La vicenda di Viki ha occupato per parecchio tempo le pagine di cronaca del Corriere della Sera. A scoprirla e raccontarla è stato un cronista che perlustrando la periferia di Milano, una sera d'inverno, in cerca di storie, ha visto un bambino fare ritorno da solo, nel buio, in una baraccopoli popolata da clandestini. Viki e la sua famiglia vengono dall'Albania e stanno cercando di inventarsi una nuova vita in Italia. Non è facile, perché non sono in regola. Ma Viki ha una marcia in più: è bravo a scuola, vuole imparare. Una storia vera, una volta tanto a lieto fine, per riflettere su parole come accoglienza, integrazione, solidarietà. Prefazione di Gian Antonio Stella. Età di da 11 anni.
I bambini italiani possono dire di avere case più belle, più grandi e più ricche della nostra. Ma anch'io posso dire di avere una scuola bella come quella dei bambini italiani. Lì, con le maestre e i miei amici, siamo davvero tutti uguali.
Viki che voleva andare a scuola è la storia vera di un bambino, per l'appunto Viki, che viene notato da un giornalista chiamato Fabrizio Gatti, a Milano mentre fa ritorno a "casa" da solo e al buio.
La casa in questione è una baraccopoli abitata da clandestini e anche Viki con la sua famiglia lo sono.
Il libro inizia il racconto della vita di Viki dalle origini, da quando ancora stava in Albania con madre, sorellina e nonni. Il padre come si leggerà nelle pagine a seguire si trova già in Italia a lavorare come muratore in nero.
Il testo è ricco di dialogo, tra Viki e la mamma, Viki e la sorellina Brunilda. I dialoghi aiutano molto ad entrare nella storia, nello spaccato di vita di un piccolo bambino che dopo una scelta a lungo ponderata e sacrificata, si ritroverà ad attraversare il Tirreno in una barchetta dall'Albania all' Italia.
Non è un libro che ho scelto stavolta, praticamente è lui che ha scelto me e in questo periodo sembra essere la lettura azzeccata. In pieno conflitto, mi ritrovo a leggere un libro su clandestini che arrivano in Italia alla ricerca di una vita migliore.
La lettura è fluida, i dialoghi espliciti, si denota l'ingenuità dei bambini e la forza d'animo dei grandi pronti a camuffare qualsiasi imprevisto o evento negativo in una storiella leggera.
La parte che più mi ha destabilizzato è stato il
racconto della traversata e dell'esperienza di Brunilda con uno dei due scafisti, ho letteralmente sofferto nell'immaginare la scena che hanno dovuto vivere. Nessun bambino ( ma neanche adulto ) dovrebbe mai vivere ciò che i bambini di questa storia, vera, hanno dovuto conoscere sulla propria pelle.
Mi è piaciuto tanto questo libro. In alcuni passaggi è un pugno nello stomaco perché non risparmia descrizioni estremamente realistiche, crude e a volte impressionanti (dalla ragazza sul gommone agli ospiti non graditi nella baracca) e forse la sua grandezza sta proprio in questo: nel ricordarci che i tanti che arrivano non vanno a stare negli alberghi a cinque stelle con il Wi-Fi e trentacinque euro al giorno, ma vivono una vita di stenti e di enormi difficoltà senza riuscire a trovare una strada che possa essere percorsa se non senza dolore almeno con la minor sofferenza possibile. Per quanto sia un libro di qualche anno fa, potrebbe benissimo essere stato scritto quest’estate, mentre gli umori e gli istinti più bassi dei nostri concittadini si sfogavano sulla pelle di migliaia di disgraziati disperati alla ricerca di una possibilità di sopravvivenza.
Un libro profondo, graffiante, realisticamente duro. Il racconto di Viki lascia l’amaro in bocca, proprio perché un bambino non dovrebbe vivere esperienze così, ma, ancora una volta, mette in risalto ciò che di importante c’è: la scuola. Consiglio questo libro ai docenti, che lo facciano leggere ai propri studenti.
Una storia commovente ed emozionante, il fatto che poi sia una storia vera fa ancor più riflettere e pensare. Devo ammettere che le riflessioni suscitate da questo libro sono molteplici e l'una più disturbante dell'altra. Il finale è un po' affrettato.
Primo o secondo tra i libri di questa collana che ho letto, ha contribuito non poco a rafforzare in me la convinzione che gli stranieri siano una vera risorsa, nonché persone da ammirare perché continuano ad andare avanti pur avendo rinunciato a tutto. Ero piccola quando ho elaborato per la prima volta questo concetto, e oggi più che mai mi ammiro per averlo fatto.