Jesi è un abile saggista e per saggio, nel suo caso, bisogna intendere un corrispettivo del racconto in ambito filosofico. Ogni suo scritto è breve e condensa in pochi punti ciò che vuole dire. Per questo motivo, la sua è una scrittura densissima, in cui non si può stare un attimo disattenti: fare ciò ci impedirebbe di capire tutti i passaggi. Richiede molta attenzione al lettore.
La difficoltà è aumentata anche dal fatto che Jesi è un germanista, palesemente influenzato dalla filosofia di Heidegger e di molti altri filosofi tedeschi. Quindi, egli cerca di traslare in italiano il linguaggio della filosofia tedesca, operazione sempre molto ardua vista la maggiore complessità di quella lingua.
Questo è un testo molto importante, perché nella sua brevità rappresenta una summa dell'impianto teorico di Jesi. In esso, attraverso analisi pratiche, traspare la teorizzazione della 'macchina mitologica'. Per essa si intende una particolare presenza di materiali narrativi che fanno riferimento a un elemento che non c'è, ma che 'emerge' dai materiali stessi: il mito. Un insieme di storie, leggende, fiabe, opere artistiche in generale possono far riferimento al medesimo 'racconto', il quale non è presente direttamente in nessuno dei documenti, ma al quale si allude in ognuno di essi.
La macchina mitologica, inoltre, è un sistema che coinvolge l'umano, in quanto animale narrante e quindi mitologico. Analizzando alcuni autori, fa capire come anche i grandi geni siano influenzati da narrazioni diffuse, i famosi 'luoghi comuni'. Nel meccanismo della macchina, le grandi opere influenzate dai luoghi comuni possono, a loro volta, condizionare la vita e la diffusione di questi ultimi: da qui un circolo in cui il mito influenza l'uomo e viceversa.