«Ci sono gli amori che hanno a che fare con i percorsi, quelli che hanno a che fare con la solitudine e poi ci sono quelli che non servono a niente, gli amori altissimi.». Prendere le distanze dal mondo, e sentirsene sempre più parte. Questa è la storia di una donna, e del suo pensiero magico, che giorno dopo giorno le si attacca addosso. È la storia di quello che si nasconde tra le pieghe del reale ed è invisibile. La incontriamo, dopo troppi campari, davanti a una porta chiusa, alle prese con un addio maldestro e poetico: la decisione di abbandonare, dopo anni – secoli? – di sensi di colpa e compassione, di fallimenti e rimpianti, un uomo al quale non crede più. «Mi capita di aspettarlo ancora, azzero per un momento la vastità dei fenomeni incomprensibili ed entro di nuovo lì, dove si poteva credere a tutto e io venivo fermata, risarcita, protetta.» Alla psicoanalisi si sostituisce l’incanto, e poi alcuni incantesimi, piccoli riti magici, scintille astrali, tutto ciò che non ha ancora un nome, fa un po’ di luce, non è divino, ed è per questo indicibile. E infine, al pari di un’iniziazione, l’amore incondizionato per un uomo assurdo, poetico, scostante, la cui ritrosia somiglia a una cura.
Sara Gamberini vive a Verona. Ha lavorato in alcune strutture psichiatriche e poi ha collaborato con diverse case editrici nella valutazione dei manoscritti. Mestoso è l’abbandono è il suo primo romanzo.
L’avevo adocchiato al BookPride. Poi l’ho visto al Libraccio al 50% e me lo sono intascato. In generale trovo molto belle le edizioni che sta sfornando l’editrice Hacca: la carta, il font, l’impaginatura, le copertine. Questa copertina è una delle mie preferite del 2018.
Peccato che il contenuto mi abbia convinto molto meno. Sono d’accordo con chi ha detto che mancano appigli. Mancano anche le dinamiche, tutto troppo fraseggiato, troppo da prosa poetica. Una storia che va avanti per singoli pensieri, per immagini fragili. Fantasie, vaneggiamenti.
La trama cerca di progredire su due fronti: (1) Maria lavora in una libreria e ha una storia con Lorenzo, un collega. Due ragazzini delle medie sarebbero più scaltri e convincenti. (2) Maria in analisi con il Dottor Lisi. In entrambi i casi si muove tra il mistico e il depresso.
Di frasi carine ce ne sono ma scovarle è un lavoro da cercatore d’oro del Klondike. È complicato tenere in pugno 200 pagine così. O forse semplicemente non è l’idea di romanzo che preferisco.
Come montare la panna all’infinito. E poi? Artificioso. [57/100]
Dal salone mi porto a casa questo romanzo maestoso. L'ho tenuto in borsa con me per potergli dare un'occhiata in aereo. L'ho aperto e iniziato nella fase di decollo e ho letto l'ultima pagina mentre atterravo a Palermo. Me lo sono bevuto letteralmente mentre eravamo sospesi in aria, senza accorgermi né delle lotterie, né della vendita dei profumi né del vicino che russava. Perché questo è un libro che va letto in mezzo alle nuvole e mica coi piedi per terra. Una scrittura e una voce nuove, potentemente originali. In queste pagine sono condensati lirismo, passione, disperazione, speranza, in un gioco di incastri liquido e permeabile. È tutto un andirivieni di pensieri, un tarlo mentale che da lettore segui nel suo girovagare arzigogolato. Non voglio dire di cosa parli Sara Gamberini nel suo potente romanzo, voglio dire invece la maniera in cui lo dice. Ed è la maniera del pensiero moderno che si intreccia con la paranoia, l'angoscia, i residui di rabbia del vivere in una famiglia disfunzionale. È il perpetuo protrarsi del karma familiare, catena apparentemente inscindibile. È la celebrazione dell'abbandono col suo fardello di paura, le crisi di panico, le insicurezze e l'inadeguatezza. È un libro che ipnotizza e ti risucchia. Dentro te stesso prima ancora che dentro le sue pagine. Avvertenza: è un medicinale e può avere effetti collaterali.
L'assenza della madre resta anche quando madre lo diventi tu. L'assenza non come mancanza di presenza ma come mancanza di intenzione di essere madre. Maria è una donna che fa analisi e ripercorre i suoi disagi profondi. La difficoltà di accettare la realtà, il farsi consolare dal magico e dall'irreale perché la realtà fa male e non si sa guardare a terra. Ciò che non mi è piaciuto, ciò che a mio parere rende il romanzo a tratti infantile è stucchevole è la prosa, che vuole essere evocativa a tutti i costi e risulta innaturale e altisonante il più delle volte. Le pagine sono piene di parole quali: ineffabile, la più usata, indicibile, inaudito, invisibile, inattuale, impossibile, assurdo... Una prosa che cerca l'altissimo, un sentimentalismo adolescenziale che trova un minimo riscatto nella sfiorata tragedia finale. Per fortuna la malattia e la morte ci rendono più terreni. Arcobaleni rotti, tarocchi, pulviscoli celesti, alberi da abbracciare, creature dei boschi, tramonti rosa, oroscopi. Ma cosa ci vuole dire l'autrice? La metà del libro sono frasi di cui non ho colto alcun senso. Mi sembra un gioco pretenzioso al non farsi comprendere per risultare evocativa, ma di cosa? Della solitudine dovuta ad una madre più sola di lei? La solitudine delle particelle universali? Gli atomi di vuoto di cui siamo fatti? Domande a cui non so rispondere. Spero che lettori migliori di me abbiamo colto tutto ciò che voleva essere detto. A me il come interessa più del cosa, e in questo come non mi sono per nulla ritrovata.
E' ironico come un libro che si chiama "Maestoso è l'abbandono" mi abbia portato più volte a domandarmi "Ma che faccio con questo libro, lo abbandono?". Credo che in questo caso ci troviamo davanti a un'idea che funziona sulla carta, ma non è stata trasposta bene nella pratica per colpa di una scrittura TROPPO evocativa. Mi spiego meglio: non ho nessun problema con i libri molto introspettivi in cui una trama più tradizionale viene messa in secondo piano in favore di immagini ardite che cercano di far entrare il lettore nella psiche del protagonista. Tuttavia, ci deve essere una base di fondo, un' impalcatura che possa rendere possibile la decodificazione di queste immagini. Se in 200 pagine non riesco a capire veramente 1) i problemi che affliggono la protagonista 2) il suo rapporto con i genitori e 3) la sua concezione di amore, come faccio a immedesimarmi con lei e con i suoi perenni lanci nell'iperuranio? Appunto, è impossibile, rimango semplicemente con delle frasi in mano che, mi dispiace, nella stragrande maggioranza dei casi non hanno nessun senso, quando non sfondano nella supercazzola totale. Perché va bene tutto, ammetto anche che questa scrittura potrebbe piacere tantissimo a un tipo di lettore diverso dal mio, ma se in una scena d'intimità la protagonista pensa "Ama me, la persiana", le mie braccia non possono fare a meno che staccarsi e cadere a terra con un tonfo. Anche perché paradossalmente non si capisce nemmeno se si stia referendo a una persiana intesa come nazionalità o a una persiana intensa come una tapparella.
Grande delusione. La mia valutazione non è più bassa perché sono consapevole che questo libro potrà piacere ad altre persone e che quindi non è da bocciare completamente. Inoltre, la prosa di Sara Gamberini mi ha fatto rivalutare positivamente lo stile che ritenevo supercazzolaro di Nicola Lagioia.
“Ci sono gli amori che hanno a che fare con i percorsi, quelli che hanno a che fare con la solitudine e poi ci sono quelli che non servono a niente, gli amori altissimi.”
Un romanzo d’esordio strepitoso che, ad appena una settimana dalla sua uscita in libreria, sta già riscuotendo grande successo. Pagine sulle quali sono rimasta incantata, imprigionata in un’atmosfera che sa di magia, di amuleti, di foglie d’autunno, passeggiate nel bosco, amori difficili e abbandoni insostenibili.
Maria si racconta, in continuo equilibrio tra fame di amore e desiderio di distacco da tutto, attraverso il suo rapporto con la madre, una donna quasi eterea, troppo occupata a vivere oltre la realtà per potersi prendere veramente cura della figlia, attraverso il suo rapporto con l’analista, il dottor Lisi, per il quale sviluppa una sorta di dipendenza fuorviante, attraverso il suo rapporto con Lorenzo, con il quale inizia un amore “a vuoto”, privo di aspettative, un amore poetico, fatto di ritrosia, un amore davanti al quale la troviamo, una mattina, dopo aver consumato una confezione da sei di campari, in preda ad un abbandono che richiede tempo, perché è maestoso.
Il pensiero magico di Maria, quello che si cela dietro le cose del mondo, che si riesce a vedere solo con le prime luci dell’alba, o l’ultimo buio della notte, che si svela tra le pieghe dei sogni, è meravigliosamente reso in questo libro da un linguaggio poetico che fluisce, cattura, e che accompagna la protagonista nel suo percorso di scomposizione del dolore, dei fallimenti, dei rimpianti, un percorso di evanescenza, di ascesa, verso un mondo che può essere diverso.
“Ho pensato che fosse il momento di andare in alto quando ho visto che non sapevo dove appoggiarmi. Dopo aver cercato contenimento ovunque, ho ceduto alla mia evanescenza. L’assenza di base negli anni si è trasformata in una spinta verso la volta celeste.”
“Adesso so che per curare la malinconia serve avvicinarsi alla tristezza, per cambiare la qualità della rabbia è necessario perdere la ragione per un momento e che i sensi di colpa hanno sempre ragioni fondate, e non provo più troppa pena per i deboli.”
“Mi sono svegliata senza il dottor Lisi, dopo pochi giorni lo avevo già relegato tra le persone importanti della mia vita, detestate e amate, qualcuno di cui conservare il ricordo ma da tenere distante, le sue interpretazioni mi erano del tutto estranee, come qualcosa letto in un libro che non appassiona abbastanza. Compravo giornali che non leggevo, mangiavo cibo di pessima qualità e la notte scrivevo poesie molto tristi. Camminavo per casa prestando grande attenzione ai pensieri, ero animata da una serietà molto vicina alla delusione, severa, solenne. A dire il vero temevo di perdere la ragione.” Maria e il dottor Lisi, il dottor Lisi e Maria. Quando si è in analisi, il punto di riferimento è uno solo: l’analista. A lui si dedicano pensieri, si donano sogni come fossero pegni d’amore, le sedute diventano un momento – il momento - certo e costante attorno a cui ruota, con orari e giorni prefissati, la vita intera. Così è per Maria, giovane libraia dalla vita comune: forse innamorata di Lorenzo, forse buona amica di Bianca, forse seriamente interessata alla vita dei genitori. Forse, solo occupata dalla propria analisi. Che un giorno però dovrà finire, portando con sé un languido, doloroso e dolcissimo senso di abbandono. Libro densissimo e quasi senza trama, i cui personaggi ondeggiano come spuma nei pensieri di Maria, utili al suo monologo interiore, alla sua analisi infinita che si snoda in un ossessivo percorso serpentino, e all’estenuante fatica del distacco dallo psicanalista. Ma c’è mai la fine in un’analisi? Come si riconosce il momento in cui va terminata? Come guarire dall’abbandono nostalgico che porta con sé, con un’altra analisi ancora più infinita, ancora più estenuante? Com’è complicato questo libro, e com’è bello! Non so neppure se consigliarlo, per alcuni versi è un distillato di dolore, per altri è felicità pura. In bilico fra poesia e terapia, è scritto in una lingua dolorosamente sensibile, come di lacerazione sanguinante ed esposta, nel contempo però luminosa e ricercata, con punte di sottilissima raffinatezza. Lascia una scia di sensazioni estetiche fulminanti, di frasi spezzate, di pensieri interrotti. Un romanzo che avvolge e stringe forte. Un ottimo esordio, secondo me.
Dopo tre pagine mi sono detto: "Ecco uno di quei libri che forse non finirò". Un'ora e mezza e cinquanta pagine dopo, mi sono detto: "Ecco uno di quei libri che forse non dimenticherò".
Per amarla come poi l'ho amata, è necessario sintonizzarsi con la prosa di Sara Gamberini, accordarsi al suo ondeggiare sospeso in apparente mancanza di appigli. Così mimetico, in fondo, al tema dell'abbandono, che è il cuore - cruciale e smarrito - di questo suo romanzo d'esordio, una processione rapsodica e associativa in cui i riferimenti sembrano dileguati, intendo gli individui, gli oggetti, gli affetti, le autorità, i progetti, le speranze. A rendere viva questa storia, raccontata da una prima persona - Maria - in bilico su una crisi di identità che la rende permeabile, fragile e provvisoria ma straordinariamente acuta, è la delicatezza con cui si sciolgono i nodi di intuizioni profonde, periodi giocati sul filo di paradossi sensatissimi, una cartografia emotiva del paesaggio nascosto sotto gli equilibri del quotidiano. L'abbandono archetipo con cui fa i conti Maria, tenta di sublimarsi nelle figure degli analisti, di un amante complicato, di amicizie generose e occasionali, ma troverà una specie di soluzione solo sbattendo contro la più dura delle esperienze (ed è quando le pagine assumono una concretezza spietata che stringe cuore e stomaco). Una romanzo che restituisce molto più della non poca disponibilità che chiede al lettore. Lo consiglio di cuore.
Maestoso è l'abbandono di Sara Gamberini non è un libro. È qualcosa di vivente. L'ho capito subito. Perché in libreria respirava. E la luce bianca della copertina rifletteva tutta la vita al di là della vetrina. A casa abbiamo parlato a lungo. Una lingua che pochi capiscono. L'ho sottolineato quasi tutto. Ho sentito che ne era felice. Gli ho fatto vedere tutte le pietre magiche che tengo sul comodino. In fila perfetta secondo un ordine prestabilito che non esiste. L'ho portato a vedere il mare. Alle prove di teatro. A un appuntamento con un uomo a cui non volevo andare, per poi sbagliarmi tantissimo. Alla fine mi ha fatto venire voglia di fare cose che rimando sempre. Cose di cui ho paura, che penso di fare male. Mi ha suggerito che se sbaglierò, avrò sbagliato, tutto qui. Mi ha fatto riflettere sul fatto che probabilmente questa smaniosa incessante voglia di verità è una malattia. Adesso ho perfino voglia di un giro in moto, io che ne ho una paura assoluta.
"Siamo nell'era dell'amore immaginario, per gli estimatori dell'inattuale si tratta di uno dei sentimenti più alti, l'amore a vuoto, privo di aspettative. Mentre io, segretamente, aspettavo."
3.5 Un libro difficile da seguire sia dal punto di vista della forma che per la tematica. Lo stile di scrittura è una sorta di flusso di coscienza tipico di una persona che tende a rimuginare — e per questo un po’ mi ci rivedo perché è uno schema che mi viene naturale — ma talvolta salta da un argomento all’altro senza appiglio, senza dare al lettore abbastanza elementi per capire in che direzione si sta andando. Spesso vuole essere forzatamente poetico.
Essendo il primo libro che leggo di questa autrice, non so se è il suo modo di scrivere o se è volutamente forzato per tracciare meglio i contorni della protagonista, una giovane donna dal passato — e dal presente — complicato, persa dietro la metafisica, una madre da sempre assente, l’amore non ricevuto o ricevuto nel modo sbagliato, l’abbandono e l’incapacità di abbandonarsi.
Nonostante la sua intrinseca difficoltà, questo libro è riuscito comunque a parlare direttamente ad una parte di me che era nascosta da qualche parte e lo stava aspettando. È proprio vero, che i libri giusti per noi arrivano proprio nel momento in cui ne abbiamo bisogno!
Maestoso è l’abbandono, ma non tanto quello fisico: quello delle attese, delle nostre proiezioni, del come vorremmo che fosse. I maestri zen sostengono che le difficoltà nascono quando crediamo che la nostra vita dovrebbe andare diversamente da come sta andando. Smettere di cercare la luce è luce. Forse l’unico segreto per vivere bene è indossare una membrana, come quelle delle cellule che ti proteggono dal mondo esterno, mantenere quella distanza che permette di potersi avvicinare al mondo con una certa protezione. Splendida scrittura, contenuto molto lirico e intimo. Non adatto a chi ha voglia di azione e personaggi vincenti. La nostra protagonista è piena di quelle fragilità, sensibilità e domande che fanno tanto orrore oggigiorno.
Qui, in questa storia, non succede niente, è una trama di pensieri, parole e scrittura. Una scrittura ondivaga e musicale, stralunata, assurda e ironica; scollegata, eppure connessa. "Ho avuto un fidanzato che mangiava le sarde fritte fredde stando in piedi davanti al frigo". Allitterazioni, anafore, paronomasie mutano la prosa in un ritmo poetico, in una canzone, no sense, eppure densa di significati.
Maria, figlia di Lucia, una donna indimenticabile " femminista, narcisa, sessantottina" parla di lei come mito fondativo di se stessa e lascia intravedere il centro, nel vortice: mamma non mi abbandonare, mamma mi hai abbandonato, mamma sarò capace di non abbandonare mia figlia. Io non "infetterò i figli con la mia evanescenza", sarò evanescente e ci sarò.
Non lo so. Uno di quei libri che quando lo finisci dici “non lo so”. Mi ha convinta poco, molto poco. Difficile stargli dietro, una trama non trama, pensieri buttati lì, lì dove la realtà non si riesce ad affrontare e l’immaginazione va un po’ troppo per le sue. Una mamma che non c’è (almeno credo), e una donna che mamma non riesce ad essere perché non riesce, in primis, a essere donna. La scrittura è una prosa estenuante in alcuni tratti, in altri difficile da capire, in altri ancora non lineare. Frasi e paroloni messi così, con poco senso.
Detto ciò, copertina stupenda, ma non è la copertina a fare un libro, non sempre.
Un libro maestoso. Maestose le suggestioni e le libere associazioni. La storia di Maria, voce narrante, attraversata dal dolore per una madre disturbata ed infinitamente amata che ne condiziona l'esistenza, la capacità di amare e la paura di abbandonare per l'abbandono vissuto prima sulla propria pelle. Bellissimo. Da leggere e rileggere lentamente.
Questo libro lo puntavo da un po', complice il fatto che una certa amica continuava a parlarne, a consigliarlo. Così l'altro giorno, quando sono andata in libreria a ritirare altro, vedendolo sullo scaffale, l'ho preso e me lo sono portata a casa.
Maestoso è l'abbandono è un libro strano - che poi, cosa significa strano? Diciamo che non è un romanzo tradizionale con intreccio, dialoghi. Ma non è neppure un memoir né un'autofiction, insomma non è uno di quegli oggetti letterari non identificati che ultimamente leggo spesso.
Maestoso è l'abbandono è un libro che parla di abbandono, di assenza, di disagio, di appigli, di dolore, di ricerca. E lo fa in maniera spiazzante, con una prosa lirica, densa e a tratti respingente, seguendo il filo contorto dei pensieri.
È un libro che mi ha affaticata ma che sono contenta di aver letto. Ed è anche un libro che non consiglierei a cuor leggero.
Sono contenta di aver letto questo libro. La protagonista mi ha dato come l'impressione di voler riempire i vuoti alle persone che di vuoto hanno molto, in modo da rendere tutti un po' speciali. È una cosa che faccio anch'io. Scrittura scorrevole, non pesante. Sarebbe bello se più persone leggessero questo libro.
Non mi è quasi mai capitato di abbandonare un libro oltre la metà. Qualche guizzo, qualche frase sentenziosa ben scritta non bastano a un impianto narrativo acerbo, pretenzioso. Maestoso l'abbandono, dunque, alla lettera.