano.
Giunta enuncia anche tre leggi, tanto fondamentali quanto semplici:
1) Per scrivere bene bisogna impegnarsi a fondo. Sembra banale, ma senza impegno non riusciamo a scrivere bene neppure la lista della spesa 2) Bisogna scrivere chiaro, sempre e comunque. Se una cosa può essere detta con 5 parole, 5 sono le parole da usare, non 10. Minimizzando l'uso di paroloni, forme contorte, forme riflessive, citazioni, latino, inglese etc. 3) Per scrivere bene di una cosa, bisogna conoscerla a fondo.
Facile no?
Ma l'autore non si limita a suggerire solo le solite regole per scrivere bene, entra più nel merito, parlando di contenuti.
Mentre la maggior parte dei più grandi scrittori italiani raccomanda l'uso di una lingua chiara e comprensibile, buona parte degli italiani invece quando scrive usa una lingua artefatta, pseudo-elegante, complicata, poco comprensibile e spesso ridicola. Basta leggere cosa scrivono avvocati, notai, politici e burocrati per farsi una idea di quanto possa essere in certe occasioni contorta e grottesca la comunicazione scritta (e ahimè anche verbale).
Forse, sostiene Giunta, la responsabilità di ciò è anche della scuola che per reagire alla sciatteria generalizzata di TV, internet e cinema trasmette l’idea che per scrivere bene basti migliorare l’apparenza senza cambiarne la sostanza. E che fa quindi scrivere "vi sono" invece di "ci sono", "esemplificazione" invece di "esempio", "evento fieristico" invece di "fiera", "immagini fotografiche" invece di "fotografie", "attendere" invece di "aspettare" e così via.
Verrebbe da dire: "scrivi come mangi", estrapolandolo dal famoso detto "parla come mangi". In altre parole, il "bello scrivere" è lo scrivere semplice e chiaro, non quello ricercato.
Da quando ho chiuso il libro non posso più evitare di guardare con occhio critico i testi che leggo. E non posso evitare, troppo spesso, lo scoraggiamento.
Molto molto consigliato a tutti: anche a chi sa scrivere bene.
Ai tempi delle elementari la maestra si lamentava che scrivevo troppo coinciso. E le cose non son certo cambiate alle medie e alle superiori. Oggi finalmente ho trovato chi sostiene che la brevità è un bene e il dilungarsi troppo, se non è il male assoluto, ci si avvicina.
Claudio Giunta ci accompagna attraverso una carrellata di esempi di cattiva scrittura, che può diventare anche pessima quando si sommano il desiderio di apparire colti aggiungendo paroloni roboanti a idee confuse o assenti. In realtà scrivere male, secondo l'autore, coincide con il pensare male. Non si può scrivere qualcosa senza saper bene l'argomento o senza aver qualcosa da dire a riguardo.
Tra le citazioni di esempi positivi Giunta cita anche critici che demoliscono mostri sacri della letteratura italiana che io non ho mai apprezzato, e di questo gliene sono molto grato.
Infine l'autore spesso contraddice i suoi stessi consigli per evitare gli errori che evidenzia. Forse lo fa involontariamente, forse lo fa per dimostrare che non ci sono vere e proprie regole.
Un libro che chiunque vive di scrittura deve leggere assolutamente. Per il bene dei suoi lettori.
Si può non essere d’accordo su alcuni accorgimenti (anche la scrittura è un fatto personale), però l’appeal della lucidità e dell’ironia di Claudio Giunta è indubitabile.
Giunta è sempre imbattibile. Chiaro, sintetico, ironico.
Questo libro dovrebbe essere obbligatorio in prima liceo. Che gli spiega più cose delle ore di italiano medie. Lo regalerò a qualche ragazzo, diciamo che quello che c'è scritto dovrebbe essere scontato, per molti non lo è, quindi ottima lettura. Ricco di esempi e di cosa non fare, come non dirlo ed evitare la pesantezza.
Ho questo difetto per cui, da tempo e con una certa ciclicità, mi impunto sul desiderio di scrivere bene. Non con chissà quale fine illustre, solo per trovare una giustificazione a tutte le ore che trascorro a leggere. Per una frase ipotetica che non dirò mai: guarda papà, non ho alcuna idea di tutti quegli incastri strani sotto il cofano della macchina, ma ti infilo una parola dietro l'altra che è uno spettacolo. È una questione un po' di rivalsa, un po' d'affettazione - ma di bassa levatura, roba da pesci piccoli sversati nel secchiaio della cucina, estranea allo snobismo intellettuale. Di solito, comunque, la vita vera mi riporta presto a questioni meno sofisticate e più urgenti, perché non basta un paragrafo di frasi ben incastrate a pagare il dentista. Così, ho iniziato questo volume di Giunta mesi fa e per mesi l'ho scordato. Un po' è colpa mia, che non ho mai portato a termine un proposito, un po' di questo libro, che raccoglie tanto ma lo lega poco, e un po' degli altri libri, perché, dai, la compagnia di un romanzo, nella quotidianità, è ben più gradevole.
Giunta comunque è simpatico, schietto e chiaro. Lo si legge con divertimento, accompagnando ogni facciata con un "per fortuna questo non lo faccio!", un "ah, cazzo, questo sì" e a volte un "ma io parlo italiano, vero?". Ti appunti cose che devi migliorare, altre che devi approfondire e pure quelle che devi assolutamente cercare di dimenticare, ma la trattazione è episodica e la materia non si può mandare a memoria con una lettura superficiale, quindi dubito che metterò in pratica qualcosa. Fin quando la soluzione è leggere di più, ben venga, ma mi si perde quando si passa alla questione della pratica. Che cosa dovrei scrivere, oltre alla lista della spesa? Ho le recensioni su Goodreads, vanno bene? Ma, soprattutto, poi chi me le corregge? Vado alla Holden?
Claudio Giunta è bravo a raccontare le cose. In questo libro fa un "manuale alla rovescia", nel senso che spiega soprattutto cosa non fare per ottenere un testo che si faccia leggere, partendo dalle tre regole d'oro: la legge di Borg (impegnarsi sempre, per qualunque cosa); la legge di Silvio Dante (il mafioso di Sopranos: quello che devi dire, dillo chiaro); la legge di Catone (se conosci ciò di cui vuoi scrivere, le parole arrivano da sole). Mi sono sentito un po' a disagio quando ho letto nelle prime pagine che non bisognerebbe mettere citazioni nell'esergo, soprattutto se in lingue diverse dall'italiano: nel libro che sto scrivendo ce n'è una per capitolo e inizialmente le avevo lasciate in inglese ma anche in latino (non preoccupatevi, in bozza sono state tutte tradotte e comunque sono irrilevanti per comprendere il resto), ma poi ho fatto buon viso a cattivo gioco: in fin dei conti quel giocherellone di Giunta si è divertito a infrangere le regole che man mano presentava "in negativo" (cioè mostrando esempi da non seguire e spiegando cosa c'era che non andava). In fin dei conti bisogna conoscere bene le regole per sapere quando si può e si deve evitare di seguirle! Ricordo infine che - come fa spesso UTET - chi compra il cartaceo può anche prendersi gratuitamente la versione in epub. Sono brava gente.
Puoi trovare questa recensione anche sul mio blog, La siepe di more
Come non scrivere non è un libro che contiene il magico segreto per diventare scrittori provetti, ma ci ricorda quelle regole essenziali per non scrivere delle robe brutte vestite di intellettualità e per difendersi da chi invece le scrive. Dubito che, una volta terminato questo libro, avrete voglia di prendere sul serio uno che scrive Nuova York…
Giunta ha scritto un libro molto chiaro sulle difficoltà tutte italiane di scrivere nella nostra stessa lingua: è una questione che ci trasciniamo da molti anni (a noi italianə pare proprio piacere non risolvere i problemi appena si presentano) a causa della scuola e di un’intellighenzia che si compiace di usare un italiano oscuro, sia mai che qualche bifolco possa insidiare il loro Olimpo.
In base ai miei ricordi, penso che oggi inorridirei di fronte alla brutta retorica che trasudava dai miei temi delle elementari e delle medie: per fortuna, ho trovato professori che mi hanno raddrizzato alle superiori, ma è stata proprio una casualità e non dovrebbe esserlo, visto che stiamo parlando di una delle basi della scrittura, cioè scrivere per comunicare qualcosa, non per lanciare messaggi criptici che solo pochə elettə potranno comprendere.
E nonostante la raddrizzata delle superiori, il mio stile di scrittura lascia ancora molto a desiderare – grazie per avermelo ricordato, Giunta. A volte mi partono quei discorsi ingarbugliati che quando li rileggo mi chiedo proprio che diavolo mi passasse per la testa in quel momento.
Quindi il mio consiglio è di leggere questo libro se scrivete: che sia sui social, su un blog o su una testata giornalistica, la lettura di Come non scrivere non potrà che fare bene a voi e alle persone che vi leggono.
Qualche mese fa ho comprato 5 libri sulla lingua italiana per migliorare la mia scrittura e questo libro è il migliore, quindi voglio scrivere una recensione più lunga di quanto non faccia normalmente.
Chi è, come me, poco ferrato sulla grammatica italiana dovrebbe iniziare da questo libro. Claudio Giunta spiega quale è il tipo di italiano a cui dovremmo puntare se vogliamo scrivere testi informativi e mostra tutte le trappole in cui gli inesperti cadranno sicuramente.
In italia abbiamo una tendeza a complicare la nostra scrittura con parole forbite e contorsioni sintattiche. Questo non ci viene naturale, ma ci è stato insegnato a scuola e mostrato dai professoroni che vogliono farci pesare la loro cultura attraverso il loro italiano disonesto. Claudio Giunta difende la chiareza della scrittura con moltissimi esempi positivi e negativi e ci mostra come autori del calibro di Calvino e Orwell si siano battuti per la stessa causa. "Parla come mangi" riassume molto bene i consigli di Giunta e chi purtroppo vuole scrivere meglio di come pensa può nel migliori dei casi risultare misterioso e nel peggiore e più probabile, ridicolo.
In conclusione, questo libro non solo da pratici consigli grammaticali per scrittori principianti ma ci insegna l'importanza dell' onestà intellettuale e di essere critici difronte ai testi che leggiamo; in più la cultura, l'intelligenza e l'ironia di Giunta rendono il libro un piacevole da leggere.
Ritengo il libro una bella riflessione su come darsi una regolata quando si scrive, resistendo all'istinto di darsi un tono per favorire la sostanza e la chiarezza. Contiene utili spunti per asciugare la propria scrittura, cosa utile in qualsiasi ambito. Aiuta anche a capire che ciò che si scrive è anche il riflesso di come si pensa, quindi è uno sprone a comunicare con efficacia. Lo raccomando.
“Ascoltare una cosa del genere, una verità del genere, non capita spesso, né nella scuola né nella stampa italiana, perché l’idea diffusa – un’idea retorica, che riflette un interesse puramente convenzionale, di facciata per la cultura: in fondo una forma di conformismo – è che tutta la cultura canonizzata sia bella, interessante, piacevole, mentre ovviamente non è così (anche per questo ricordiamo sempre con gratitudine quei professori che ci hanno trattato da persone mature e ci hanno detto quello che davvero pensavano degli autori e delle opere che ci facevano studiare: in Fiori italiani, Luigi Meneghello parla con affetto del suo professore d’italiano, che un giorno, dettando in classe l’ode Te redimito di fior purpurei, sospese la dettatura e commentò: «Questi sono versi molto brutti; certe volte il Carducci scrive da cane»).”
Uno dei tanti consigli di Claudio Giunta è di citare passaggi altrui solo quando necessario, e non per darsi arie d’importanza e dimostrare di essere colti: ché se lo siete, la gente lo capisce; se non lo siete, inutile far finta del contrario. Sto già ignorando uno dei suoi consigli, nel citare l’autore stesso del libro? Credo di no; d’altronde questo è a mio avviso uno dei passaggi più d’impatto, e se da solo non basta a convincervi a dare una possibilità a questo libro, lasciate che sia io – almeno spero – a farvi cambiare idea. Se vi siete mai sentiti alienati da un italiano ingessato, inafferrabile e incomprensibile perché troppo lontano da quello che conosciamo nella vita di tutti i giorni, un italiano che dice ‘divenuto’ e non ‘diventato’, ‘mi reco’ e non ‘vado a’ – insomma, se vi sentite traditi da un italiano che non è il nostro, ecco una verità che non ci viene raccontata abbastanza spesso: non è colpa nostra. Perché il ricevente di un messaggio, laddove non riesca a recepire il messaggio nemmeno se, armato di buona volontà, lo legge e rilegge più volte, dovrebbe pensare che il problema è il suo? Perché un cittadino deve essere colto – se con ‘colto’ si può descrivere un individuo che infarcisce il testo di aggettivi e mille abbellimenti uno più inutile dell’altro – quando va a leggere una circolare scolastica, una e-mail dal proprio dirigente, una legge: tutte cose indirizzate a lui? Molti di noi penserebbero: “Perché sì”. Perché così siamo stati abituati ed è difficile scrollarsi di dosso idee che ci vengono imboccate dalla scuola stessa: del resto chi siamo noi per dar torto a persone laureate? Chi siamo noi per dar torto a D’Annunzio, uno degli intoccabili della letteratura italiana? Rileggete la citazione in alto. Claudio Giunta apre il libro fornendo al lettore quelle che per lui sono le tre regole da seguire quando si scrive un testo: 1) impegnarsi sempre e comunque, anche quando si deve svolgere un lavoro di poco conto; se non per gli altri, almeno per rispetto nei nostri confronti [Legge di Borg]. 2) scrivere chiaro, a meno che non si stiano scrivendo poesie [Legge di Silvio Dante]. 3) conoscere bene l’argomento di cui si tratterà, quindi studiare, documentarsi, fare ricerche, prendere appunti, verificare le fonti [Legge di Catone]. Delle tre, la terza è quella che colpisce di più: è proprio su questa che si basa la tesi dell’autore che spiega perché agli italiani è tanto cara l’antilingua di cui parla Calvino – una lingua che «preferisce il verbo ‘recarsi’ al verbo ‘andare’, la perifrasi ‘prodotti vinicoli’ al sostantivo ‘fiaschi’: […] e chi non ha un buon controllo del linguaggio scambia spesso la semplicità per sciatteria […]» (se non sapete in cosa consista l’antilingua di Calvino vi consiglio di recuperarla su internet: e non solo perché pertinente al libro di Giunta). Secondo Giunta, dunque, un italiano arzigogolato oltre ogni misura è sinonimo di insicurezza, perché più non si sa e più non si sa cosa scrivere, e più non si sa cosa scrivere più si cerca di convincere il lettore del contrario: ed ecco che nasce un italiano ingessato e complesso in cui ogni sostantivo è accompagnato da aggettivi vaghi, in cui ogni verbo che indichi un azione precisa è sostituito da un verbo altrettanto vago. Ormai da noi cultura è sempre meno sinonimo di cultura e sempre più sinonimo di classismo: bisogna mettere un muro tra chi scrive e chi legge, far capire al lettore che non sarà mai intelligente quanto lo scrivente che adopera un linguaggio troppo alto e importante per della comune plebaglia. Il libro è pieno di esempi lampanti e riesce a convincere molto meglio di quanto non possa fare la mia recensione – anche perché un altro consiglio importante di Giunta è la sintesi, nella scuola italiana erroneamente temuta, e io a essere sintetica purtroppo (ancora) non ci riesco – e in generale fornisce un’infarinatura generale su altri argomenti. Un avvertimento che posso darvi è di non prendere in mano il libro sperando che vi spalanchi le porte sul segreto per scrivere un buon testo di narrativa, perché gli obiettivi di Giunta sono ben altri. E va bene così: lui stesso fornisce i nomi di altri testi che possano aiutarvi quanto il suo, o anche di più.
Tutti dovremmo farci il piacere reciproco di leggere questo libro. Perché? "Siate brevi. Se non potete essere brevi (ma in genere potete) prendetevi cinque minuti per documentarvi, e dite qualcosa di concreto".
Mi ha sorpreso scoprire che un illustre didatta della lingua italiana, Claudio Giunta, fosse un acceso sostenitore e fan di Tommaso Labranca, scrittore recentemente scomparso che - grazie a un mio amico che me l’aveva fatto conoscere - ho molto apprezzato, ma che ho sempre considerato un autore un po’ marginale, per quanto di talento. Non questo il parere di Giunta, che su di lui ha scritto addirittura un libro, che non ho letto ma leggerò.
Questo è invece un manuale di scrittura, basato su esempi da non imitare, sia a livello grammaticale che di fraseologia, linguistica e costruzione sintattica. Molto bello, spesso divertente; sono d’accordo con quasi tutto quello che dice, salvo una cosa: “Si scrive ‘sogniamo’, ‘guadagniamo’, ‘bagniamo’, ‘insegniamo’ anche se la i non si sente, perché la desinenza della prima persona plurale di tutti i verbi italiani è -iamo.”. Sarà che questa è la regola, ma “sogniamo”, “guadagniamo” ecc. mi sembrano sgradevoli e dissonanti, e io stesso li avrei segnati come errore se fossi stato un insegnante di italiano.
Esilaranti poi certi esempi, tipo il necrologio che una certa persona (Giunta ne tace il nome) ha scritto su un quotidiano per il giurista Stefano Rodotà, in cui si parla pochissimo di Rodotà e moltissimo di sé stessa (per curiosità ho cercato via Google di capire chi fosse questa certa persona e l’ho scoperto, tale Nicla Vassallo; peccato per il maldestro tentativo di brillare di luce riflessa, perché in altri interventi dice comunque cose giuste e interessanti).
Giunta ha scritto anche un libro sull’Islanda, di cui è grandemente appassionato. Data la mia curiosità per quella terra lontana, anch’esso va in lista d’attesa.
Tutto quello che vi hanno insegnato al liceo è sbagliato. Ecco un vero e proprio manuale-antidoto contro la scrittura ampollosa (l'antilingua) di chi vuol far credere di conoscere l'intero vocabolario a memoria e finisce soltanto col coprirsi di ridicolo. Consigli illuminanti ('accidenti, ha ragione!' sarà la vostra esclamazione ricorrente) corredati da esempi ben congegnati per imparare a dire quello che si deve dire senza troppe acrobazie linguistiche. Lo stile di Giunta è colloquiale, ironico e quindi piacevolmente scorrevole: siamo lontani anni luce dalle lezioni di italiano strappasbadiglio dei tempi della scuola. Da quando è preferibile andare a capo all'uso intelligente della punteggiatura, delle citazioni, del congiuntivo (non sempre è necessario), del neretto: Giunta passa in rassegna ogni aspetto della scrittura con leggerezza e anticonformismo. Attacca lo stile attuale dei politici, dei giudici, dei professori, dei giornalisti e invita tutti a un cambio di rotta per il bene della comunicazione pratica, efficace e soprattutto piacevole. Perché che senso ha scrivere qualcosa che nessuno avrà voglia di leggere, di qualunque cosa si tratti? Particolarmente consigliato a chi abitualmente scrive lettere formali esordendo con: "Egregio, con la presente sono a domandarLe..." e casi umani annessi.
DNF. Sono arrivata con molte difficoltà a pagina 107. Non metto in dubbio che Giunta sia un ottimo professore di Letteratura, ma lo inviterei a fermarsi a questo ruolo. Ci sono tante inesattezze sul capitolo relativo alla punteggiatura (o meglio, parlerei di errori, ma sono buona). Inoltre, chi lo dice che la coordinazione sia da preferire alla subordinazione? È azzardato fare un’affermazione così netta. Da redattrice, aggiungo che mi sanguinano gli occhi a vedere un’impaginazione così disastrosa. Caro Professore, insegni pure ai suoi studenti come si scrive e si argomenta un saggio. Lasci tutto il resto ad altri.
E' un saggio concreto, attento e non noioso. Lo dico perché è facile trovare in manuali che trattano della scrittura dissertazioni pompose e piene di retorica. In questo caso, invece, sono espressi tre concetti in maniera chiara e con numerosi esempi: precisione, semplicità (nel limite del possibile) e conoscenza. Tre pilastri fondamentali per poter considerare buono e soprattutto leggibile un qualunque testo scritto. Che sia una relazione, una tesi o un articolo di giornale. Ne consiglio la lettura a tutti.
E' in grado di rendere un'argomento che si potrebbe ritenere noioso divertente, arricchendo le spiegazioni sulla grammatica con esempi divertenti. Un ricchezza d'informazioni che ci fanno cambiare la prospettiva con la quale consideriamo la nostra lingua scritta. L'italiano tanto giovane come idioma da cedere il posto a tante altre nazioni che, annoverano scrittori illustri, da molti più secoli; nonostante che la nostra penisola abbia ospitato una delle civiltà più antiche che senza dubbio costituì uno dei più grandi imperi mai esistiti.
Giunta dà ottimi consigli, sempre validi quando si scrive: essere semplici, chiari e pensare prima di tutto al lettore. Possono sembrare banalità ma visti i testi scritti che circolano evidentemente non sono poi così scontate. Unica nota di rammarico, da giornalista praticante, è l'uso degli esempi di cattiva scrittura tratti quasi sempre dai giornali.
Un libro consigliato veramente a tutti, non solamente agli appassionati si scrittura (e lettura). Gli insegnamenti di Claudio Giunta, infatti, andrebbero applicati quotidianamente: dalle email alle tesi, dai romanzi ai saggi. A scrivere si impara a scuola, ma a farlo bene è necessario studio, allenamento e... orecchio! Un libro che insegna senza annoiare, pieno di esempi pratici e con la giusta ironia che fa continuare la lettura con curiosità.
Trovo odioso definire "divertente" un saggio. Ma Giunta è davvero un signore simpatico, colto, preciso e mai arrogante. Gli esempi "dal vero" chiamati in causa per segnalare errori e sciatterie dello scrivere fanno sorridere e ghignare. La mia parte preferita è quella in cui si prende in giro l'italiano ermetico ed evocativo dei curatori di mostre d'arte.
Utile e conciso. Metterò in pratica molti dei consigli che ho letto, anche se non sono d’accordo con almeno un paio di essi (e d’altronde l’autore stesso suggerisce una “regola” solo per infrangerla lui stesso qualche pagina dopo, a volte chiaramente di proposito, a volte forse no).
Ho apprezzato come riporti molti esempi e cerchi di trovare delle soluzioni a frasi sbagliate o che hanno bisogno di un semplice miglioramento. Una lettura che aiuta ad avere un approccio critico su quello che si legge.