Furono oltre centomila i sudditi dell'Impero asburgico appartenenti alla minoranza italiana che durante la Grande Guerra combatterono 'dall'altra parte'. Parlavano la lingua del nemico e per questo furono considerati inaffidabili e sospetti. Inviati soprattutto sul lontano fronte russo, in migliaia caddero prigionieri. Contesi tra Austria e Italia, da entrambi i paesi vennero visti con diffidenza e nei campi di prigionia russi subirono pressioni contrastanti e tentativi di rieducazione nazionale. Il libro ricostruisce i loro trascorsi avventurosi, vissuti in lunghi anni passati tra guerra, prigionia e complicati ritorni, e restituisce un capitolo importante della complessa questione dei nazionalismi novecenteschi.
Interessante lui, ma ho fatto tanta, tanta fatica.
Mi è sembrato la continuazione ideale dopo Come cavalli che dormono in piedi. Prima il punto di vista romantico di Rumiz, l'animo di un viaggiatore alla ricerca delle tombe dei soldati italiani morti combattendo per l'impero austro-ungarico; poi il punto di vista più scientifico di uno storico a caccia di quei centomila che hanno combattuto dalla parte del "nemico".
La prima parte, prettamente storica, è stata piuttosto pesante. E probabilmente ha contribuito al fatto che - prima di finire questo saggio - ho letto altri tre libri... C'erano delle parti interessanti ma sparse tra una narrazione piattissima. Anche i due capitoli successivi sono stati così. Per il terzo, dedicato ai prigionieri in Russia e al loro ritorno in Italia, la lettura si fa interessante, tra la voglia dei prigionieri di tornare a casa e l'idea del governo di lasciarli là.
Un altro punto di vista alla scoperta della Prima Guerra mondiale.