Dans ce récit écrit sans artifices, Tönle, berger du plateau d'Asiago, à la frontière du royaume d'Italie et de l'Empire austro-hongrois, doit, pour survivre et nourrir sa famille, se faire contrebandier, soldat, mineur en Styrie, colporteur d'estampes jusqu'aux Carpates, jardinier à Prague, gardien de chevaux en Hongrie... Mais pour ce solitaire anarchisant, le monde finit avec la Première Guerre mondiale, quand le plateau se transforme en un champ de bataille où il erre obstinément en compagnie de ses moutons. C'est avec eux qu'il repassera la frontière, prisonnier civil sur ces terres où il fut libre. Il mourra au pied du plateau. Les romans de Mario Rigoni Stern (1921-2008) sont devenus en Italie comme en France des classiques.
Mario Rigoni Stern was an Italian author and World War II veteran. His first novel Il sergente nella neve, published in 1953 (and the following year in English as The Sergeant in the Snow), draws on his own experience as a Sergeant Major in the Alpini corp during the disastrous retreat from Russia in the World War II. It is his only work to be translated into English and Spanish. Other well-known works also include Le stagioni di Giacomo (Giacomo's Seasons), Storia di Tönle (The Story of Tönle), and the collection of short stories Sentieri sotto la neve (Paths Beneath the Snow). He was awarded the Premio Campiello and the Premio Bagutta for Storia di Tönle, and the Italian PEN prize for Sentieri sotto la neve.
Un giorno, passeggiando per il bosco con un amico, mi venne da dire: «Vede, la letteratura è come una foresta, ci sono alberi grandi e bellissimi che sovrastano gli altri: si chiamano Omero, Tucidide, Virgilio, Dante, Boccaccio, Cervantes, Shakespeare, Leopardi…, poi alberi di ogni misura e aspetto. Ma la foresta è bella perché ci sono anche arbusti e cespugli. È tutto l'insieme che è bello». Dove la foresta alpina si dirada e la montagna, in alto, diventa nuda, lassù cresce l'albero più piccolo della terra: il salice nano che si difende dal vento aggrappandosi al suolo e ruba il calore alla roccia che il sole illumina. La neve lo copre per sette mesi all'anno. È stata lunga la mia stagione sotto la neve; ecco, nella foresta della letteratura sono un salice nano. (Mario Rigoni Stern)
Tönle pare un uomo di tempi antichissimi, quelli dei nostri avi, delle nostre origini. Parla cimbro (e molte altre lingue, perché ha percorso a piedi molte terre), è selvatico, il suo sentire è quasi primitivo, eppure contiene un seme di pace e di libertà. Tonle segue un’etica propria, che viene da dentro di lui e dalla natura intorno a lui, e può anche non seguire le leggi degli uomini, quelle che pongono confini, che decretano inutili guerre, che fanno e disfano i destini della povera gente.
“E non voleva nemmeno abbandonare il suo luogo e andarsene con le pecore e il cane verso la pianura dove già parenti e compaesani erano scesi da giorni; si sentiva come il custode dei beni che tutti avevano lasciato e la sua presenza era come un segno, un simbolo di vita pacifica contro la violenza della guerra.”
Rigoni Stern sembra parlare di cose semplici, di un mondo antico che vive un suo equilibrio e una sua armonia, un mondo in cui i ciliegi crescono sopra i tetti e i piccoli centri si autogovernano (mondo che verrà spazzato via brutalmente dalla guerra e dai rivolgimenti politici *), ma parla anche di dolori profondi, di perdita; la sua scrittura è in questo intrisa di un lirismo intenso e profondo.
Molto interessante anche L’anno della vittoria soprattutto per il tema affrontato, mai incontrato prima in altre letture: la distruzione trovata dai profughi che tornano ai loro paesi a guerra finita. Altro che vittoria… rovina, macerie, cadaveri, ma soprattutto la fine di tutto ciò di cui e con cui avevano vissuto fino ad allora:
“Incontrarono dei soldati annoiati che sorvegliavano un gruppo di prigionieri polacchi che svogliatamente liberavano una via facendo passamano di sassi, mattoni e travi; quanto era rimasto delle case dopo bombardamenti, incendi, saccheggi, combattimenti, uso di difesa o di offesa. Matteo e suo padre guardavano con il cuore stretto, senza parlare: quelle per loro non erano solamente macerie ma la fine di un mondo, di un paese e di un costume che erano iniziati quando i nostri antenati scelsero per vivere questa terra che nessuno voleva perché isolata, scomoda da raggiungere e selvaggia, ossia coperta da forti selve. Forse queste cose i due non le sapevano per istruzione ma lo sentivano d’istinto perché erano parte di queste macerie di case, di questi boschi senza più alberi vivi, di questi pascoli senza erba.”
“Che belle parole [...] La nostra terra, la nostra patria, le nostre case, la vittoria. La patria che pensa al nostro avvenire. Ma lassù la nostra patria è stata distrutta. Non c’è più. Loro dicono così perché non sanno e non hanno visto. Intanto che predicavano, a noi è morta una bambina. E non abbiamo niente; tutto ci ha portato via la loro patria.”
“Ecco la fine della povera gente. Crepare in guerra e tribolare in pace”
La vita tornerà timidamente a sbocciare tra le rovine, portandosi dietro il suo carico di contraddizioni e venti di cambiamento.
(*) “Pure nella nostra terra, dove da secoli i reggitori della cosa pubblica venivano scelti dal popolo, sorsero due partiti che sotto la denominazione di progressisti e moderati nascondevano invece gli interessi di alcune famiglie maggiorenti: così quello che in ottocento anni di libero governo non era mai accaduto, avvenne. Discordie, liti, querele, fughe all'estero; e ne venivano coinvolti preti e professionisti, proletari e artigiani; e c'era chi faceva commercio dei voti e chi speculava sugli emigranti.”
STORIA DI TÖNLE (Scritto ad Asiago nel lungo inverno 1977-78)
Un ciliegio sul tetto
” Dal margine del bosco, guardingo come un animale selvatico che aspetta l’imbrunire per uscire allo scoperto, guardava la sua contrada, e il paese laggiù, dentro lo slargo dei prati. Il fumo odoroso della legna si scioglieva nel cielo rosa e violetto dove le cornacchie volavano a gruppi, chiamandosi. La sua casa aveva un albero sul tetto: un ciliegio selvaggio. Il nocciolo dal quale era nato l’aveva posato lassù un tordo sassello tanti anni prima espellendolo in volo e l’umore di una primavera l’aveva fatto germogliare perché un suo avo, per difendere l’abitazione dalla pioggia e dalle nevi, aveva steso sopra la copertura altra paglia, sicché quella sotto era diventata humus e quasi zolla. Cosí il ciliegio era cresciuto.”
La storia di Tönle Bintarn avrebbe potuto risolversi con pochi elementi: la sicurezza di un approdo; una casa che si fonde con il paesaggio ma, al contempo, se ne distingue per quel ciliegio sul tetto; una contrada che contiene tutto ciò che una vita semplice desidera (la natura nelle sue forme animali e vegetali, la ricchezza della terra che in cambio di sudore restituisce i suoi prodotti…). C’è tuttavia qualcosa che va interferire in questa dimensione del semplice ed é proprio il mondo urbanizzato/burocratizzato/ politicizzato che con le sue leggi. Regole che non coincidono con i ritmi della natura e a cui si trasgredisce semplicemente per questioni di sopravvivenza.
Confini
“E se non c’erano confini in aria perché dovevano esserci sulla terra? E in questo «per loro» intendeva tutti quelli che i confini ritenevano cosa concreta o sacra; ma per lui e per quelli come lui, e non erano poi tanto pochi come potrebbe sembrare ma la maggioranza degli uomini, i confini non erano mai esistiti se non come guardie da pagare o gendarmi da evitare. Insomma se l’aria era libera e l’acqua era libera doveva essere libera anche la terra.”
La storia si svolge sull'altopiano di Asiago: una terra di confine (tra Veneto e Trentino e in odore di terre austriache) che fa del contrabbando un mestiere. Al centro di tutto sta la fierezza delle proprie tradizioni e del cimbro, ossia la lingua che in queste contrade si lega ad un mondo antico che va difeso perché soffre dell’essere minoranza e come tale è sottoposta ai pregiudizi della gente (” Per la nostra antica tradizione di autogoverno, per il carattere, per il linguaggio strano e antichissimo, per l’aspetto misero, il fare riservato e rustico erano, i nostri montanari, considerati filoaustriaci, selvatici e, financo, tacciati da traditori in quanto avevano permesso all’odiato nemico di invadere il sacro suolo della patria; come se donne, vecchi, bambini, ammalati avessero dovuto con i loro petti far fronte ai cannoni e alla mitraglia! “). Tönle, montanaro e pastore, contrabbandiere. Costretto ad allontanarsi viaggerà spingendosi fino in Ungheria. Verrà a conoscenza di altri usi e modi di pensare che altro non faranno che solidificare il legame con la sua terra. Poi il ritorno e allo scoppio della Prima Guerra mondiale- che fece dell’Altopiano uno degli scenari principali- è sempre più evidente l’inutilità di tante morti:
” E se per le strade del mondo qualcuno moriva sul lavoro non era come sul campo di battaglia: si lavorava per necessità proprie e dei famigliari mentre sui campi di battaglia ora si moriva per niente; perciò quando arrivava qualche annuncio di morte portato dai carabinieri o dal messo comunale al dolore si accompagnava un senso di amarezza rabbiosa.”
La guerra distrugge case, famiglie, terre ma non può intaccare quello che è l’amore per la propria patria. Qualcosa che va al di là del nazionalismo, del campanilismo, di ogni -ismo politicizzato. Il sentimento di appartenenza non può e non deve essere strumento da sbandierare ad un comizio.
Un legame che M.Rigoni Stern ha dimostrato nella sua stessa vita e che ha reso eterno raccontandoci di questo coriaceo personaggio che è Tönle Bintarn.
L’ANNO DELLA VITTORIA (Scritto ad Asiago. Ottobre 1983- agosto 1985)
La guerra è finita. Lo stupore del silenzio della pace si accompagna a quello di un paesaggio che non ha più forme riconoscibili. Ne “L’anno della vittoria” le contrade e il paese di Tönle Bintarn ritornano ad essere protagonisti di un faticoso ritorno degli sfollati alle proprie terre.
” Ma quando giunse sulle alture della Klama rimase impietrito: niente piú era rimasto di quanto aveva nel ricordo e che aveva conservato per tanti mesi nella nostalgia dell’anima: non erba, non prati, non case, né orti, né il campanile con la chiesa; nemmeno i boschi dietro la sua casa e il monte lassú in alto era tutto nudo giallo e bianco. L’insieme sembrava la nudità della terra dilaniata, lo scheletro frantumato. I gas, le bombe di ogni calibro, le mitragliatrici in tre anni avevano distrutto anche le macerie, ed era questo che i suoi occhi vedevano e la ragione non voleva ammettere. Sentí che le gambe non avevano piú la forza per proseguire e con le mani affondate nelle tasche vuote e con la bocca socchiusa cercava qualcosa di vivo: un segno, un soffio d’aria, un suono. Glielo portò un branchetto di cince di passo che dopo essersi posate su un frassino secco e scorticato erano volate via verso ovest richiamandosi frettolose.”
Un racconto o romanzo breve che ci racconta di come lo sconforto si può tramutare in forza di volontà nel voler dare vita ad un nuovo inizio. L’anima delle nuove speranze trova il suo centro in Matteo costretto dagli eventi a diventare grande prima del tempo ma pur sempre simbolo di una nuova generazione che dovrebbe costruire su altre fondamenta. Se nella “Storia di Tönle” il protagonista abbozzava i primi barlumi di coscienza politica e sociale, qui si concretizzano nei discorsi di Mosè Tripp:
” Alla sera, nelle baracche, quando gli operai si ritrovavano dopo la giornata di lavoro, cercava di diffondere il suo credo e qualche volta intonava L’Internazionale. Ma proprio sottovoce perché i carabinieri li avrebbero arrestati per schiamazzi o trovato il pretesto di condurli al comando di stazione perché gli «internazionalisti» e i «socialisti» – ma non si sapeva poi che cosa era questa distinzione – erano considerati molto, molto pericolosi.”
C’è un rumore di fondo, tuttavia, che si fa sempre più vivace. Sono i fascisti della prima ora che trovano il coraggio di fare gli spavaldi e già dimostrano la brutalità che si farà legge nel ventennio a venire. Non a caso in questa storia di montagna e montanari appare un personaggio come Carlo Rosselli come simbolo della strenua lotta al fascismo che pagò con la vita e che Stern cristallizza in queste parole:
” Anche Carlo Rosselli volle sapere che cosa era successo quella sera; poi restò soprappensiero con il bicchiere in mano, come per riscaldarsi con il calore del vino brulè: – Che brutta storia, – disse. – Che brutte storie stanno accadendo in Italia; se non si provvede in tempo qui finisce male –. I suoi occhi azzurri dietro le lenti degli occhiali ebbero un’ombra malinconica.”
… Ecco la fine della povera gente. Crepare in guerra e tribolare in pace, - disse suo padre. Dopo raccolse il teschio e lo posò bene in vista sopra le macerie della chiesa. Emilio Lussu, classe 1890, con il suo Un anno sull’Altipiano (1937), racconterà della Grande Guerra. Rigoni Stern, classe 1921, con Il sergente nella neve (1953), racconterà della tragica esperienza degli Alpini mandati a morire sulle nevi russe durante la Seconda Guerra Mondiale. Nel 1978 esce Storia di Tönle. Nel 1985 uscirà invece L'anno della vittoria, che altro non è se non la naturale continuazione del primo racconto. Con questi due racconti, Rigoni Stern racconta anche lui della Grande Guerra. Con il primo narrerà di Tönle Bintarn, contadino, pastore, contrabbandiere. Con il secondo, ambientato nel 1919, racconterà il sofferto e orgoglioso ritorno a baita di una intera collettività, che due anni prima aveva dovuto abbandonare l’Altipiano, e che alla fine del 2018 lo ritroverà devastato, con paesi e contrade distrutti e boschi e campi devastati. Rigoni Stern, troverà anche il modo di rendere omaggio a Lussu: «Mentre così discorrevano tranquilli si era avvicinato al gruppo un capitano alto e asciutto, dallo sguardo vivido: - Zio, - disse improvvisamente questo capitano, e i soldati alla sua voce accennarono ad alzarsi inpiedi ma lui li fermò con un cenno di mano, - zio, dove volete andare? - A casa, - rispose Tönle levandosi la pipa da bocca, - a casa mia. - Dove abitate? Tönle Bintarn disse il nome della contrada e il capitano Emilio Lussu sorrise con tristezza: - Gli austriaci l’hanno ripresa in questi giorni. Ritornate in pianura, - disse, - e aspettate che finisca tutto.». Nel 1968, Giovanni Raboni (1932-2004), poeta, giornalista e critico letterario, a proposito della Storia di Tönle scriverà: “Le storie che Rigoni Stern racconta sono sempre, in qualche modo, delle «piccole» storie, capaci tuttavia di riflettere con assoluta spontaneità i «grandi» fatti della storia. Non si tratta di riduzione, di adattamento a una scala esigua: anche una minima scheggia di specchio può riflettere «tutta» la luce della luna.”. … forget about it… Splendido!
La vacca, immobile sulle rive del Moor, guarda verso mattina. Forse, aspetta il sorgere del sole.
Tönle fa parte dell’Altipiano. Abita una povera casa di montagna, vive il suo tempo e la natura che lo circonda; vive la sua terra, che non è patria ma microcosmo schietto, semplice, concreto. Tönle è uomo di grande integrità morale, silenzioso, selvatico. Pastore e contadino. Contrabbandiere per necessità. Ogni inverno attraversa il confine, porta di là scarpe chiodate per gli uomini e vestiti per le donne, e di qua torna con acquavite, zucchero e tabacco. Scoperto e braccato, ferisce una guardia. Non gli resta che fuggire. Condannato a quattro anni vagola per le città austroungariche portando sulle spalle tanti mestieri e un solo pensiero. Così, a ogni inizio d’inverno, lascia tutto e torna alla sua casa, dalla donna che ama, madre dei suoi figli. L’amnistia gli consente di riprendere la vita abituale. Fino all’inizio della guerra e all’ignominia che porta con sé. “… i signori, sia Italia sia Austria, sono sempre signori e per la povera gente, sia l’uno o sia un altro a comandare, non cambia niente. A lavorare toccava sempre a loro, a fare i soldati anche e a morire in guerra anche”. I signori comandano, la povera gente ubbidisce. I signori li destinano al macello, li mandano a uccidere altri poveri cristi. E si muore. Per niente. E poi la prigionia. E poi il ritorno. E poi la ricerca del suo piccolo mondo. E poi la sua pipa che porta alla bocca una volta ancora. E mentre la vacca guarda verso mattina, io cerco quel ciliegio sul tetto, che c’era e non c’è più.
Scrittura pura, essenziale, onesta. Di quelle che non è facile trovare. La “Storia” attraversata dalla “storia”, o viceversa. Dipende da quale punto d’osservazione si guarda. Mezzo secolo di vita è racchiuso in poco più d’un centinaio di pagine, evocative e pregne di significati. C’è molto Mario in Tönle, tanto che durante la lettura nel mio immaginario ne ha assunte le sembianze. Chissà, forse potrebbe essere la ragione per cui lo scrittore affermava che se Il sergente nella neve era il suo libro più importante, Storia di Tönle era il più bello.
La sua casa aveva un albero sul tetto: un ciliegio selvaggio. E' incredibile quanto la scrittura di Mario Rigoni Stern, così scarna ed essenziale, ma così chiara e naturale e semplice possa coinvolgere emotivamente e sintonizzarsi con le frequenze della commozione: con la sua semplicità riesce ad esprimere emozioni forti, più di tanti arzigogoli e tante parole gonfiate; non si perde in aggettivi inutili, è genuina e precisa; rispecchia un modo di essere, cioè quello spirito alpino che abbiamo conosciuto anche nel Sergente nella neve. Attraverso la storia di Tönle, pastore-contadino per elezione e contrabbandiere-ambulante per necessità, M.R.S. racconta, questa volta, mezzo secolo di Storia, fino alla Prima Guerra Mondiale; episodi non vissuti personalmente, dunque, ma ascoltati: vissuti attraverso la memoria e fatti propri; racconta di solitudini; racconta della vita aspra e difficile, la vita di sopravvivenza, sul suo Altipiano; e, insieme, racconta dell'attaccamento della sua gente alla terra, alla casa, ai monti, agli animali, al di fuori e al di sopra di ogni sconvolgimento politico e di confini, di ogni rivendicazione di Re e Imperatori, di ogni guerra imposta ai popoli. Racconta di antiche tradizioni delle sue valli, dei venditori di stampe di Castel Tesin, di quegli unici oggetti d'arte che da tre secoli diffondevano le opere dei grandi maestri tra la gente delle campagna e tra i popolani delle città, e nei casolari sparsi per montagne e pianure. Ed è la Memoria di tutti noi.
La storia di Tönle è poi racchiusa in una brevissima cornice, di apertura e chiusura, che è di per sé una chicca: Ogni sera sulle rive del Moor una vacca restava immobile a guardare. [...] Incominciai allora a raccontare a Gigi la storia di Tönle e, in quel sottinteso, c'è una semplicissima sintesi dell'ineluttabilità del Tempo e della caducità della Vita: un omaggio di M.R.S. all'amico alpino Gigi Ghirotti.
Giovanni Segantini, Dopo il temporale (1883-1885)
Ma la vera passione era sempre quella di starsene con le pecore sui pascoli; le conosceva a una a una per il colore della lana e per la maniera di belare anche se sembravano tutte uguali; sapeva anche il loro singolo carattere [...]. Al suo vecchio cane nero bastava poi un cenno, nemmeno una parola, che lui capiva il suo pensiero. Quando nel pomeriggio lo raggiungeva un nipote si dicevano poche cose essenziali, ma così chiare e naturali e semplici che i silenzi che seguivano erano come meditazioni sulle stagioni, sui lavori, sul bosco, gli animali domestici e selvatici.
15 luglio 2016 Da "Mario Rigoni Stern. Vita, guerre, libri" di Giuseppe Mendicino (Capitolo 12): «Il sergente della neve è il mio libro più importante, Storia di Tönle è il più bello». Così tante volte Rigoni ha definito in una estrema sintesi i due libri. [...] questo libro apparentemente esile riesce a coniugare grazia poetica e aderenza alla verità della grande storia.
Caro Mario, permettimi di darti del tu, ti conosco da tanto tempo, ho letto quasi tutti i tuoi libri, il primo fu nei miei vent'anni, Il sergente nella neve, e poi hai la stessa età di mio padre. Ti vedo come un grande vecchio pieno di saggezza, hai sperimentato gli orrori della la guerra e la vita semplice e difficile del montanaro, hai saputo raccontare con pacata serenità anche le tragedie più grandi, la guerra, la morte di tua moglie. La montagna è stato il tuo vero amore, con grande umiltà rifiutasti la nomina a senatore a vita: Non abbandonerò mai il mio paese, le mie montagne per uno scranno in Parlamento. Non è il mio posto. Nelle tue opere non hai mai avuto bisogno di artifici o funambolismi letterari, non andasti a scuola di scrittura creativa. Con la stessa sobrietà con cui hai condotto la tua vita, racconti come se parlassi ad un ragazzo. Racconti, insegni, fai riflettere. Con Tonle mi hai tenuto buona compagnia, ti ho immaginato seduto di fianco a me davanti alla stufa accesa, un maestro che ha tanto da dire e che sa farsi ascoltare. Hai vissuto in tempi duri e luoghi duri, ti rispetto e ti invidio per la tua vita piena, grande vecchio con una bella barba bianca, bianca come da anni è la mia. Ho amato tutti i tuoi libri e questo, riletto dopo tanti anni, è certamente uno dei migliori.
Breve, secco. Malinconico e triste, edificante e stoico. Tönle è il simbolo dell'uomo che resiste, della libertà di spirito. E' sempre emozionante tornare sull’Altopiano con Mario Rigoni Stern.
Caro Mario, permettimi di darti del tu, ti conosco da tanto tempo, ho letto quasi tutti i tuoi libri, il primo fu nei miei vent'anni, Il sergente nella neve, e poi hai la stessa età di mio padre. Ti vedo come un grande vecchio pieno di saggezza, hai sperimentato gli orrori della la guerra e la vita semplice e difficile del montanaro, hai saputo raccontare con pacata serenità anche le tragedie più grandi, la guerra, la morte di tua moglie. La montagna è stato il tuo vero amore, con grande umiltà rifiutasti la nomina a senatore a vita: Non abbandonerò mai il mio paese, le mie montagne per uno scranno in Parlamento. Non è il mio posto. Nelle tue opere non hai mai avuto bisogno di artifici o funambolismi letterari, non andasti a scuola di scrittura creativa. Con la stessa sobrietà con cui hai condotto la tua vita, racconti come se parlassi ad un ragazzo. Racconti, insegni, fai riflettere. Con Tonle mi hai tenuto buona compagnia, ti ho immaginato seduto di fianco a me davanti alla stufa accesa, un maestro che ha tanto da dire e che sa farsi ascoltare. Hai vissuto in tempi duri e luoghi duri, ti rispetto e ti invidio per la tua vita piena, grande vecchio con una bella barba bianca, bianca come da anni è la mia. Ho amato tutti i tuoi libri e questo, riletto dopo tanti anni, è certamente uno dei migliori.
Un personaggio difficile da dimenticare Tönle Birtan, una gemma questo racconto lungo di Rigoni Stern. Montagne e pianure, cime aguzze e più dolci pendii sono tutt’uno con la ruvida e delicata al tempo stesso, umanità di un uomo che ama la sua terra e la sua vita, scandita com'è dai ritmi di una natura che segue le sue leggi, implacabili ma giuste. Tönle lavora duramente, ama, compone poesie, quelle dei piccoli gesti e degli affetti semplici: delle stampe che son merce da vendere, in uno dei tanti lavori che si troverà a fare, ne tiene due per sé, per farne quadri da appendere nella sua casa (non sono immagini che parlano di dolcezza, ma sono quelle che appartengono alla sua terra); il letto che lo accoglie “dove più volte ama sua moglie”; la minestra ceduta alla ”bimbetta” che gli ricordava sua nipote, nel campo di concentramento. La guerra, con la sua aberrante prosa, giungerà a imporre le sue “leggi”, implacabilmente ingiuste. Tocca il cuore la vicenda di vita di Tönle Birtan, tocca il cuore la scrittura di Mario Rigoni Stern. E lo accarezza con parole misurate, nitide, che dipingono un piccolo mondo di persone e luoghi, di sentimenti e di legittimi risentimenti. Un piccolo mondo grande nella sua semplice saggezza che spiega e accoglie tutto ciò che viene dalla natura; rifiuta e dileggia, con ironia inconsapevole, tutto ciò che di insensato viene dall’uomo. Che troppo spesso ci appare come figlio alieno della stessa natura che lo ha messo al mondo. P.S. Non ho letto l’altro racconto presente nell’edizione in mio possesso.
Tӧnle continuava a guardare quel viso e le mani ora posate sulla coperta e si rendeva conto del tempo e della vita che era corsa via [...].
La Storia di Tӧnle è una narrazione molto narrata. Stern scrive: ...si fermò, ...scese di corsa, ...dormì in una stalla... proseguì, ...riprese da solo la strada del ritorno..., tutto in un continuo narrativo pacato e scorrevole. I dialoghi paiono scivolare essi stessi nel flusso del racconto. Del resto, viene subito detto: "[...] ma anche nel buio, contro il cielo stellato, la vacca restava immobile a guardare. Era come il tempo. Incominciai allora a raccontare a Gigi la storia di Tӧnle Bintarn”. E così fa Stern. Ci racconta la storia di Tӧnle Bintarn. Che scivola via tra le mani, come le pagine di questo libro, breve ma intenso. Perché così l’ho vissuto, con una intensità che non so spiegare. E, quando sono arrivata alla fine, ho provato disorientamento. Mi sono sentita spaesata. Veramente le ultime pagine sono state la fine di un cammino in un luogo dove volevo restare, e, anche, sono arrivate troppo presto. E, prima che me ne rendessi conto, mi sono scoperta commossa, lo sguardo perso tra i ricordi proprio di quelle ultime pagine appena lette.
Se dovessi riassumere questo libro in una sola parola direi: dignità. Mario Rigoni Stern ha un modo di scrivere semplice, ridotto all'osso, ma non per questo meno incisivo. Qui, in queste pagine, c'è la guerra, la prima ma non è la protagonista pur essendo una presenza innegabile. I veri protagonisti sono i poveri "disgraziati" di Asiago e dintorni, scacciati dalle loro terre natìe per via di una guerra che non vogliono riconoscere e che non sentono loro. È povera gente, che vive in sincronia con la terra e di quello sì occupa. È gente pacifica, che degli Austriaci e degli Italiani non si curano più di tanto. Ed è sempre questa povera gente (nel primo libro incarnata da Tönle e nel secondo dalla famiglia di Matteo e gli altri) a subire le conseguenze più gravi del conflitto. Asiago viene praticamente rasa al suolo, la gente dispersa o catturata dagli austriaci. Ma con la fine della guerra non torna la speranza, non subito almeno. Non si può tornare al paese e alle montagne, devastate dalla battaglia. E le case non vengono ricostruire subito. È una storia di piccole cose, piccola gente, ma che resiste alle angherie della Storia e che, forte come le radici della loro terra, alla fine rinasce -dopo tanta morte- a una nuova primavera.
Testamento spirituale di Mario Rigoni Stern, anno 2008: Difatti io dico sempre: spero di non morire sotto Berlusconi. Non per la mia età, perché potrei andarmene anche domani, ma per il fatto di avere un po' di speranza sulla vita e sull'umanità. Direi che Berlusconi non è un uomo che dà speranza. Eppure, c'è una poesia di García Lorca che di New York dice: 'Voglio che un bimbo negro annunci ai bianchi dell'oro l'avvento del regno della spiga.' Perché a volte, vede, guardandosi intorno, si dice questo mondo economico dove tutto è virtuale, anche l'economia è virtuale... E allora a un certo punto diciamo: ci vorrebbe una grande crisi per ridimensionare questa cosa. Però, purtroppo, la grande crisi prende sempre di mezzo la povera gente... Ma piuttosto che una guerra, è meglio una grande crisi per stravolgere un po' questo mondo, per metterlo sulla strada giusta, per far capire che non è più la borsa che deve governare...
Comme je cherchais un certain livre et que je ne le trouvais pas d'occas', j'ai d'abord jeté mon dévolu sur ce très court texte de Mario Rigoni Stern qu'on m'a vendu comme "une expérience unique de nature writing". Et je suis assez d'accord avec ça.
L'histoire de Tönle, c'est celle d'un homme de la terre épris de liberté, issu d'un autre temps, qui parcourt l'Europe pour subvenir aux besoins de sa famille au gré des saisons, des aléas de l'Histoire, se faisant tantôt berger, tantôt bûcheron, tantôt jardinier ou contrebandier. C'est un récit fascinant sur la liberté, l'existence rude de ces paysans de montagne situés à la limite de l'Italie et de l'empire austro-hongrois, eux dont le patrimoine rural et culturel est amené à disparaître. C'est une ode à la liberté, à l'absence de frontières, aux errances nécessaires qui ramènent toujours l'homme auprès des siens. Jusqu'à ce que la guerre détruise tout.
Stern a un talent indéniable pour illuminer ce texte avec ses mots. Il vibre littéralement à travers la beauté de la nature, des âmes simples, des forêts et des bêtes tout en soulignant l'absurdité des guerres qui n'existent que pour les écraser.
Un grand et beau récit sur les bouleversements du monde face à un homme authentique et courageux qui refuse de se soumettre aux conflits entre nations.
Court mais puissant. Un très grand moment de lecture.
Je poursuis mon exploration des éditions Gallmeister avec ce court livre et j’ai bien aimé! L’histoire se déroule à l’époque de la Première guerre mondiale dans le nord de l’Italie à la frontière avec l’Autriche. Il s’agit d’une période de l’histoire que je connais peu et d’une région du monde qui m’est également étrangère. Bref, j’ai voyagé grâce à Tönle, le personnage principal du roman.
Tönle a eu tout un vécu! On le suit à travers ses péripéties et ses malchances. On s’attache à lui au fil des pages. Tönle, le berger, refuse de quitter sa maison même si les canons font rage tout près de sa maison. Il devra malheureusement s’y résoudre.
Le début est un peu ardu, car l’auteur nomme de nombreux villages, hameaux et points géographiques. Je me sentais perdue et me demandais où le récit s’en allait. Quand la guerre se déclare, c’est vraiment là que j’ai accroché à l’histoire.
La façon dont c’est raconté, on dirait une légende d’un autre temps. Vous savez, l’histoire racontée par quelqu’un, rapporté ensuite par un autre et ainsi de suite.
J’aime aussi beaucoup l’effet globale et la finale. L’auteur nous raconte littéralement une histoire, à nous lecteurs.
Bref, un bon moment passé avec Tönle. J’ai même le goût de relire le livre accompagné d’une carte et d’un feutre pour tracer son parcours à travers l’Italie et l’Autriche-Hongrie. C’est fascinant!
Faits dignes de mention: ce récit a été publié à l’origine en italien en 1978. Or, l’auteur a lui-même été capturé par les Allemands en 1943, mais a réussi à s’enfuir pour rejoindre son village natal.
Magnifique roman qui, à travers les yeux du berger Tönle, dépeint les changements sociétaux de la fin du XIXe et début XXe siècle. C'est aussi une solide critique des mécanismes absurdes ayant entraînés la première guerre mondiale, ainsi que ses conséquences désastreuses sur des populations vivant aux confins des frontières de deux états belligérants ennemis durant ce conflit.
La storia di un montanaro Tonle appunto, che sopravvive agli anni duri di inizio secolo nella montagna grazie al contrabbando prima e la latitanza poi. Fa qualsiasi lavoro ma l'inverno torna a casa. La grande guerra lo coglie con il gregge a controllare il suo paese ormai abbandonato da tutti. Arrestato (gregge confiscato) e mandato in campo di concentramento. Una volta liberato torna a casa per scoprire che la casa non c'è più ed allora non ha più importanza vivere...
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Sono contento di averlo letto. Questi racconti mi hanno emozionato - un legame con la terra, con i luoghi, che non ha nulla a vedere con i confini. Una vita semplice, in cui emergono e colpiscono le cose che davvero sono importanti.
L'incipit del libro mi ha subito catturato: "Da ragazzo, prima di scegliere un libro da leggere (ma anche ora quando non lo devo fare per lavoro) ci mettevo un bel po' prima di decidermi: volevo sapere chi era l'autore, quale l'argomento, il prezzo, l'editore e vedere le illustrazioni, se c'erano. Le più volte, per istinto, indovinavo; qualche altra invece, sbagliavo. Questo mi seccava molto e mi auguro non accada a voi leggendo questo mio racconto." L'autore "Mario Rigoni Stern" non ha bisogno di presentazioni, l'ho amato da quando ho letto il suo libro "Il sergente nella neve". L'argomento, intrigante perché si svolge nelle zone dove la mia compagna è cresciuta. Il prezzo ininfluente perché l'ho ricevuto in prestito dalla compagna suddetta ;) Editore ed illustrazioni non ne ho dato mai grande peso. Mi butto nella lettura e... La prima parte è abbastanza noiosa. Interessante per i fatti storici di cui racconta l'autore ma come romanzo poco accattivante, la storia di Tönle è in secondo piano rispetto al corpo del romanzo. Come un pretesto per parlare di fatti storici e usanze all'inizio del 1900. Per fortuna la seconda parte cambia completamente aspetto e il personaggio principale entra a tutti gli effetti nella storia diventando così l'elemento principale su cui poi si snodano tutti gli eventi raccontati. Nulla di paragonabile al romanzo "il sergente nella neve" comunque una bella e interessante lettura su fatti e luoghi di questo periodo storico.
Ho provato in tutti i modi a farmi piacere questa "Storia di Tönle": mi sono sforzato di dare un senso alla prosa asciutta e spoglia, che fa da eco alla laconicità dei personaggi; ho cercato la poesia e l'empito nascosti nella narrazione da cronachista; mi sono ripetuto che Rigoni Stern cerca di dare voce alla montagna, fatta di silenzi e contemplazione. Tutto inutile! A differenza de "Il sergente nella neve", che anni fa mi aveva preso tantissimo - forse perché evocava i racconti di mio nonno della campagna di Russia - questo breve romanzo, come diversi altri dell'autore, incentrati su altopiani e malghe, non mi ha lasciato nulla.
Accese la pipa e gli capitò, quella sera, di pensare anche lui alla morte, ma non con angoscia e paura bensì come a un riposo, un restare in sosta per sempre in un paesaggio come questo, da guardare. Così certamente era stato per sua moglie quando quell'autunno un loro figlio la portò giù sulle spalle dal campo delle patate. (Storia di Tönle - Capitolo quarto, p.62)
Tönle. Simbolo vivente di un microcosmo naturale destinato a malinconica corrosione per effetto della Prima Guerra Mondiale e dei grandi cambiamenti storici di inizio '900.
Tönle. Radice ancestrale di un vissuto ormai estinto dal dinamismo del fervido caos ma di cui è piacere rimembrarne l'austera bellezza.
Tönle. Memoria storica di cui solo la limpida ed onesta esattezza della parola di Mario Rigoni Stern ne avrebbe potuto tracciare il manifestarsi in quell'atmosfera montana dal sapore rurale.
Tönle. Albero di ciliegio che allo sfiorire dei suoi petali accoglierà l'abbraccio eterno e si coricherà in assoluta quiete assieme a quel mondo ormai svanito ma sempre catartico da rievocare.
Tönle. Frammento genuino ed autentico del suo stesso autore.
Una narración seca, despojada de sentimientos, dura y tosca como la piedra alpina y como la cabeza del pastor protagonista, Tönle. Aún así, es imposible evitar conmoverse con sus recorridos, sus pérdidas, su lugar en la Gran Guerra, pero especialmente con su inalterable vínculo irracional con el terruño.