Ma dov'erano gli imperialisti americani? E quelli britannici? O magari quelli tedeschi? Erano anni e anni che si sentivano promettere imperialisti, pensò Gyuri con rabbia. A che gioco giocavano gli imperialisti? Si era preparato la frase per accogliere gli invasori americani: "Come mai ci avete messo tutto 'sto tempo? Venite, vi porto da qualche comunista interessante, che sarete certamente ansiosi di fucilare".
Quando sentì alla radio la notizia della morte di Stalin, Gyuri si stava lavando i capelli. A parte la sensazione di intenso benessere che lo pervase, la prima cosa che gli venne in mente fu se l'intero sistema sarebbe crollato prima che lui sostenesse l'esame di marxismo-leninismo che doveva dare la settimana successiva. Poteva contare sulla caduta del comunismo o doveva proprio mettersi a studiare Marx? La seconda fu come meglio mancare di rispetto nei dieci minuti di silenzio decretati per il giorno seguente. Quando in seguito vide al cinema il filmato sulla città di Budapest che rendeva omaggio alla memoria di Stalin interrompendo ogni attività, gli operai con la faccia scura immobili sul ciglio della strada, i ferrovieri con la faccia ancora più scura [apprezzate il crescendo tragico della frase] che facevano fischiare le locomotive, folle di persone vestite di nero che si accalcavano verso l'enorme statua di Stalin in piazza Hòsok, quando vide tutto ciò, Gyuri rimpianse di non essere riuscito a invitare una troupe di cameraman a casa sua perché immortalassero l'unica parte di lui che stava sull'attenti, infilata e sfilata ritmicamente dentro e fuori una sua ex ormai sposata, ma sempre disponibile a tuffi nel passato.
Bah, finisco di leggere un romanzo che parla dell'Europa dell'Est sotto il comunismo (Chatwin: Utz, e il paese è la Cecoslovacchia) e ne apro un altro che affonda a piene mani nello stesso argomento, nella stessa èra, solo che si svolge in Ungheria. Ora: che cosa so io dell'argomento? Un accidente e poco più, diciamolo. So quelle due o tre frasi che si trovavano nel libro di storia delle superiori: anzi, ora che ci penso, alla facoltà di Scienze Politiche della Cattolica, indirizzo storico, per qualche strano motivo l'argomento non veniva affrontato nemmeno di striscio: che abbia sbagliato io nella scelta dei libri facoltativi? Che debba invece chiedere indietro i soldi? E sì che non era quel che si dice un ateneo di sinistra... Comunque a trentotto anni di scuse non ne ho proprio: se avessi voluto informarmi, a quest'ora avrei potuto benissimo farlo, e invece, mi scoccia ammetterlo, ma a parte qualche film ("I sogni muoiono all'alba" di Montanelli, proprio sui carri armati a Budapest, o "Le vite degli altri", bellissimo, o ancora il recente "Racconti dell'età dell'oro", rumeno) o qualche romanzo che sfiorava l'argomento, io sulla cortina di ferro non so un cazzo.
Come mai, mi chiedo? Non sarà per caso che, come persona di sinistra, che non si è mai vergognata di essere di sinistra in Italia e una volta ha fatto addirittura tempo a votare Pci, l'argomento mi dà fastidio, mi scoccia affrontarlo, ammettere che per chi l'ha vissuto il comunismo non ha portato né pace né prosperità ma solo miseria, infelicità, grottesco, fame e persecuzioni?
Non è giusto: per noi comunismo significava Resistenza, liberazione dal nazifascismo, la faccia onesta di di Berlinguer, significava più diritti per i lavoratori, più benessere per tutti, più giustizia. Invece se andiamo a vedere le reazioni dentro il Pci alla rivolta d'Ungheria, scopriamo con raccapriccio che la linea dominante fu quella di Togliatti, anche se fa onore a molti essersene dissociati (Ingrao) o essere usciti dal partito (più letterati che politici: Calvino, Silone, Vittorini, Sapegno...) in quell'occasione. Proprio per questo non posso che consigliare a chiunque sia di sinistra questo romanzo splendido. Che non si piange addosso, anzi tutto il contrario: il protagonista e i suoi amici si fanno un punto d'onore di ridere, sghignazzare anzi, di qualsiasi cosa accada a loro, alle loro famiglie, al loro paese: dalla seconda guerra mondiale agli arresti arbitrari, dalla fame alla burocrazia, dal servizio militare alle fabbriche dove tutti fingono di lavorare e si sopravvive solo leccando i piedi al potere, tutto è degno di una risata, di uno sberleffo, di una barzelletta: tutto pur di tenere alta la schiena, di non perdere la dignità, di non finire imbalsamati come i sottaceti di un'azzeccata metafora di metà romanzo su cosa vorrebbe uno Stato autoritario dai suoi cittadini (apprezzate il tono omerico e - schizofenicamente - non dimenticatevi la nostalgia dei cetrioli che fa da fil rouge a Goodbye Lenin):
Lungo le pareti del negozio erano allineati enormi barattoli di cetriolini che spadroneggiavano di fronte a piccoli barattoli di conserva di albicocche. Tutte le superfici libere della bottega erano occupate da barattoli riempiti fino all'orlo. (...). Era quello il genere di stagnazione organica, di stasi in bella vista, di obbedienza sottovetro che avrebbero voluto dai cittadini, immagazzinati nelle loro case come prodotti che non richiedono cure, impassibili di fronte alla lentezza della rete di distribuzione, docili su uno scaffale finché non c'è bisogno di loro.
Frantiani? Sì, mi ricordano proprio Franti, questi giocatori di basket che pensano solo a scopare e fare scherzi, ma anche la compagnia di "Amici miei". La tragedia non esce quasi mai dalle loro vite, è una donna di picche che appare, scompare e riappare in continuazione nelle vesti della morte, della galera, dell'ingiustizia, dell'ipocrisia di Stato, della burocrazia più idiota, sempre sommersa sotto il peso dello humour, uno humour nero, pesante, poco anglosassone ma efficacissimo e implacabile, che non risparmia nulla.
La risata come sola igiene mentale, che tace solo nelle ultime nerissime pagine, quando la copre il rombo dei carri armati sovietici e muore con il fucile in mano la ragazza di Gyuri, la bella e coraggiosa Jàdwiga, polacca che combatte per la libertà di un paese che non è neanche il suo, mentre lui, Gyuri, pensa solo alla fuga in Occidente e alla fine la metterà in atto. Come del resto il suo amico, l'indimenticabile Pataki:
"Presto, le sigarette", diceva Pataki appena scorgeva Rònai in lontananza, e se ne accendeva due per sembrare il ritratto dello sportivo dissoluto.