Sono l'ottica e il metodo del grande studioso, la sintesi ampia, chiara e puntuale in cui è organizzata la materia, la vastità del disegno, la compiutezza dell'analisi a rendere attuale ancora oggi questo libro, uscito per la prima volta nel 1958. Se il barocco romano - Caravaggio, Bernini, Borromini, ma anche Algardi, Rainaldi e Maratti - costituisce il nucleo del saggio, l'aspetto più innovativo che lo caratterizza è l'attenzione costante rivolta alle aree culturali «periferiche». Invertendo la tendenza seguita dagli studi precedenti, il panorama qui si allarga a considerare quei centri, non meno vivi e ricchi di fermenti, che offrono altri aspetti decisivi a una considerazione completa del fenomeno barocco: Genova, Venezia, Napoli, la Sicilia, Torino e il Piemonte.
Una prima riflessione che mi ha lasciato la lettura di questo volume è: Rudolf Wittkower è uno storico dell'arte o un critico d'arte? Nella misura in cui uno storico deve narrarci gli eventi e commentarli, ma un critico può dare giudizi sulla qualità delle opere di cui racconta. Lui fa entrambe le cose, traccia lo sviluppo del linguaggio artistico dal 1600 al 1750, però dà spesso anche pareri sulle capacità degli artisti. Questo secondo aspetto l'ho apprezzato meno. Un volume che ha la pretesa di parlare di 150 anni di storia dell'arte deve per forza farlo, se vuole essere un saggio in edizione economica e leggibile in poco tempo, in maniera sintetica. Troppi, tanti nomi, sono solo abbozzati in poche righe giusto per amor di cronaca. Il punto di vista di Wittkower è innegabilmente Bernini-centrico, è lui il centro assoluto del movimento artistico del XVII secolo, l'irraggiungibile. Ho fatto molta fatica a capire le parti sull'architettura, che l'autore approfondisce con linguaggio specialistico di cui so poco, mentre mi sono trovato più a mio agio con scultura e pittura. Alla fine credo che questo testo, più che un lungo saggio, sia un vero e proprio manuale: un'infarinatura generale che chi vuole deve necessariamente poi approfondire.