«Je ne sais rien de mon frère mort si ce n’est que je l’ai aimé. Il me manque comme personne mais je ne sais pas qui j’ai perdu. J’ai perdu le bonheur de sa compagnie, la gratuité de son affection, la sérénité de ses jugements, la complicité de son humour, la paix. J’ai perdu ce qui restait de douceur au monde. Mais qui ai-je perdu?»
Daniel Pennac (real name Daniel Pennacchioni) is a French writer. He received the Prix Renaudot in 2007 for his essay Chagrin d'école.
After studying in Nice he became a teacher. He began to write for children and then wrote his book series "La Saga Malaussène", that tells the story of Benjamin Malaussène, a scapegoat, and his family in Belleville, Paris.
His writing style can be humorous and imaginative like in "La Saga Malaussène", but he has also written essays, such as "Comme un roman", a pedagogic essay."La Débauche", written jointly with Jacques Tardi, treats the topic of unemployment, revealing his social preoccupations.
E io mi commuovo, leggendo per la prima volta di Bartleby e di suo fratello Bernard.
Ho iniziato a leggere Mio fratello, di cui avevo letto un breve articolo, forse, o un estratto online (non ricordo più dove né cosa) per cercare mia sorella, convinta che l’avrei trovata fra le parole che Daniel scrive per ricordare il fratello Bernard morto in seguito a un intervento chirurgico. Ho trovato mio padre, invece, fra le parole di Pennac, e anche il suo essere riuscito, sorprendendomi, a dare un nome a qualcosa che da molto tempo, nello specchietto retrovisore della macchina, o camminando per la strada, succede anche a me:
A volte, per la strada, lo vedevo in lontananza. La figura lenta e fragile, quell’impermeabile che sembrava posato direttamente sulla pelle... Non avevo bisogno di verificare. Sapevo benissimo che non era lui. Eppure l’avevo visto.ogni tanto lo vedo ancora. Si chiama “lutto mimetico”, esiste, è consolatorio, è rassicurante.
E poi l’incontro con Bartleby, mai avvenuto, sempre rimandato, ora così presente, così vivo. Non so perché Pennac abbia voluto preferire questa traduzione francese indicata nelle note (o meglio, lo spiega riferita alla famosa frase Preferirei di no - I would prefer not to - so solo, però, che ogni parola tradotta, ogni sensazione regalata da ogni singola parola tradotta in italiano da quella traduzione è stata perfetta.
Se ne stava in piedi, come l’ultima colonna di un tempio in rovina, solitario e muto in mezzo alla stanza deserta.
Pennac escogita il modo migliore per esprimere il suo amore verso Bernard, suo fratello maggiore, morto a 69 anni, nel 2008, e per parlare di "Bartleby lo scrivano", il grande racconto di Melville: storia che Pennac ha adattato per il teatro. Nel libro egli alterna ricordi di suo fratello e della messa in scena di Bartleby, mentre le loro vite scorrono parallele. Bartleby non è un personaggio assurdo, questo può pensarlo solo chi vive di sinossi, Bartleby siamo un po' tutti quando non sappiamo spiegarci le cose che pensavamo un tempo, quando ci rendiamo incomprensibili agli altri, a noi stessi, quando abbiamo a che fare con mogli, figli, amici, parenti che sembrano fare cose altrettanto incomprensibili, quando facciamo una stupidaggine e non sappiamo cosa dire, e restiamo muti. Quando eravamo quelli che non avrebbero fatto male a una mosca ma poi la mosca l'abbiamo schiacciata, spiaccicata sul muro. Quando troviamo schiere di persone che vogliono spiegarci chi siamo. La grandezza e attualità del racconto di Melville è quella di non voler spiegare niente, il notaio non sa più cosa fare di Bartleby, arriva a lasciargli l'ufficio per non sfrattarlo e mandarlo per strada, dove potrebbe lasciarsi morire, Bartleby mangia solo biscotti allo zenzero, si alimenta solo perché deve farlo. Per tutto il resto preferirebbe di no.
Suo fratello Bernard è stato un uomo mite, spiritoso, che non amava commentare, spiegare, giudicare. Era un ingegnere e lavorava nel settore aeronautico, ha avuto anche ruoli di responsabilità e supervisione, Bartleby nel racconto di Melville è lo scrivano di un notaio, che si rifiuta di fare qualsiasi cosa. Non ha ruoli di responsabilità, è solo al mondo. Preferisce non fare, e non dire perché non vuole fare le cose. Bernard ha avuto un matrimonio normale, una vita di soddisfazioni, sua moglie lo attaccava per il suo carattere distaccato, di chi si lascia vivere, lui invece non ha mai detto nulla di male verso di lei. Una volta ha tentato il suicidio sbagliando compresse, aveva preso euforizzanti anziché sonniferi. Bernard non è Bartleby, solo Bartleby è Bartleby, quindi cosa vuole comunicare Pennac con questo accostamento recondito? Forse vuole fare quello che fa la letteratura, mostra e non spiega le cose, Bernard non spiega i suoi umori, è naturalmente ironico, ma non commenta, parla solo se necessario, Svevo ha scritto che il silenzio è più completo del ragionamento perché resta muto. Il ragionamento esclude alcune ipotesi e deduzioni e ne porta a conclusioni altre, talvolta creando parole vuote, forzando le cose, il romanzo invece le tiene tutte insieme, pressanti, come la vita. Quando in una pagina Pennac si mette a elencare le interpretazioni degli spettatori che hanno visto il suo spettacolo ne viene fuori un quadro piuttosto comico, tutti avvertono il bisogno di commentare, spiegare, diagnosticare Bartleby; secondo un medico Bartleby è ebefrenico, ha perso il desiderio di vivere, per alcuni aveva la tubercolosi in stato nascente, Bartley era un abulico con uno stato avanzato di sifilide. Lo stesso accade nel libro con i colleghi del notaio, tutti si sentono in dovere di dire che il notaio è impazzito per affezionarsi in modo così imbarazzante a un relitto umano come Bartleby.
Deux livres, en fait, qui se saluent l'un l'autre et s'éclairent mutuellement au cours des brefs chapitres: une relecture de Bartleby, savoureuse et savante, et une évocation silencieusement douloureuse du frère mort de Daniel; un hommage à ceux qui "préfèrent pas", un éclairage sur une fratrie, beaucoup de tristesse, douce et aimante.
Daniel Pennac tratteggia il ricordo del fratello scomparso, insostituibile compagno di vita. Un libro toccante, ed emozionante. Una storia d’amore fraterna che mette i brividi nonostante la lentezza della narrazione anche se i due piani narrativi si incastrano molto bene.
I bought this at random in a Paris bookshop. It was on the shelf of new best-sellers though I can't imagine why, except that the French seem open to any book that does not fit the normal categories. This one certainly doesn't. The first strange thing is that it contains so little by the author himself, and still less that relates directly to the title, the author's meditation on the recent death of his brother.
There are only 113 printed pages in the book, and many of these contain only a short paragraph. Half of them (the 30 even-numbered chapters) are extracts from Melville's story Bartleby the Scrivener, in French. But the translation is by someone else, Pierre Leyris; all Pennac has done is to trim it to a length suitable for the staged readings that he has apparently given all over the country. Much of the remaining text is an account of these performances: his preparation, his mise-en-scène, the dynamics of different audiences, and a compendium of things said to him at the stage door. Only about 20 short chapters, then—say 40 pages in all—are about his brother, Bernard.
Daniel Pennacchioni is the youngest son of a Corsican-Provençal family. His brother Bernard, six years older, became his special companion, and they would play closely together as children. And continue to see one another in adult life; there is no great mystery here, except that Daniel feels that he has had less and less understanding of who Bernard was inside. A case in point: he discovers quite by accident that his brother slept in a separate room from his wife. The Bernard whom he thought he knew has faded, like Melville's Bartleby, into an inscrutable stranger. This book—indeed the whole project of giving the stage performances—is his attempt to bring him back into focus.
I can't help comparing this oblique grief narrative to Levels of Life, Julian Barnes' beautiful book on the death of his wife. Barnes is also a Francophile, and he also devotes much of his book to stories only tangentially related to his subject; Sarah Bernhardt, early photography, and the first balloon ascent in Paris are among his subjects. But those stories are his, told in his own words, and his grief, when he finally gives voice to it, is heartbreaking. I was curious about Pennac's methods, but largely unmoved by his personal story. The main interest for me was rereading the Melville through the curious filter of abbreviated French—and that was fascinating.
Un duplice omaggio. A Bernard, amato fratello improvvisamente strappato alla vita, e a Melville, con la messa in scena del monologo teatrale dedicato a Bartleby lo scrivano. Un legame sottile unisce la persona e il personaggio: la volontà di non aggravare l’entropia del mondo. Le parole di Pennac dipingono a pennellate lievi un bel ritratto del fratello maggiore e lasciano intatto il mistero di Bartleby, così come aveva fatto Melville.
il mio secondo Pennac. trovato per caso in libreria.
quanto mi sono rivista in lui nel cercare chi non c'è più in mezzo alla strada e di rivederlo nei volti altrui, quante volte ho riguardato i ricordi condivisi nella mia mente, pur sapendo che mi avrebbero ferita, quante volte ho rivisto quella persona nei gesti e nelle parole di qualche conoscente.
DA LEGGERE ASSOLUTAMENTE.
ps: non vi assicuro che, a fine lettura, ne uscirete come prima ❤️
"Evitiamo di aggravare l'entropia..." Uno dei princìpi di mio fratello morto. "Usiamo l'usato?" "Esatto, niente abusi e usiamo l'usato": Era morto da sedici mesi. La sua presenza mi mancava. Abitavamo a settecento chilometri di distanza, ci vedevamo poco ma ci telefonavamo spesso. Nelle prime settimane dopo la sua morte mi è capitato di alzare il telefono per chiamarlo. Smettila. E' una cosa da mentecatti. Un conto è star male, un conto comportarsi da mentecatti. Riattaccavo senza aver fatto il numero, accusandomi di essermi lasciato andare a una piccola sceneggiata di lutto fraterno. Mi è piaciuto molto questo libro perchè anch'io ho perso un fratello e in molte frasi mi ci ritrovo. Il fatto poi di intercalare la sua rappresentazione teatrale/monologo di Bartleby lo scrivano di Herman Melville, mi sembra un'idea davvero geniale. Lo consiglio.
Da brava figlia unica ho sempre invidiato chi aveva fratelli o sorelle: intuire su cosa si basi il rapporto tra due fratelli è praticamente impossibile per chi non ha mai dovuto condividere giochi o genitori. Mi aspettavo un libro d'amore, ma non una storia parallela in cui Bernard è Bartleby (personaggio di un racconto di Melville) diventano sovrapponibili. Non ricordo quando avessi sentito Daniel parlare di questo racconto di Melville la prima volta, ma ho chiara la sensazione di stupore e incomprensione che mi aveva provocato.
Pennac si ritaglia uno spazio per riflettere sul suo rapporto con il fratello maggiore e nell'ultimo capitolo cattura l'essenza di una relazione solida, intelligente e incredibilmente umana.
Me gusta pensar Bartleby como la apertura de un camino moderno para la literatura, la asunción de un tipo de misterio que se aparta del abierto por Poe. Melville tomó otra ruta, indagó en la soledad de quien se niega a participar, mas no se quiebra. Como ha visto Deleuze, Poe no conduce a Musil, Bartleby sí. Daniel Pennac rearmó la historia para convertirla en monólogo y así pensar el duelo por la muerte de su hermano. En capítulos alternos y cortos va contando detalles de la relación con su hermano a la vez que nos propone releer el texto modificado a partir del original de Melville. El más divertido de ellos es ese donde varios asistentes a una de las funciones especulan sobre qué condición psicológica o psiquiátrica aquejaba a Bartleby. El libro es de esos que nos permiten vivir mejor 'en' los dominios de la imaginación que en la realidad porque aquella será siempre menos pobre. No hay nada que contar porque si bien toda vida es narrable, no toda narración invita a ser leída.
C'è un problema: quando vedo un nuovo libro di Pennac non so trattenermi e lo acquisto, non guardando nemmeno di cosa parla... In questo caso ho fatto fatica ad entrare in questa... biografia? pièce teatrale? romanzo? in cui si alterna la messa in scena di Bartleby (splendido oltre ogni dire racconto di Melville) e ricordi su Bernard, "il preferito", che abbiamo già conosciuto perché è lui ad avere spinto Daniel, le cancre della famiglia Pennacchioni... Ora che non c'è più veniamo a sapere della sua solitudine, del suo humour, della sua malattia... Capisco l'esigenza per il fratello di ricordare, ma l'esito artistico non è dei migliori (la mezza stella è per la stima immutata).
"Siamo fatte così, noi persone rispettabili: basta che una vittima oltrepassi i limiti della nostra pazienza ed ecco che diventa subito un aggressore." (p. 70)
"C'è una cosa che la morte ha in comune con la vita: devi farcela, costi quel che costi. Fino all'ultimo, ci sono i vivi che stanno lì a guardare!" (p. 73)
In questo libro Pennac vuole rendere omaggio al ricordo del fratello scomparso, e per elaborare il lutto decide di portare in scena la lettura di un celebre racconto di Melville, Bartleby lo scrivano. Proprio per il tema così personale ho trovato un Pennac molto nostalgico, senza però perdere la sua caratteristica umoristica. Infatti, il romanzo è un’alternanza di ricordi con il fratello e della rappresentazione teatrale, il cui protagonista, ci si rende conto man mano che la lettura va avanti, assomiglia tantissimo all'affetto perduto.
Un insieme di riflessioni personali e universali sul sottofondo della bellissima e tragica Umanità di Melville e del suo racconto - che ahimè non conoscevo.
Nella sua parte Pennac è sempre commovente, spesso buffo, a volte sarcastico, mai smielato.
Vorrò sicuramente ri-leggere Bartebly di H. Melville.
Rapportando l'opera di Melville, "Bartleby, lo scrivano" a quella di Bernard, Pennac delinea la figura o meglio il ricordo del fratello, deceduto un paio di anni fa. Un monologo carico di dolcezza, ma anche tanto dolore nel ricordare una persona per lui così importante per lui, ma con la quale si è spesso paragonato dal momento che era il figlio prediletto. La vita di Bernard e quella di Bartleby sono, in un certo modo, lo specchio l'una dell'altra. Entrambi hanno deciso di ritirarsi, nascondersi dal mondo sociale, preferendo la solitudine e stando soli con se stessi per ritrovarsi e capirsi meglio. Bernard è stato una presenza fondamentale nella vita di Pennac, anche se lo scrittore fa fatica a parlarne, a descriverlo. Una storia dipinta e descritta in modo tangibile senza pietismo.
Très difficile de noter ce livre parce que l'expérience a été particulière. J'ai eu très vite envie de sauter les pages en italique de Bartleby pour ne lire que les pages où l'auteur parle de son frère. Ces pages-là sont très belles. C'est un hommage sans en avoir vraiment l'air, c'est simple, c'est beau, c'est sobre, c'est noble. C'est vite lu donc bon, n'hésitez pas à essayer.
«Je ne sais rien de mon frère mort si ce n’est que je l’ai aimé. Il me manque comme personne mais je ne sais pas qui j’ai perdu. J’ai perdu la gratuité de cette affection, l’agrément de cette compagnie, la profondeur de ce silence, la distance de cet humour, la délicatesse de cette attention, la sérénité de ce jugement, cette intelligence des situations, la paix. J’ai perdu ce qui restait de douceur au monde. Mais qui ai-je perdu ? »
« Dans les premières semaines qui suivirent la mort de mon frère, j’ai perdu l’usage de mon corps. Je me suis abandonné. J’ai manqué me faire écraser plusieurs fois dans Paris, je me suis fait casser la gueule dans le métro, je suis tombé d’une falaise, j’ai fait un tête-à-queue qui a placé le museau de ma voiture au-dessus d’un précipice. Et je n’ai pas eu peur. Ni dans l’instant ni en y repensant. Histoire de me reprendre en main, je me suis dit que j’allais écrire sur lui. Sur nous. »
« - Nous n’existons plus mais nous faisons comme si de rien n’était. »
« J'étais quand même un peu vexé que la mort me prenne pour un crétin. Et puis, en cours de route, il se prit, non pas à y croire, disons à espérer. Il cédait à la tentation faite au sceptique. Et si, après tout, la mort proposait une immense tranquillité après l'effarant vacarme de la vie ? Et si, derrière cette lumière, dont il contestait l'origine surnaturelle, l'attendait un éden où il ne serait plus bombardé par les convictions des uns et des autres, où se tairait enfin la clameur assassine des certitudes et des envies ? - C'était tentant, tu sais ! Tellement qu'il fut à deux doigts de lâcher prise, de se laisser aspirer par le paradis des incrédules. - Mais je me suis dit, non, je ne peux pas faire ça, Daniel sera trop triste. Alors, j'ai fait machine arrière. J'avais une espèce de roue latê rale pour ça, montée sur un rail. Je l'ai actionnée dans l'autre sens et me voila. »
Questo libro è la prova perfetta di come la letteratura possa essere il miglior balsamo lenitivo per il dolore. Daniel Pennac si rifugia dentro all’opera Bartleby di Melville per elaborare il lutto del fratello e dargli un senso. L’opera e i ricordi di Pennac scorrono in parallelo. Un libro intimo e delicato. Vorrei tanto poter ascoltare quest’autore ora dal vivo a teatro.
Un Pennac inedito, lontanissimo dagli sfarzi satirici del Paradiso degli Orchi, un Pennac intimo, commosso, colmo d'amore per il fratello che gli è stato portato via, delicato e spietato, crudo e struggente nel ricordo dei momenti passati con lui e nella prematura morte....
J'ai eu du mal à rentrer dans ce roman (cette biographie ? cette pièce de théâtre ?) à deux voix. Deux histoires qui se répondent et parfois pas du tout, le Bartleby de Melville et l'histoire succinte du frère de Daniel Pennac, Bernard, le préféré. J'ai fini par y entrer, par aimer ce frère énigmatique et par vouloir lire aussi la nouvelle de Melville, caustique et un peu dramatique. Un ouvrage un peu étrange, avec quelques passages dignes d'un grand Pennac, mais pas l'un des meilleurs.
Un bel libro per rispolverare il francese. Non è impossibile da capire, rispetto ad altri libri in francese che ho avuto il piacere di leggere... o provare, a leggere...
Adoro Pennac e il suo stile, leggero, ironico ma mai banale. Eppure. Questo testo è più uno stream of consciousness, una forma di terapia a cui l'autore ricorre per elaborare il lutto per la perdita del fratello; solo che lo fa paragonando lui e il fratello ai protagonisti di una storia di Melville, che lo stesso Pennac ha riadattato a monologo e portato a teatro, e questi brani quasi predominano sul resto; e anche quando parla del fratello, ci si sente "di troppo", degli intrusi. Insomma, il lettore è catapultato in una dimensione intima, quella dell'autore, che cerca in tutti i modi di parlare di suo fratello senza però parlare troppo di suo fratello. Lo perdono, visto il delicato contesto, però ecco, ho di gran lunga preferito altri suoi libri.