Sono stati tanti, più di quanti in genere ci si immagini, i viaggiatori che fra il Medioevo e la prima età moderna si addentrarono in Estremo Oriente, nelle più sperdute e fredde terre del Nord, nei deserti dell'Asia centrale e dell'Africa. O che dall'Oriente più lontano arrivarono fino al cuore della cristianità. Ciascuno raccontando la sua avventura e le meraviglie che aveva osservato. Dall'incontro con i cannibali nelle isole Andamane alla visita nella "casa dei pazzi" a Valencia, dalla scoperta dei disinibiti costumi sessuali delle donne del Malabar alla descrizione del regno del prete Gianni, si accumulano storie e leggende che spingono gli uomini del Medioevo, cristiani o musulmani, europei o cinesi, a interrogarsi sugli "altri" e sulle "Gran diversitadi" del mondo. I viaggiatori non esitano a infarcire i loro racconti di mostri e luoghi stregati, miracoli e eventi improbabili. Ma queste invenzioni sono uno stratagemma per catturare l'attenzione dei lettori. In realtà, "chi viaggia non è interessato più di tanto a cercare e a descrivere le fantasticherie dell'universo sognato, ma è soprattutto attirato dal modo in cui gli altri vivono, e resta incuriosito quando rileva che questo modo è diverso dal proprio".
L'autore precisa subito che quella che stiamo per leggere non è una storia del viaggio, ma una storia delle storie di viaggi, ovvero dei resoconti, dei "reportage" che coloro che, nel Medioevo e nella prima età moderna, si mettevano in cammino facevano delle lontane contrade visitate. Uno spunto molto carino, ma risultato leggermente al di sotto delle aspettative.
C'erano due modi per affrontare il tema: adottando un criterio geografico, trattando assieme tutti i resoconti di viaggi verso la Terrasanta, poi tutti quelli di viaggi verso l'estremo Oriente, verso le terre settentrionali, eccetera, o per argomenti di interesse, confrontando le reazioni dei viaggiatori di fronte a specifici oggetti o ai diversi modi di vita che incontrano, indipendentemente dal luogo, in riferimento ad esempio al cibo, al vestiario, alla sessualità, alla religione. Quest'ultimo è stato l'approccio adottato da Balestracci, che volontariamente e programmaticamente si tira indietro, lasciando la scena alle sue fonti, con la conseguenza di rendere l'esposizione forse più vivace e superficialmente "godibile", ma anche di ridurre di molto lo spazio riservato all'analisi storica e di rendere il testo a tratti molto confuso: le testimonianze si affastellano l'una sull'altra senza un minimo di ordine e, visto che l'arco cronologico considerato va dalla tarda antichità alla fine del XVI secolo, si rischia di fare un miscuglio indistinto e che risulta, alla lunga, monotono: al frate del XIII secolo in missione presso i Mongoli segue subito, senza un minimo di stacco o di contestualizzazione, il mercante fiorentino che viaggia in India nel Cinquecento, al viaggiatore musulmano del X secolo si affianca il pellegrino verso la Terrasanta del XIV secolo.
Se interessa solo il gusto della narrazione strana o divertente, allora tanto vale prendersi un'antologia di questi testi e leggerseli in versione integrale. Quando comunque lo storico si inserisce per fornire un minimo di commento alle fonti, non ci si aspetti conclusioni sorprendenti: prigionieri, o comunque condizionati, dal proprio punto di vista etnocentrico, tutti i viaggiatori presentati da Balestracci, siano essi occidentali, arabi o cinesi, cristiani, ebrei o musulmani, oscillano tra lo stupore per le meraviglie (più sentite dire che viste) di cui sempre si popolano le terre lontane da noi, e la diffidenza, l'odio, il disprezzo per culture e modi di vita diversi dai propri.
Interessante comunque la parte iniziale, che illustra le convenzioni e i topoi di questo "genere letterario", gli espedienti narrativi, gli elementi fissi e che si ripropongono attraverso i secoli e le latitudini perché il pubblico semplicemente si aspettava di trovarceli. Forse ci sarebbe stata bene anche qualche illustrazione, e un maggior numero di mappe (molti luoghi citati, se erano lontani e misteriosi per i viaggiatori medievali, non sono poi molto più facili da collocare sul planisfero neanche per me!). Colpisce la mancanza di un apparato di note all'altezza, ma è appunto precisa volontà dell'autore, che rimanda unicamente alla bibliografia in fondo al volume.
Molto fastidioso, infine, lo stile adottato: Duccio Balestracci, che ho ascoltato anche dal vivo e che ricordo infatti come una persona molto simpatica, qui si lascia un po' troppo andare al cabaret: sarò esageratamente seriosa, ma se leggo un saggio storico non cerco una prosa eccessivamente brillante e continui commenti spiritosi, un linguaggio frivolo o capitoletti con titoli a effetto ("Rotta per casa di Dio"???).