Scavando nell'intimità dell'esistenza che solo un giornalista può fare, "Dawla" entra nella testa e nel corpo di chi,per una ragione o per un'altra, ha voluto dedicare la propria esistenza alla causa dello Stato Islamico:c'è chi ha preso le armi per continuare,a suo modo,la lotta contro la tirannia degli Al-Assad e dei suoi torturatori; c'è chi,tramortito dalla retorica millenarista e apocalittica del Daesh, è andato in Siria per prepararsi alla venuta della fine del mondo; infine, e questa secondo la mia personale opinione è la parte più meritevole di attenzione del libro, c'è chi decide di lavorare tra le ombre e il silenzio per stanare i nemici del Califfato. Quello che il lettore si trova innanzi è una inedita e straordinaria testimonianza di quello che è realmente accaduto in quella parte di mondo,ripulito dalla propaganda da una parte e da sterili e freddi analisi dall'esterno dall'altra.
Commovente,a mio avviso, è l'incipit del libro,dove il protagonista della storia assiste in prima persona alle prime avvisaglie del Dawla,pur non prendendone parte,dalla fredda e angusta prigione ,ebbra di sangue e miseria dell'Uomo, nella quale la Dittatura lo ha confinato per anni.