Esiste una generazione di calabresi cresciuta fra cunti, miracoli di santi e dèi. A quei tempi il furto era vergogna, il sopruso arroganza e nelle rughe di Africo insegnavano a non frequentare i peggiori. E la mafia, che c’era stata, che c’era, vedeva restringersi rancorosa il proprio spazio.A quei tempi cresce Nicola, e con lui gli amici Filippo e Antonio, compagni di avventure. Ragazzini che vanno a scuola, o, meglio, che marinandola si avvicinano alla piccola criminalità. Ma l’arrivo improvviso di Papula, un ragazzo più grande, che lavora in Germania e torna in paese parlando di rivoluzione, solleva un vento nuovo per tutto l’Aspromonte e fa sognare gli uomini, le donne e i ragazzini. E allora a San Luca prende a pulsare la protesta operaia e Platì diviene la patria del cooperativismo contadino. È il Sessantotto aspromontano – in pochi lo conoscono, ma c’è stato. Fa nascere la speranza di fondare un mondo nuovo, di ottenere i poveri scoprono di aver bocca e idee; le donne trovano il coraggio di scioperare contro gli gnuri; i figli si rivoltano contro i padri, i fratelli contro i fratelli. E poi tutti, insieme, contro i compari.Lo stato, invece, si mette dalla parte del potere locale, dei malandrini, di coloro che, per mantenere i propri privilegi, sono pronti ad azzannare al collo i migliori.È così che nell’Aspromonte arriva la maligredi, ossia la brama del lupo quando entra in un recinto e, invece di mangiarsi la pecora che gli serve per sfamarsi, le scanna tutte. E, quando arriva, racconta Criaco, “la maligredi spacca i paesi, le famiglie, fa dei fratelli tanti Caini, è peggio del terremoto e le case che atterra non c’è mastro buono che sa ricostruirle”.
Gioacchino Criaco nasce ad Africo, un piccolo centro della costa ionica calabrese. Figlio di pastori, in giovane età inizia a meditare su una nuova trattazione letteraria dell'Aspromonte e luoghi limitrofi, data la scarsa divulgazione degli stessi.
Dopo anni di sperimentazione, nel 2008 pubblica Anime nere, il suo primo romanzo, di grande impatto socio-culturale. Inaugura così il noir di matrice calabrese.
Criaco racconta e descrive quelle realtà minori al limite della civiltà che, nonostante facciano parte di un contesto territoriale inserito in una nazione sviluppata e democratica, sembrano continuare a vivere di leggi e tradizioni proprie, a dimostrazione di una distanza fisica e politica forse irriducibile.
Ambientato ad Africo, piccolo paesino, la storia ci porta nella Calabria del dopoguerra, quando l'Italia cominciava a riprendersi economicamente ma il sud restava bloccato a una povertà senza tempo. Criaco, grazie al suo stile diretto, ci racconta di un luogo dove la vita è dura, la mentalità è arcaica, e le tradizioni dominano la quotidianità. Il libro segue le storie di tre ragazzi - Nicola, Filippo e Antonio - che, tra marachelle e primi contatti con la criminalità, cercano il loro posto in un mondo che sembra non voler cambiare mai. Sono figli di un popolo semplice, unito nei momenti di difficoltà, ma anche segnato da povertà e ignoranza. Al centro della storia c'è Papula (ispirato a Rocco Palamara) un giovane che vuole portare cambiamento nel suo paese. Papula incarna lo spirito rivoluzionario di chi non accetta di vivere sotto il gioco degli "gnuri" o sotto il controllo dei "malandrini". Criaco mostra un Sud fatto di donne forti, madri e mogli che, pur essendo schiacciate da una società maschilista, diventano il cuore pulsante di una rivoluzione sociale. Sono loro, insieme ai figli, a lottare contro un sistema ingiusto e uno stato assente. Non è un romanzo facile, né una lettura leggera; le parole di Criaco sono dense, a volte dure, ma così vivide che sembra di vedere quelle strade polverose, di sentire il vento che soffia dal mare, di percepire l'odore del sugo finto nelle case. Un libro che lascia dentro un misto di rabbia e nostalgia, facendo riflettere quanto sia difficile, ma al tempo necessario, lottare per un futuro diverso.
C’è la Calabria degli anni 70, in questo libro. Quella Calabria dei paesini derubati della meglio gioventù, costretta a emigrare per assicurare il pane alla famiglia; quella Calabria in cui anche chi rimane deve lottare per non cedere alle tentazioni di una vita da malvivente; quella Calabria dalla natura di una bellezza sfolgorante, ammaliatrice, ma insufficiente a fornire il sostentamento ai suoi abitanti. Io questa Calabria qui la conosco, ci sono cresciuto. La “fortuna” ha voluto che mio nonno, orfano perché i genitori erano morti durante un’epidemia, fosse cresciuto dal prete del paese. Una “fortuna” perché ha potuto studiare, conoscere, vedersi introdotto (seppur in posizione subordinata) nel mondo dei benestanti. Una fortuna perché è riuscito a far studiare i propri figli, a evitare che andassero via. Ricordo però le vedove bianche, l’atmosfera strana che si creava quando qualche emigrante, dopo mesi di assenza, tornava a casa. Ma si può davvero chiamare casa un luogo in cui ti senti estraneo, in cui perfino i tuoi figli ti guardano con sospetto? Assegno 4 stelle, ma non 5, perché la parte finale non scorre altrettanto bene quanto la prima. Ma forse la valutazione corretta sarebbe stata 4.5.
P.S. Consigliatissimo a tutti coloro che hanno origine calabrese