Immaginate un’umanità obesa, del tutto annullata a livello intellettivo e motorio: uomini e donne che collezionano oggetti di dubbio valore, la cui sfera sessuale è delegata a dei robot pronti a soddisfare le loro voglie.
Siamo nell’anno 6000, una grande devastazione ha fatto tabula rasa delle città e la tecnologia detta legge; al centro della vicenda troviamo i coniugi Vitosi e i loro robot da compagnia, Dafne e Piteco, i quali decidono di fuggire da casa in reazione a un pericolo fattosi sempre più crescente: le macchine hanno preso a delinquere; inoltre, un altro robot, lo Xenofon, è evaso e semina il terrore, mentre la terra si prepara a una nuova invasione aliena.
Strano a dirsi, ma questa trama appartiene all’ultimo romanzo di Ermanno Cavazzoni, che qui si cimenta con la fantascienza, mischiando il post-umano alle celeberrime leggi di Asimov, declinando il tutto secondo la sua poetica.
Gli sterminati paesaggi che troviamo nella Galassia dei dementi somigliano a una versione apocalittica di quelli già visti nel Poema dei lunatici, e i personaggi paiono usciti da una delle Vite brevi di idioti.
Cavazzoni continua a raccontare l’inadeguatezza e la stupidità umane, con piglio ironico e leggero, supportato da un’ottima scrittura; ma il problema di questo testo risiede però nella lunghezza e nella ripetitività: quasi settecento pagine sono troppe per una storia filtrata dall’umorismo sui generis dell’autore emiliano, il quale ha sempre funzionato meglio, spesso in modo eccellente, in forme più o meno brevi.
Un peccato, perché c’erano tutti i presupposti per fare qualcosa di unico.