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La stiva e l'abisso

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La bonaccia fiacca i venti e un galeone spagnolo, immobile in mezzo all'oceano, diventa il palcoscenico di un dissonante concerto di personaggi. Le loro ossessioni verbali dominano la scena, mentre il capitano del vascello sta immobile nel suo giaciglio, impossibilitato ad alzarsi per lo sfacelo che gli devasta il corpo. Il suo secondo gli riferisce quanto accade in tolda, ma sono informazioni vaghe, riferite da un animo volgare che non coglie l'assurdità del tutto. Tocca al capitano completare con una fantasia febbricitante gli avvenimenti che controllano la nave, capire quale smania possieda i suoi uomini.

267 pages, Paperback

First published January 1, 1992

8 people are currently reading
240 people want to read

About the author

Michele Mari

69 books247 followers
Michele Mari è nato a Milano nel 1955.
Figlio del designer e artista Enzo Mari, insegna Letteratura Italiana all'Università Statale di Milano. Dal 1992 risiede a Roma.

Filologo, cultore di fantascienza e di fumetti, il suo stile letterario, estremamente composito, sembra richiamare scrittori quali Carlo Emilio Gadda, Tommaso Landolfi e Giorgio Manganelli, e fuori d'Italia, Louis-Ferdinand Céline.

Oltre alle opere narrative, va segnalata la produzione poetica. Rilevante anche l'attività critico-filologica e saggistica, volta soprattutto alla letteratura italiana del Sette-Ottocento e alla letteratura fantastica in chiave comparatistica.

Alcuni suoi libri sono Di bestia in bestia (Longanesi 1989), Io venía pien d'angoscia a rimirarti (Longanesi 1990; Marsilio 1998), La stiva e l'abisso (Bompiani 1992; Einaudi 2002), Euridice aveva un cane (Bompiani 1993; Einaudi 2004), Filologia dell'anfibio (Bompiani 1995; Laterza 2009), Tu, sanguinosa infanzia (Mondadori 1997; Einaudi 2009), Rondini sul filo (Mondadori 1999), I sepolcri illustrati (Portofranco 2000), Tutto il ferro della torre Eiffel (Einaudi 2002), I demoni e la pasta sfoglia (Quiritta 2004; Cavallo di Ferro (2010), Cento poesie d'amore a Ladyhawke (Einaudi 2007), Verderame (Einaudi 2007), Milano fantasma (2008, in collaborazione con Velasco Vitali), Rosso Floyd (Einaudi 2010) e Fantasmagonia (Einaudi 2012).

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Profile Image for Cosimo.
443 reviews
May 11, 2018
Nessuna nave è preparata allo stallo, essendo la navigazione la sua vera vocazione. Così, la deriva di un galeone dal nome misterioso diventa metafora della condizione esistenziale di tutti noi, scrittori e lettori senza bussola nell'oceano del sapere e nel mare dell'oggettività, alla ricerca di un significato transitorio ma necessario da opporre al caos del vivere. Quindi la parola cerca di difendere l'umanità dell'equipaggio che va scomparendo, che è mutilata, smarrita, si sta inabissando. La cancrena del capitano è la consapevolezza della barbarie, è la lotta contro l'oblio, è il persistere dell'ignoranza contro la ragione, è lo spaesamento della fantasia rispetto al prevalere della forza. Si può dire metaromanzo, antiromanzo, naturalmente riflessione sul narrare, enciclopedia di rispecchiamenti letterari e insieme cosmologia comica e grottesca. Certamente è ossessione, vertigine, metamorfosi, teatro e catalogo del possibile. Nave fantasma e nave dei folli, nave infestata da sogni che ci ospita clandestini nella stiva, passeggeri di una narrazione romantica e del suo magico riprodursi in un linguaggio unico e autopoietico. La scrittura di Michele Mari è così avvolgente, simbolica e viva che sembra di avere alle spalle un vento incessante e favorevole che ti accompagna fino all'ultima pagina, fino al viaggio successivo.

"Milizia d'abisso perduta che vedi le navi dal basso come sagome nere di foglie, dimmi, in quelle ombre scorrenti tu sogni? In esse ricordi le navi che furono tue, tutte le tue navi fino all'ultima, la più detestata la più rimpianta? O a sognare ti basta il lusso dell'anemone, la geometria della stella marina, la dubbia parvenza delle creature di profondità?"
Profile Image for Ubik 2.0.
1,075 reviews295 followers
April 16, 2021
Il vascello dei folli

Mi affascinano i romanzi che, col procedere della lettura, si trasformano, ribaltano pregiudizi e aspettative iniziali e al contempo assumono altre dimensioni, aprono improvvisi panorami, svelano inattesi doppifondi.

Questo romanzo ad esempio sembrerebbe far parte della produzione di Michele Mari che meno prediligo, quella in cui l’autore riversa senza troppi filtri le conoscenze e le influenze degli autori che ispirarono la sua crescita umana e letteraria, e lo fa in modo talmente diretto da impegnarsi a riprodurne stilemi, caratteri, trame e tipologia dei personaggi.

E invece si tratta di uno fra i più evidenti trabocchetti che si celano fra le pagine di La stiva e l’abisso, uno pseudo romanzo di avventure marinare che ben presto rivela una cornucopia di significati letterari, metaforici ma anche metafisici, e regala ogni sorta di virtuosismo linguistico e di invenzione favolistica , tanto che i narratori di storie, nella loro imprevedibile configurazione ittica, rappresentano il vero deus ex machina di un racconto che si articola in maniera proteiforme, in paradossale contrasto con la fissità dell’assunto, un vascello bloccato dalla bonaccia.

Un assunto apparentemente statico che non impedisce all’autore di creare ed aggiungere personaggi straordinari (pur nella tipicità dei ruoli tradizionali: il Capitano, il Mozzo, il Clandestino, il Secondo, il Timoniere….), di intessere molteplici trame e intrecci, dialoghi o monologhi a volte profondi e trascendenti, a volte rozzi e sguaiati. C’è tanto di quel materiale in questo libro da riempire una decina di romanzi e forse può ritrovarsi in questa pletora un limite di La stiva e l’abisso poiché la misura e l’equilibrio non sono certo le cifre che definiscono la scrittura di Mari, che inventa dialetti, forgia linguaggi, spreme al massimo le terminologie originate dalla botanica, dalla zoologia, dal glossario marinaresco soprattutto.

Un elemento che in ho trovato più costante rispetto agli altri romanzi di Mari è l’umorismo nelle sue diverse accezioni, dalla sottile ironia alla parodia dei luoghi comuni dei romanzi di avventura, dal trionfo dell’equivoco fino a una crassa ilarità demandata ai personaggi più carnali di questa variegata ciurma.

Al di là dell’omaggio all’arte del narrare e dell’ascoltare, e della poesia e della letteratura che in questa nave di folli sbocciano anche negli animi in apparenza più grezzi e coriacei, tributato il doveroso riconoscimento per l’erudizione (a tratti un po’ ostentata…) dell’autore, per me questo romanzo è risultato anche un’inesauribile fonte di divertimento.
Profile Image for Paolo.
162 reviews195 followers
May 7, 2018
Terza esperienza con Michele Mari approfittando di questa ristampa de La stiva e l'abisso (chissà se nella decisione di ristamparlo c'entri la recente fortuna cinematografica di storie a base di connubi ittico - umani)

Siamo in un galeone spagnolo a cavallo del XXVI/XVII secolo e quale periodo migliore per MM per dare la stura al suo virtuosismo.

Copio/incollo vigliaccamente da wikipedia:

Il Culteranesimo o Culteranismo o Gongorismo è un'estetica del Barocco spagnolo nell'ambito più generale del Concettismo, con il quale divide l'intenzione di rarefare e calibrare l'espressione separandola dall'equilibrio e chiarezza dei classici, ma con il procedimento opposto, cioè dilatando il significato in una maggiore espressione estetica, non per chiarire il messaggio mediante il procedimento della parafrasi, ma piuttosto per impressionare e confondere con il labirintico, il sensoriale e l'evanescente dell'espressione , ed applicarsi fondamentalmente al genere lirico e al verso invece che alla prosa.
(....)Si conosce quest'estetica anche come Gongorismo dal nome del suo maggior esponente spagnolo, il poeta cordovano Luis de Góngora, il quale contribuì a crearla dandole la sua forma definitiva.


Alla Gongora è la situazione ossimorica del galeone del La stiva e l'abisso: una movimentatissima immobilità.

Per me lettore della domenica il rischio di non poter apprezzare o addirittura comprendere i libri di Mari per eccesso di ricercatezza è elevatissimo. Ma proprio un attimo prima di impantanarmi nella lettura e dichiarare la mia inadeguatezza, ecco le sue repentine discese dall'aulico al trash attraverso suggestioni benefiche nell'evocare immagini e ricordi di lettore/spettatore, elencando a caso:

- Conrad
- Un manoscritto trovato a Saragozza
- L'olandese volante
- I pirati dei Caraibi

ma soprattutto:

https://www.youtube.com/watch?v=WQEkA...







Profile Image for Giò.
58 reviews61 followers
May 13, 2018
Ma come fanno i marinai…

…a baciarsi con i pesci e a rimanere veri uomini però?

L’idea e certe pagine sono davvero eccellenti. Molte però sono di una noia mortale e decisamente autoreferenziali; insomma come si dice: il troppo stroppia.

Mari sarà pure l’unico scrittore vivente italiano che leggeremo tra cinquant’anni, come affermano eminenti critici, ma ho bisogno di leggere qualche altro suo libro per convincermene (forse).
Una delle critiche che si leggono spesso in questo sito, quando i libri presentati non sono piaciuti, è che i personaggi di quel libro non abbiano suscitato empatia nel lettore. A me, onestamente, di questa faccenda dell’empatia con i personaggi non importa più di tanto. Può esserci o meno, ma non è quella che fa di un libro un buon libro. È l’empatia con l’autore invece quella che mi interessa di più. È l’autore quello che deve convincermi della bontà di quello che scrive, è lui che devo sentire autentico.
Mari, in una bella intervista a Carlo Mazza Galanti (che invito a leggere e che si trova in internet), afferma di scrivere sempre lo stesso romanzo che alla fin fine parla sempre di sé; dice: La mia idea è che più si è ombelicali e narcisisti e autoriferiti, più si è metabolizzato e inglobato il mondo, per cui attraverso il tuo ombelico lo riespelli e ne dai una versione interessante. Altrimenti sei uno scrittore giornalista, uno scrittore moralista o uno scrittore saggista.
Aggiunge poi: ...ho sempre scritto libri nuovi sul piano strutturale, formale e stilistico. Più ho coscienza di scrivere lo stesso libro più investo e insisto nella diversificazione formale. Un po’ come gli Esercizi di stile di Queneau .
Ecco, per me, qui casca l’asino: se leggendo Gadda, autore del quale Mari è considerato spesso l’erede per quanto riguarda la ricerca linguistica e l’originalità, ho trovato esaltante la sua scrittura e ho apprezzato persino quella forma di narcisismo che emerge dai suoi libri; se è vero che Gadda, come afferma lo stesso Mari, ti fa vedere il mondo come pochi, benché non gliene freghi niente del mondo, è per me altrettanto vero che il narcisismo autoriale di Mari è un po’ troppo fine a se stesso e ho il dubbio che la sua “originalità” attinga esageratamente da quegli autori che sono ciò di cui si è nutrito voracemente fin da bambino. Più semplicemente forse il mio ombelico non è in grado, avendo per ora letto solo questo libro, alcuni racconti e abbandonato Tutto il ferro della torre Eiffel, di entrare in piena risonanza con quello di Mari.
Profile Image for Kim Fabbri.
104 reviews19 followers
October 5, 2024
"...solo carpendo la vita si può dare la vita, solo uccidendo si può raccontare una storia, quest'oceano, quest'oceano è di sangue, mostri di vasta mole con lunghe pinne lo abitano, mostri con le gambe vi annegano, mani mostruose vi gettano reti ma nessuna lama taglierà mai la rete che imprigiona le storie..."

Un galeone fermo in mezzo all'oceano per colpa della bonaccia. La gamba in cancrena (anzi "gangrena") che costringe il capitano Torquemada alla stessa immobilità del suo galeone. Menzio, il suo Secondo, che lo visita giornalmente per riferirgli tutto ciò che di assurdo sta accadendo all'equipaggio: lingue sconosciute mai sentite prima, apparizioni di strani pesci colorati, morti per inedia.

Questo di Mari è un piccolo gioiello. Sapevo già quale incredibile padronanza avesse della lingua italiana ma qui il tutto viene anche arricchito da un'inaspettata comicità.
Leggere "La stiva e l'abisso" è come guardare un film in bianco e nero girato l'altro ieri. Mari sperimenta, scrive un nuovo classico senza mai risultare forzato, macchinoso o fastidioso. Sa quello che fa e lo fa con una straordinaria facilità tra pagine di rara bellezza e dialoghi esilaranti.

E la fissità di quel galeone e tutte le cose assurde che vi accadono rappresentano un piccolo microcosmo unico che quasi sicuramente non appartiene a questo mondo.
Almeno non a quello che siamo abituati a conoscere.

"Tu sei l'uragano e io sono la notte, l'abisso non conosce tempesta e respinge ogni nome, guarda come sono bello e lucente mentre torno a sfidarlo, un tuffo e l'abisso sono io, quali storie sapranno saziarmi, quali ninnenanne sapranno cullarmi?"
Profile Image for Marica.
413 reviews212 followers
November 10, 2024
I pesci sognati
In questo libro Mari saluta il ventesimo secolo e si ritira su un galeone spagnolo immobilizzato da una bonaccia. Il capitano è ancora più immobilizzato del galeone, perché ha una gamba in cancrena. MM utilizza nella descrizione della nave le decine di romanzi di Salgari e Stevenson che ha letto quando era Michelino, ma non è il caso di pensare a un libro di avventure, tutt’altro. E’ la vita di una nave immaginata da una persona che può solo elaborare passi, risonanze, odori senza muoversi dal letto e facendo astute domande al personale reticente. Questo libro è piuttosto spiazzante, perché l’ambientazione è assurda, la fine della storia prevedibile, la scrittura traccia arabeschi e divagazioni sulla pagina, eppure è molto avvincente. Si vuole sapere non tanto come va a finire, ma dove va a parare Mari. I personaggi principali sono il capitano, uomo di cultura squisita e il suo secondo, uomo ignorante e brutale. I marinai vengono visitati dai pesci e sognano e sviluppano sentimenti, qualità e conoscenze mai avute. Il secondo vuole la nave e il potere, ma nella sua rozzezza non si accorge probabilmente di provare soprattutto invidia per i marinai che hanno scoperto qualcosa che a lui è negato. Inoltre, anche se ammazzerebbe tutti, ha in realtà bisogno di un pubblico per esistere e in particolare ha bisogno di ascoltare il capitano. Mi sembra un omaggio di Mari al potere salvifico della cultura, che accende e perpetua l’umanità degli umani e li appaga in modo inimmaginabile da quelli che non si sono lasciati incantare, ripagandoli di qualunque perdita, anche quella della vita. La scrittura aulica e il messaggio elevato sono molto opportunamente contornati da trovate da commedia un po’ sguaiata (Menzio, il secondo) e da personaggi assurdi e divertenti come il clandestino. Il messaggio dunque è positivo, anche se le atmosfere sono macabre e schifose (cancrena): ma questo è Mari.
Profile Image for Giulia.
428 reviews201 followers
January 19, 2022
3.5 ⭐️
Non so cosa ho letto, ma mi è piaciuto.
Profile Image for Chiara F. B..
103 reviews14 followers
August 8, 2018
"-voi vi rendete conto, si? che siamo tutti pazzi.
-Capitano: è il più bel viaggio che abbiamo mai fatto, la pazzia"


La Stiva e l'Abisso è, a mio parere, una sorta di "esperienza di lingua e sintassi" che si appoggia alle vicissitudini, alla follia e ad una specie di "allucinazione generale" a bordo di questo nostro Galeone fermo in mezzo all'oceano.

Ci troviamo a guardare, come se la stessimo sorvolando a volo di Albatros, la staticità della nave ferma a causa della bonaccia, per poi scendere in picchiata e notare che su quella nave di movimento ce n'è parecchio; in particolare di Menzio, il secondo in comando.
Troviamo un capitano con una gamba in cancrena che diventa quasi un'ossessione; molti dei suoi momenti sono di riflessione in cui cerca, sogna di trovare un modo per amputarla (in più punti fa davvero venire il voltastomaco); chiuso nella sua cabina trova nei dialoghi con gli altri marinai spiegazioni su come sta "vivendo" la sua nave.
Un secondo; Menzio per l'appunto, che è la raffigurazione tipica della persona ignorante, "non dimenticare che abbiamo a che fare con uno studioso, e lo studio serve principalmente a fregare il prossimo", ma in un certo qual modo con quel tot di carisma che serve per ingannare gli altri marinai.
Ed infine un gruppo di marinai che è come in catalessi. Non troppo preoccupati dallo stallo della nave, in quanto presi sempre più dalle visite notturne di "Loro": questi meravigliosi pesci che di notte salgono sulla nave e raccontano loro delle storie.

E' intorno a questi pesci che tutta la vicenda della nave prosegue, l'evolversi della situazione, delle emozioni dei marinai. E più prosegue e più crescono amore, da un parte, ed invidia e cattiveria (pura e semplice) dall'altra.
Un evolversi che si basa, perlopiù, sulle incomprensioni di Menzio nei suoi dialoghi con il capitano, nella sua sete di potere e ricchezza.

E sembra quasi che questo crescendo di follia contagi anche la nave...

"E' più giusto così, la morte è la cosa più privata che esista."
Profile Image for Karenina.
135 reviews105 followers
Read
January 27, 2018
Mari con la scrittura può fare ciò che vuole.
In questo romanzo ci affascina con linguaggi di altri tempi, mescolando le identità dei protagonisti, i loro sogni e la realtà vissuta; i marinai, prigionieri di un vascello misteriosamente immobile nella bonaccia soggiacciono all’incanto dei racconti silenti di pesci-sirena, lasciandosi scivolare in una sorta di beata ignavia, fra le trame di ammutinamento ordite dal Secondo, figura greve ed ignorante che si oppone alla mitica figura del capitano che, immobilizzato nella sua cabina dalla gamba in cancrena, si affida alle notizie riportate dal mozzo che l’assiste o alle intuizioni dettate dall’esperienza di navigazione.
E’ un’avventura continua, fra presenze misteriose e inquietudini manifeste, malattie, torture e morti, fra chi sceglie deliberatamente di lasciarsi andare nell’abisso, chi coglie il mistero e chi resta ancorato miseramente al materiale. Sogno o realtà, superficialità o ricerca, sublime o grossolano, queste le antinomie suggerite con sapienza da questo intreccio, non sempre scorrevole, ma ricco di fascinazioni.
Profile Image for Andrea Iginio Cirillo.
123 reviews43 followers
November 12, 2020
Arduo, questo libro, stilisticamente e per la materia trattata. Una storia barocca, ricca di arabeschi, che rimanda a luoghi lontani, come quando il mondo era più piccolo, non del tutto esplorato. Storia di mare, una Linea d'ombra ancor più allegorica, un pastiche postmoderno di generi (teatro, prosa, metanarrazione) e stili (quello elevato del capitano Torquemada, quello inclassificabile e profano di Menzio, quello dei marinai). Una storia sull'arte di raccontar storie, sul loro esternarsi, sul dualismo tra la stiva (la mente, che immagazzina mondi, li conserva, li condivide) e l'abisso (quello dell'immaginazione, della ricerca in cui ci si può perdere e si perdono man mano i marinai dopo l'incontro con quegli incredibili pesci). E un dualismo è presente anche tra il capitano Torquemada e il suo secondo Menzio, personaggio costruito in maniera meravigliosa, che non si può solo odiare o amare incondizionatamente, ma che nel suo esser profano mantiene una sua particolare linea di condotta e una filosofia spiccia fatta di citazioni sbagliate e furbate ladresche. E poi c'è Torriani, l'ineffabile intellettuale che così poco si vede all'opera ma è tanto presente coi suoi calcoli e si perde nell'abisso di una indefinita ricerca.
E le storie di quei pesci prima citati, "Loro", inebriano e nobilitano i marinai, ma allo stesso tempo assorbono le loro vite rendendoli passivi, persi in altri mondi che hanno conosciuto negli effluvi amorosi con le creature marine.
Oltre a Conrad troviamo Stevenson, Eco, Borges (zoologia fantastica) e c'è un capitano che, con la sua immobilità dovuta alla gamba in cancrena è ormai "parte della ciurma, parte della nave", che i pesci non li incontra mai (se non uno moribondo), perché di storie in testa ne ha già tante ("è come se le storie ve le raccontaste da voi, che bisogno avete di un pesce?"). Torquemada è, dunque, l'intellettuale morente, che alla fine si getta anima e corpo nell'intrico di storie. Il finale, in questo senso, è commovente e comico al contempo.

Fondamentale è anche il personaggio del Clandestino di professione, Ismahil (chiamatemi Ismaele!), che appare e scompare come un fantasma, quasi fosse lo spirito della nave, eroe come Menzio (menzionare citazioni false, mentire, NOMEN OMEN!) è antieroe.

Per quanto riguarda lo stile, detto che si tratta di un'opera quasi barocca, di un pastiche, non si può d'altronde non elogiare il lavoro linguistico di Mari, che gioca con l'italiano, crea neologismi, enuclea concetti filosofici sull'io sull'identità, riempie il tutto di aneddoti e citazioni, parole arcaiche il cui suono fa bene al cuore dell'amante di parole.

Pienamente promosso, voglio assolutamente leggere altro di Mari, grandissimo autore contemporaneo.
Profile Image for Il Pech.
356 reviews23 followers
July 18, 2023
- Ciao Pech, cosa cerchi in un libro?
- Ciao Pech, grazie della domanda. Non mi interessano personaggi indimenticabili, intrecci clamorosi o colpi di scena. Mi interessa solo la scrittura. Sono un ragazzo semplice. Un libro deve essere scritto in modo originale o almeno un pochetto strano. La prosa dev'essere curata e divertente, brillante ma non boriosa. Proprio come in questo libro di Mari.

Che libro strano. Una storia d'avventure marinaresche che si rivela un ensemble di stili, un kaleidoscopio di soggetti e avvenimenti. Tanti personaggi di contorno manco me li ricordo, ma chissenefrega. Mari passa nel giro di poche righe da una scrittura colta e maestosa a dei dialoghi volgari farciti con gag comiche, accompagnando il tutto con continui giochi di parole.
Mari è un vero maestro di scrittura e molti passaggi di quest'opera sono d'una bellezza imbarazzante, di quelle frasi che ti fan pensare vabbè io non scriverò mai niente perché tanto non so scrivere cosi. E poi inizi a girare per la stanza guardando il soffitto, sussurrando che stile, per la madonna, che stile.

La stiva e l'abisso è un libro talmente strambo e originale,  scritto così bene che, anche se la storia non mi ha fatto impazzire, io quasi quasi gli do 5 stelle. Dai facciamo 4 e mezzo.
Profile Image for Vincenzo Politi.
171 reviews165 followers
February 20, 2021
«- Voi vi rendete conto, sì? che siamo tutti pazzi.
- Capitano: è il più bel viaggio che abbiamo mai fatto, la pazzia».



Il Divino Mari strabilia con questo racconto fatto di dialoghi e pensieri, in cui si porta alle conseguenze estreme il show, don't tell! tanto caro ai contemporanei, ma che qui viene sorretto da un linguaggio dal piglio classicheggiante nonostante le svariate strizzatine d'occhio a una modernità giocosissima. Utilizzando, con misura ma anche con parecchio divertimento, tutte le armi d'inchiostro a sua disposizione, Mari costruisce un romanzo d'avventura à la Stevenson (o quasi), che diventa thriller claustrofobico, che a sua volta si fa mistero metafisico, che infine si risolve in un'indagine dentro l'abisso, oscuro e profondissimo, del raccontare. Oltre al coro di mozzi e marinai, a un clandestino che parla una lingua inesistente fatta di francese, italiano, latino, spagnolo e dialetto lombardo, a un teorico della 'pescità' e alla sua ontologia, rimangono memorabili il capitano, con le sue fantasie perverse sulla coscia incancrenita, vere odi al male che lo divora, e quello che è un antagonista tanto crudele quanto, ahimé!, simpatico. Un vero capolavoro da parte di uno Scrittore: perché di libri belli se ne trovano, ma solo quelli di uno Scrittore con la maiuscola ti fanno venire voglia di rileggerli.

«-Oh, il tuffo...
- Cosa c'è? Perché piangi?
- Tu non sai cos'è quel tuffo...
- Dev'essere tremendo, sí.
- Non hai capito. È che in quel tuffo rivivi tutta la tua vita, non hai ancora toccato l'acqua e ce l'hai lì tutt'intera, la tua vita, e allora anche se muori è quello il momento in cui sei più vivo, ti rivedi piccino e già questo è abbastanza commovente, sono io quello? sì sono io, ma il massimo della commozione è quando ti appare la sua ignoranza, del bambino voglio dire, lo vedi e capisci che non sa cosa gli capiterà, magari fa dei sogni ma è chiaro che sono tutti sbagliati, tu però lo sai, come sono andate effettivamente le cose, e questo confronto tra l'immaginazione del bambino e la memoria dell'adulto è tremendo, tremendo...
- E io cosa avevo detto?
- Tremendo in un altro modo, intendo: perché in quel punto tu scopri quanto è tremenda la vita, capisci? è vivere che è tremendo, uno attraversa un giorno dopo l'altro e in un cantuccino della sua testa continua a dirsi: questa è la vita, boh, qualcosa succederà, la tal cosa si sistemerà, la talaltra prima o poi andrà a posto, quel che è certo è che per ora sono uno che vive e intanto quelle cose, che poi non sono mai come uno se le aspettava, sono solo dei ricordi, sì, poniamo che tu ti ripari il tetto della casa: tu credi di star facendo quella riparazione, in realtà stai solo costruendo un ricordo, è solo questo la vita, una continua fabbrica di ricordi, il che vuol dire che anche da vivi noi non facciamo altro che morire, ragiona, quando noi ci ricordiamo di noi stessi in genere ci commuoviamo, no? ci inteneriamo, diventiamo malinconici, e perché? Perché in quel momento è come se pensassimo ai nostri cari defunti, al nostro papà o al nostro nonno, perché non ci siamo più, quei noi là, solo che siccome i vivi non smettono mai di guardare avanti si dimenticano della verità, e la verità è dietro, è il dietro, la nostra verità, sono tutte quelle piccole morti di noi stessi che ci hanno accompagnato fin dalla nascita, e questo lo capisci veramente solo una volta, quando rivedi la tua vita tutt'insieme e tutt'intera, perché non puoi più guardare avanti, capisci? c'è solo il dietro, è come se il dietro, dopo averti seguito di nascosto nel bosco, come un assassino, ti raggiungesse con una corsettina e si presentasse, lo guardi e vedi che ha la tua faccia, capisci? capisci? Ecco, nel brevissimo istante di quel tuffo io ho capito che nella vita l'unica cosa a succedere è la morte.
- Mi fai star male.
- È logico, perché io ti dico le cose nel loro bruscoso, senza la soavità che ci mette l'Agro.
- È proprio vero, eh? più cose si imparano, e più si è tristi.
- L'hai detto: quasi quasi vorrei che non tornassero più.
- Ma torneranno.
- E noi li ascolteremo.
- E le storie ci entreranno dentro».
Profile Image for Manuel.
108 reviews6 followers
Read
January 19, 2013
A partire dai primi anni di università sono stato letteralmente bombardato dal prefisso meta-. Praticamente tutti i professori lo utlizzavano per gli argomenti più disparati e pure gli allievi – si sa che a 20 anni siamo ancora alle prese con la costruzione della nostra personalità e allora stiamo lì a spararci le pose da intellettuali e a scimmiottare i nostri mentori – non disdegnavano di buttarci questo meta-qualcosa nelle loro discussioni sui massimi sistemi. Ora, a distanza di tempo, devo ammettere che io non l’ho mai usato (o quasi), perché non ero mai sicuro del suo reale significato. Più o meno sapevo che aveva qualcosa a che fare con la riflessività, il prefisso meta. Per esempio, quando il mio coinquilino marxista (perché tutti abbiamo avuto un coinquilino marxista) parlava di un film che avevamo appena finito di guardare dicendo “questo film qui è prioprio un metafilm”, scattava subito una specie di cicalino nella sezione “significati” del mio cervello, e sapevo che si stava parlando di un film che si interrogava sulla metodologia del fare film e sui significati che questo fare film poteva generare. Ma non ero mai sicuro, e stavo lì ad annuire e sperare di non essere interpellato, e poi quando non ero visto da nessuno prendevo qualsiasi dizionario della lingua italiana che mi capitava sottomano e cercavo il significato del prefisso meta-, e invariabilmente alla chiusura del dizionario non mi rimaneva nulla del significato, e quindi ero condannato a stare sempre sulla difensiva nelle discussioni teoriche fatte con i colleghi, nei giardinetti della Facoltà, tra una lezione e l’altra.
Questo per dire che La stiva è l’abisso è un metaromanzo, anche se non ne sono sicuro al cento per cento (o mille per mille, che dir si voglia). So però che è una storia stupenda che basa il suo funzionamento sulle storie raccontate dai vari personaggi (non vi sono azioni descritte dal narratore, ma solo racconti di azioni. E lo dovevo capire subito che era una storia contro il naturale dispiegamento della storia. Da quando, a volo d’albatros, vedi questo galeone immobile su un mare piatto, con le vele ammainate causa assenza di vento, ti avvedi subito che si sta distruggendo il primo principio di un’avventura: il mare periglioso, il coraggio di un uomo che va incontro al suo destino tra tempeste e balene bianche. Ma – trattando di particelle e prefissi – tutto ciò che è anti- mi ha sempre affascinato e così sono andato avanti a leggere il mio primo libro di Michele Mari (ringrazio il Caos di avermelo fatto conoscere), immerso in un mare (letteralmente) di dialoghi stupendi, con personaggi dalle inflessioni dialettali a volte sconosciute, ma sempre armoniose e musicali. Un romanzo che mi ha fatto avere l’impressione di stare a teatro, a vedere un’opera della Commedia dell’arte, ad avere la nave di fronte a me come palcoscenico, e vedere e sentire questi personaggi ben delineati (anche quelli senza nome e minimi) che raccontano gesta e storie della nave, di altre navi e di altri viaggi, e descrivere i misteri che si celano tra la stiva e l’abisso. Mi è sembrato, ma solo per un attimo, di aver afferratto cosa si intende per potere evocativo della parola. E poi, sempre seduto in platea, ho visto uno ad uno i personaggi sparire, uscire fuori dalla storia (perché La stiva e l’abisso funziona per sottrazione), eppure ho continuato a vedere la storia proseguire e spostarsi negli abissi dell’ancora-non-detto.
Potrei star qui a raccontare delle mitiche figure del Capitano e del suo Secondo, ma raccontare le trame è una cosa inutile.
www.liberdocet.it
Profile Image for Jacques le fataliste et son maître.
372 reviews57 followers
April 16, 2013
Una splendida rappresentazione del richiamo dell’abisso – di cui (antilovecraftianamente ma forse proprio lovecraftianamente) sono svelati i tesori – e dei rischi della narrazione. Che altrimenti, se non comportasse rischi di qualche genere, non avrebbe nessun valore (siano benvenuti, quindi, inquisitori e incantatori).
Meno vivace di Tutto il ferro della Torre Eiffel. Divertente e combinatorio (sempre con leggerezza, mai macchinoso).
Profile Image for beesp.
386 reviews49 followers
August 8, 2018
Credo che "La stiva e l'abisso" rimarrà tra i miei libri preferiti del 2018 e mentre cominciavo le avvulippatissime pagine di questo romanzo, mi dedicavo già a "I demoni e la pastasfoglia", perché la sregolatezza geniale di Michele Mari, il suo stile travolgente e selvaggio creano dipendenza. "La stiva e l'abisso" è una storia incredibile, che fa assaporare la migliore letteratura di mare ad ogni pagina. Menzio, villano crudele, antagonista quasi surreale, movimenta la storia, che del resto è incredibilmente dinamica, visto il tema 'statico'. Dopo questo romanzo, credo che mi approccerò con maggiore ardore alla letteratura di mare, appunto, che del resto Michele Mari esalta tanto splendidamente (soprattutto in Conrad) ne "I demoni e la pastasfoglia".
Profile Image for Frabe.
1,200 reviews56 followers
May 3, 2022
Generalmente apprezzo come Mari scrive*
talvolta soffro certe sue acrobazie eccessive**

*Tu, sanguinosa infanzia – Rondini sul filo – Rosso Floyd – Di bestia in bestia – Euridice aveva un cane – Leggenda privata
**Tutto il ferro della Torre Eiffel – Roderick Duddle – La stiva e l'abisso
14 reviews
January 18, 2022
«(…) “Questo conferma la mia idea…”
“Quale, capitano?!”
“Che sia successo qualcosa, un po’ di tempo fa, per cui ciascuno degli uomini, scoperta l’interiorità, sta trovando il proprio destino”.
“E io, lo troverò anch’io il mio destino?”
“Non aver fretta Ernestìn, destino è solo uno dei nomi della morte”.»

Un galeone spagnolo, guidato da un infermo ed esperto capitano, Torquemada, si ritrova fermo in mezzo all’oceano a causa di una improvvisa bonaccia. La ciurma – eccetto Menzio, il Secondo di Torquemada, uomo rozzo e ambizioso, diametralmente opposto alla figura del capitano, nobile e animata da una sincera curiosità – è afflitta da un assopimento diffuso che man mano colpisce tutti i marinai, facendoli morire di inedia. Dei magici mostri marini – per lo più pesci – si accoppiano di nascosto con i marinai, immettendo in loro un vasto patrimonio di storie che quelle stesse creature hanno acquisito cibandosi della carne, e dunque dei loro vissuti, dei marinai annegati. Gli uomini di Torquemada dismettono qualsiasi occupazione, tranne quella fabulatoria, raccontandosi delle storie a vicenda, presentate nel libro in una lingua barocca ed elaborata sotto la forma del diario di bordo in splendide storielle, alcune veri rompicapi, altre graziose e affascinanti.
Nell'avvicendarsi della storia Menzio, acerbo e maligno, dimenticato dai pesci fantastici, proseguirà la sua isterica e improbabile ricerca di un tesoro nascosto, organizzando peraltro un fallimentare ammutinamento; dall’altro lato il capitano Torquemada, costretto all’isolamento dalla gamba incancrenita, assisterà inerte alla corruzione dell’equipaggio, infastidito dai laconici e insufficienti rapporti del suo Secondo.

La topologia simbolica della nave, messa in relazione fin dal titolo con la profondità marina, si complica all’apparire dalla stiva di uno strano clandestino. Ishmaìl è un uomo anziano, una specie marinara di ebreo errante, eterno clandestino che ha trascorso la propria vita passando da una stiva all’altra, capace di esprimersi in una mostruosa lingua franca, un ingegnoso miscuglio di francese, arabo, latino, ebraico, genovese, napoletano, greco, e altro ancora («Teng’a panza vida: vida cumm’a chefalé de vù, compren? Il fò magnat tussuìt: apré loquirò»). Il nome del galeone di Torquemada è continuamente alluso e mai chiaramente pronunciato, quasi a conferire un significato mistico-religioso alla sua trasformazione in un teatrale contenitore di racconti e infine in “nave fantasma”.
La parabola dei marinai corrisponde a una graduale decadenza fisica (una specie di a languore), ma soprattutto a una progressiva ascesi spirituale: le storie che le creature marine covano nelle loro menti provocano lenimento e sollievo; il mischiarsidelle storie con la memoria autobiografica della ciurma, in uno splendido intruglio tra reale e inverosimile, ne arricchisce, in qualche modo, la vita interiore. Del resto, non è proprio questa la missione delle storie che leggiamo?

«”Che sono tristi, quelle storie, perché le hanno imparate dai morti, e questo vuol dire che con il racconto si sono bevuti pure la nostalgia per la vita perduta.” (…) “La vita è sempre triste, a ricordarla (…).”
“Ehi, ma lo sai che abbiamo fatto proprio una bella chiacchierata? Non sembrava nemmeno una conversazione tra marinai.”
“Anche i marinai, a volte, sembrano qualcos’altro da quello che sono.”» (p.145)

L’ufficiale Torriani, altro personaggio della Stiva e l’abisso, uno scribacchino dottissimo che a tratti assume le sembianze di un comune «scienziato pazzo», credo rappresenti icasticamente il nodo interpretativo di tutto il romanzo: dopo aver terminato vari trattatelli dai richiami barocchi, si immerge nell’oceano in un bizzarro marchingegno da lui progettato e assemblato, facendosi inghiottire dagli abissi, alla ricerca delle creature misteriose.
Da qualche parte ho letto che La stiva e l’abisso – il mio primo di Michele Mari – è il libro fra i meno letti dell’autore. Sono rimasto di stucco: personalmente vi ho trovato una complessità narrativa e linguistica di pregiata fattura e quantomai rara nel panorama letterario di oggi (ciò mi fa ben sperare che l'autore verrà "canonizzato" tra non molto, trovando un posto nei manuali di letteratura). È un inno alla retorica, e quindi all’arte del dire e dello scrivere, cristallizzato nelle novelle raccontate dai marinai, affamati di storie, volenterosi di imitare, almeno sul piano dell'immaginazione, l’atto di forza dell’ufficiale Torriani che, in un’inversione di ruoli, sceglie di “visitare” di persona le mistiche creature.
Profile Image for Chris.
307 reviews1 follower
March 29, 2021
Non è semplice parlare di questo romanzo: il capitano di un galeone spagnolo bloccato ormai da tempo da un'interminabile bonaccia, è costretto a letto nella propria cabina da una gamba incancrenita. Sul resto della nave si svolgono una serie di eventi peculiari: l'ufficiale al sestante Torriani resta chiuso per settimane nella propria cabina per costruire una specie di sommergibile di vetro, col quale si tuffa tra le onde per non riemergerne più; un numero sempre maggiore di uomini scivola in uno stato semi allucinato a metà strada tra il sogno e il delirio, forse a causa dello scorbuto o a causa di certi pesci di singolare bellezza che saltano sulla nave a raccontare fantasmagoriche storie ai marinai, intessendo con questi ultimi delle relazioni di prodigiosa intimità.
Al di là delle circonvoluzioni della trama, che mi ha fatto pensare per qualche verso alla Ballata del Vecchio Marinaio di Coleridge, quello che mi ha colpito è stato l'utilizzo di un linguaggio caleidoscopico, a tratti barocco, che oscilla tra gli estremi dello sgrammaticato - nel riportare la parlata dei marinai - e dell'aulico, passando per trascrizioni di termini dialettali, stranieri, desueti e quant'altro. È davvero difficile per me raccogliere le fila di un romanzo che, credo, necessiti più di una lettura per essere assimilato a fondo sia dal punto di vista strettamente linguistico che per quanto riguarda le implicazioni filosofiche e le svariate possibilità di interpretazione possibili. È stata la mia prima lettura di Michele Mari, uno scrittore che intendo approfondire.
Profile Image for Mariasilvia Santi.
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March 29, 2025
Che vertigine narrativa e che libertà linguistica! Citando, a caso, Zoolander: "bello bello bello in modo assurdo".
Profile Image for Samuele Petrangeli.
433 reviews80 followers
June 30, 2019
La stiva e l'abisso è sia un divertissment marinaro, dove Michele Mari si diverte a giocare con la lingua, adattandola alla storia di marinai settecenteschi, sia un'allegoria, mai nemmeno provata a essere celata, sull'importanza delle storie e della narrazione.
Ambientata su una nave, misteriosamente bloccata in una bonaccia che più che meteorologica è metafisica, il cui capitano è bloccato nella stiva da una cancrena - gangrena, anzi - alla gamba, la storia si concentra sulle visite che ricevono i membri dell'equipaggio da parte di alcuni pesci che, a quanto pare, sono in grado di trasmettere delle storie facendoci l'amore.
La prima cosa che emerge è quello che Dante chiamava l'intuarsi nell'altro, ovvero la capacità di entrare nell'identità, nella persona che non siamo noi. "Non è il valore delle cose a contare, ma il cambio, l'andare di là e tornare di qua, però con la testa ancora di là..." Cioè, quello che voglio dire è che se la letteratura, o qualsiasi forma di narrazione, ha un qualche valore allora questo valore sta nella sua capacità di farci smettere di essere unicamente noi stessi, nel riuscire, cioè, a farci essere qualcun'altro, a farci capire, comprendere, essere qualcosa oltre il nostro piccolissimo e riduttissimo essere. Il che, in fondo, è una cosa pericolosa, come dimostra Don Chisciotte o la svagatezza dei membri dell'equipaggio del libro di Mari: perché si rischia di scordarsi che le storie, i suoi personaggi, hanno sì carne e sangue, ma esistenza mai. Ovvero, si rischia di sprofondare così profondamente nelle storie da dimenticarsi della propria esistenza. Intuarsi, cioè, definitivamente nell'altro. "Che favola è questa mi chiedo, che non ne genera altre con la collaborazione del tuo sangue già infetto, del tuo sangue ormai favoloso?"
Non tutti, però, sulla nave riescono a entrare in contatto con questi pesci magici. In particolare due: il capitano e il secondo. Il secondo, Menzio, che è così secco, arido, che nessuna storia, fa presa su di lui, per il semplice fatto che per lui è impossibile riuscire a essere qualcosa al di fuori di se stesso, tanto è pieno ed egocentrico. In questo, emblematica è la sua mancanza di qualsiasi fantasia o immaginazione, e soprattutto capacità di comprendere che le parole abbiano significati oltre il letterale. La crudeltà di Menzio, la sua violenza e cupidigia, sono la violenza e la cupidigia di chi è costretto a vivere unicamente con se stesso. Anche il Capitano, nonostante abbia ricevuto la visita del pesce, non riceve storie, se non qualche lampino. E' la cancrena. E' il suo ormai essere più morto che vivo. E' il suo aver raggiunto il suo destino che ormai lo ha chiuso al mondo. L'unica cosa che può fare è stare nella stiva, nascosto, al buio, cercando di sfuggire, di rimandare, anzi, la morte. Non a caso, appena Menzio, nella sua cecità, lo porta fuori, la cancrena prende finalmente il sopravvento e la mente del Capitano esplode di parole e immagini favolose. Chiudere fuori la vita - e la morte - significa chiuder fuori qualsiasi contatto con l'altro. Non vi possono essere racconti dove non vi è vita - o morte.
Ma le storie non sono un qualcosa di etereo, di magico. Le storie sono ricordi. I pesci si nutrono degli occhi dei marinai affogati e, attraverso di essi, si nutrono dei loro ricordi e sono quelli con cui entrano in contatto i membri dell'equipaggio facendoci l'amore. Vivere, quindi, significa produrre ricordi, ovvero storie. La stiva e l'abisso è un romanzo che è intriso da una profonda malinconica dolcezza verso la vita, verso la consapevolezza che ognuno discende nel proprio abisso alla ricerca del proprio destino: "Che sia successo qualcosa, un po' di tempo fa, per cui ciascuno degli uomini, scoperta l'interiorità, sta trovando il proprio destino. [...] Non aver fretta Ernestìn, destino è solo uno dei nomi della morte". Ma non per questo ci si deve chiudere in sé, rifiutare l'inevitabile percorso - come fa il Capitano. Perché è nella morte, mia e altrui, che "si diventa ancora più vivi, vivi in modo più puro, senza quei torpori e quelle ottusità che ci consentono di non disperarci ogni giorno: è solo per questo che allora si soffre tanto, perché ci si sente troppo vivi".
Ecco, allora che se il destino è la morte, le storie, la narrazione, l'intuarsi è un metodo per non dico fuggirla, ma aggirarla. Nulla finisce veramente. I ricordi continuano all'infinito. Sono trasmessi, mangiati, ricordati, riraccontati all'infinito. E noi con loro. La solitudine, la disperazione, allora appartiene solo a Menzio, solo chi ha "natura così piena e pregna di voi, così priva di quelle cavità necessarie all'eco e al riflesso".
Profile Image for Marco Spelgatti.
Author 2 books23 followers
October 11, 2018
Quando lessi ”Caduto fuori dal tempo“ di Grossman, fu amore alla seconda pagina. Chiusi il libro e credo fu uno dei regali di Natale di cui più abusai. Poi, passati anni e letture, questo amore si è dimostrato un’infatuazione, la sua storia è finita dispersa in un cassettino della mia memoria, e non mi sono mai impegnato a comprendere il perché di questa disaffezione.
Poi è arrivato “La stiva e l’abisso”.

Il paragone è nato subito perché i due stili hanno alcuni punti di contatto nella ricerca lessicale, nel modo in cui gli autori lavorano con le parole; ed ho trovato così la risposta che (non) cercavo.
”Caduto fuori dal tempo“ è un racconto ruffiano. È un artificio come quelli di Baricco, una di quelle cose fatte sembrare importanti, acute. Imita la poesia, ne indossa la pelle ma poi, sotto, non rimangono che emozioni facili da generare (drammi privati e pubblici, cose che ci colpiscono senza sforzo). Un romanzo vuoto.

Mari invece prende l'italiano e ci gioca, ci si diverte, e lo fa con la consapevolezza di chi conosce tutte le regole e, quindi, può romperle tutte. Non sembra voler stupire nessuno ma solo far quel che gli pare. Prova ne è il tema, né comune né commerciale. Non ha puntato sui sentimenti facili, su guerre disgrazie e dolori. Non sappiamo praticamente nulla di questi marinai, del loro passato. Di perché facciano ciò che facciano, vedano ciò che vedano, e non importa. E poi alla fine sappiamo comunque tutto, attraverso i loro dialoghi. I dialoghi sono proprio la forza di questo romanzo, supremi in ogni angolino. Ogni personaggio ha un suo vizio lessicale, un suo modo di piegare la lingua al suo carattere, sfumature così perfette che bastano poche pagine per far sì che siano subito riconoscibili tra un paragrafo e l’altro anche senza nominarli. Credo invidierò ed amerò per sempre Mari per questo.
È una storia viva, che rimane addosso come l’odore del pesce, ti entra dentro come una gangrena. Ha condizionato i miei sogni, il modo di parlare, e ora mentre osservo la finestra e non c'è vento, non c'è rumore rumore sale dal mare e la pescitudine chiama, nuotiamo, nuotiamo, chiamiamoci a nome gioiosi!
Profile Image for Matteo Zandri.
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April 5, 2022
La stiva e L'abisso

" ... È questo il bello dei racconti, hanno sempre qualcosa di oscuro"

Man mano che si ammassano gli anni, e soprattutto che si ammassano i libri letti, l'asticella del mio gusto letterario si alza sempre di più. È divenuto difficile stupirsi e rimanere basiti alla chiusura di un libro. Romanzi conclusi e inconcludenti, storie a metà, scritture scialbe e diafane... Sono tutte cose che ormai non fanno altro che infastidrmi. Io voglio che un libro sia un tuono: precipitato sulla mia terra con somma sorpresa e fautore, col propagarsi del suo boato, di una frattura in me. Questo del resto è lo scopo della letteratura: colpire il punto fragole e produrre pensiero . Se un libro non riesce in questo, se una storia non mi fa male e non mi stimola, allora non ne è valso il tempo, e nemmeno soldi. Perché una volta concluso io sono lo stesso di sempre, ne so quanto prima, e i miei dubbi non sono aumentati.
Il mio approccio alla lettura quindi è un inseguimento di stimoli, una caccia al titolo ché più possa darmi quel brivido e che più possa insinuare dubbi. Infatti, ho sempre pensato, la letteratura non dà risposte, o non sempre, e non è questo il suo compito precipuo, piuttosto, la letteratura genera dubbio. E io di dubbi sono sempre stato profondamente innamorato; ho bisogno, concluso il libro, di rimanere stordito, di lasciarmi sfuggire il senso, di non afferrare ciò che voleva dire l'autore, di arrivare a pensare, persino, che l'autore stesso non sapesse bene cosa comunicare. Leggere e non capire. Rileggere, pensare ancora e di più, fare congetture, riscrivere nella testa, ipotizzare, di nuovo leggere, perdersi nel dubbio. Questo è leggere. È nei punti oscuri, nel dubbio, che rinvengo alla rivelazione di qualcos'altro, qualcosa che non so nominare prima di averla scoperta.
Con la stiva e l'abisso è accaduto questo: una profonda incomprensione scaturita da un'esperienza di comunione profonda con la pagina. La trama è presto detta: un galeone è costretto da una misteriosa bonaccia a rimanere in mezzo all'oceano, immobile. Immobile come il suo capitano, inchiodato al letto, nella sua stiva, da una gangrena alla gamba. A dirla così, non pare nemmeno entusiasmante: la condizione di immobilità fa cadere seduta stante le aspettative di trovarsi di fronte a un racconto di avventure. Eppure delle avventure accadono, ma sono delirii, elucubrazioni, sono nella testa del capitano, che cerca di trovare una spiegazione alla misteriosa maglia di cui sembra essere preda il resto della ciurma, e sono nei discorsi dell'equipaggio, calati in una metamondo immaginario fatto di parole. E così, tra le bugie del secondo, Menzio, i dialoghi e le conversazioni estrapolate dai mozzi, si snocciola la narrazione, che una narrazione non è, o meglio, non è una sola: il ritmo diegetico infatti qui assume una sua peculiare essenza, ed è frammentato, misto, ha tante vite quante sono le voci dei membri dell'equipaggio, e a simboleggiare ciò, c'è la scelta del linguaggio da parte dell'autore, che tradisce un amore smisurato per l'abbondanza e il gusto barocco, e rivela plasticità e adattabilità impressionanti. I cambi di registro infatti la fanno da padrone, e ciò non è volto solo a differenziare lo status dei personaggi, ma anche a sottolineare l'approccio dei singoli rispetto all'ignoto, al mistero che serpeggia lungo i ponti della nave, al quale il capitano prova ad accedere nonostante le sue condizioni lo limitino.
Alla stratificazione di registri corrisponde una stratificazione di significati, di tematiche, le quali si compenetrano, e ancora, di rimandi, di citazioni - con una certa inclinazione per il pastiche - di intenzioni, non mancando mai di fare sfoggio di erudizione, mai fuori posto. Sembrerebbe un caleidoscopio mal amalgamato di scelte stilistiche e tematiche, o un pastrocchio da vanaglorioso, ma il tutto, realizzato con grazia letteraria, converge verso un solo grande tema: quello della narrazione, che a sua volta metaforicamente simboleggia l'esistenza stessa. I marinai sul galeone, presi da questa malia - di cui si scoprirà essere responsabili dei magici pesci - raccontano storie e ascoltano i compagni narrarne altre; Torquemada, il capitano infermo, ascolta e partecipa alle narrazioni dalla stiva nella quale è immobilizzato, ha l'orecchio sempre teso, chiede resoconti dettagliati ai suoi sottoposti; Menzio, l'unico a non raccontare nulla, mente, mente per sua natura, come suggerisce il nome, e nel farlo, modifica il suo linguaggio, con toni parodistici, assorbendo come una spugna ciò che riesce raccogliere, affinando così di volta in volta la sua arte manipolatoria. A modo suo, anche lui fa una narrazione, non autentica, diremmo, e per questo non rimarrà impunito.
È chiaro il contenuto del romanzo? No, assolutamente. È un groviglio di cose, un attorcigliamento di temi, di livelli di significato, di letture, di registri. La lingua, soprattutto, può risultare ostica;
Ad esempio, in alcuni passaggi - soprattutto se sono i pensieri tortuosi di Torquemada - ci imbattiamo in termini desueti, arcaicismi, cerebralismi linguistici. Una vera goduria, per coloro che amano la lingua e apprezzano le volute manieristiche di chi sa usarla davvero, una tortura per quelli che si aspettano un racconto semplice, più consueto. La stiva e l'abisso è una lettura che crea dubbi, difficile per contenuto e per forma, difficile perché produce attrito e resistenza, da una parte, e dall'altra quella insana voglia di scavalcare i confini del detto per lanciarsi nel fiume dell'astrazione.
Una cosa però è chiara: Mari è geniale, e il suo genio scaturisce da quel modo di narrare per il gusto di narrare, e mi viene da dire, collocandomi nel solco della metafora che parrebbe - e dico parrebbe - suggerire, vive per il gusto di vivere, come forse dovremmo fare tutti quanti, poiché, in fin dei conti, "vivere è attendere la morte".
Profile Image for L'amaca di Euterpe.
186 reviews10 followers
August 7, 2018
Avete presente quando nei libri di navigazione, di pirati, di grandi galeoni improvvisamente vi viene raccontato che arriva la bonaccia e la nave inizia a temere? Beh questo libro parla di quel momento in cui una nave incontra uno dei suoi pericoli maggiori e viene bloccata in mezzo al nulla, sotto al sole, in preda ai propri fantasmi. La bonaccia deve essere stato qualcosa di terribile: fermi ad aspettare il destino ed immobili a sperare nella fine. Un limbo.
Mari ci racconta un limbo di follia con un capitano con una gamba in cancreca che non vuole farsela amputare (ma dove è il "medico" di bordo? Non scherzo, le navi di quell'epoca che compivano lunghi viaggi avevano sempre qualcuno che potesse badare alla salute dell'equipaggio, mentre qui manco l'ombra), un secondo preda delle proprie ambizioni e un equipaggio che lentamente impazzisce forse per colpa di misteriosi pesci ammaliatori.
Il fulcro del romanzo, forse, è proprio questo strano rapporto fra umani e pesci che spinge i primi a ricercare la fonte della propria malinconia, a ricordare desideri sopiti, a vivere vite mai vissute, ma tutte alla fine vengono richiamate verso il mare.
Storia brillante, che per certi versi mi ha fatto pensare alla "Perla Nera" dei Pirati dei Caraibi film prima che diventasse un galeone mostruoso: come si sono lentamente trasformati in zombie animali e in quanto tempo la loro mente è partita per la tangente? Ma non c'entra nulal con quel film o con il libro, anche perché questo libro non ha anima.
E' il secondo libro di Mari che leggo e sicuramente averlo finito è un traguardo, ma credo che non andrò oltre. Mari è un ottimo studente, con ottima erudizione, un pozzo di citazioni, dissemina il suo racconto di tante cose che ti viene da dubitare che voglia dire quello che stai effettivamente leggendo, ma non ha anima. Leggerlo per me è stato come leggere un esercizio di stile, ottimo ma sempre sterile. Le battute sono messe nel punto che te le aspetti e si ripetono ossessive come quelli che raccontano una barzellette che non fa ridere e la ripetono finché la gente ride per pietà. Caratterizzare un personaggio è un conto e i suoi sono tutti caratteristici, ma insistere è sfiancante.
Davvero non capisco il suo stile di scrittura e non capisco l'abuso della tecnica.
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Se volete leggere libri di mare, della vecchia navigazione alla piratesca o simili, questo lasciatelo per i momenti di passaggio. Non leggerlo non vi causerà perdita di fondamentali racconti di mare.
Se invece cercate qualcosa che vi faccia sentire parte dell'immenso mondo della retorica, dell'uso della metafora, del suono fine a se stesso questo libro sicuramente fa per voi, ma credo che possano esserci autori più capaci di giocare con la lingua italiana e non solo.
Profile Image for Camilla Ruffo.
13 reviews2 followers
August 13, 2024
Provo un senso di timidezza, quasi di vergogna, nell’apprestarmi a scrivere di questo romanzo di Michele Mari, tanto la sua prosa è complessa, prolissa, brillante e assolutamente inimitabile.
Questo libro è un abilissimo gioco retorico e letterario, ambientato su un galeone del XVI/XVII secolo fermo in mare a causa della bonaccia. Il capitano è a sua volta immobile nella sua cabina, allettato da una gamba in cancrena; il Secondo, Menzio, controparte etica del Primo, si occupa impunemente della nave, sulla quale iniziano ad accadere cose sempre più strane. La ciurma riceve alcune visite notturne ad opera strani pesci, che raccontano loro storie di naufragi e di annegati, storie che sono finite in mare e che rivivono attraverso le orecchie dei loro ascoltatori. I marinai, trasognati, vagano come spettri, impersonando antiche vite, ebbri delle novelle che hanno appreso: dimenticano di mangiare, di bere, si abbandonano alla morte desiderando ricongiungersi al mare da cui sono richiamati per l’immensità dei racconti che hanno udito. Menzio intanto, tenacemente aggrappato alla sua esistenza triviale, fraintende questi deliri e passa a fil di spada chiunque si frapponga tra lui e un fantomatico tesoro, anch’esso generato dalla sua immaginazione di pirata e dal fraintendimento delle parole del Comandante.
Le stesse parole che si impongono, inevitabilmente, quali vere protagoniste del romanzo: lessico aulico, gerghi marinareschi, tecnicismi medici, prosa filosofeggiante, lingua franca d’invenzione, poesia spagnola, versi latini; e ancora: parodia letteraria, giochi di parole, ilari neologismi, spassosi fraintendimenti, onomatopee fumettistiche, polisemia ambigua. I racconti dei pesci diventano, così, una metafora per racchiudere i libri, la letteratura, la cultura tutta, che riesce a permeare la mente anche degli uomini più incolti, qualora prestino l’orecchio ad ascoltare. Il piacere che ne deriva è quello di un amplesso, della trascendenza, dell’immanenza: essere i terreni se stessi, i redivivi degli abissi e l’essenza di tutte le storie del mondo, che confluiscono in un mare più vicino al brodo primordiale che a un letterario oceano. La cancrena del Capitano come metafora della corruzione umana, della perversione, a cui si oppone tenacemente la ragione e l’empatia della cultura e del ragionamento logico. Menzio, infine, unico agente del romanzo, impermeabile a qualsiasi miracolo della natura (o della letteratura) resta, nel finale, costretto alla solitudine del silenzio, privato per sempre del vero tesoro piazzato sotto al proprio naso: l’universo, la combinazione, la formazione, il fluire, il descrivere, il raccontare di quelle splendide parole che non era riuscito ad ascoltare.
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Profile Image for giuneitesti ❆.
269 reviews51 followers
April 3, 2023
Io e il mio ragazzo abbiamo iniziato un gioco: una volta al mese leggiamo un libro consigliato dall’altro. Il suo, a marzo, è stato Abbiamo sempre vissuto nel castello. Shirley Jackson lo ha conquistato, e io sono stata molto felice gli sia piaciuto. Venuto il mio turno, le opzioni erano due: i galeoni o la guerra. Ho scelto il mare.

La stiva e l’abisso racconta la storia di un galeone arenato in un mare senza vento. Il capitano è costretto nella sua cabina da un male alla gamba, e nella putrefazione in cui sta vertendo il suo corpo racconta ciò che succede nella nave. Che barba, eh? No, scordatevi la noia: dialoghi brillanti, personaggi matti, fatti strani che incuriosiscono e un ammutinamento in corso. E poi i pesci, i dugonghi, le sirene. Ma lo sapete che raccontano storie?

Ci sono libri che producono un’eco: li finisci e non puoi fare a meno di continuare a pensarci. Ecco, La stiva e l’abisso per me è stato questo. Lo si legge in fretta perché è praticamente solo dialoghi, ma sono così arguti, così ricchi e così dinamici che se ne esce marinai della stessa zolfa di Menzio, fondatore dell’ordine dei Nariciuti, furbo e senza scrupoli.

Michele Mari, ma dove ti sei nascosto? Com’è che io, di te, non ho mai letto niente? Io, questa commedia profondo e bizzarra, ho troppo voglia di vederla in teatro. Una barca ferma, eppure tutto si muove. Per me che scrivo, opera spettacolare.
Profile Image for paola.
239 reviews29 followers
June 16, 2018

"È il bello delle storie, che ci sia sempre qualcosa di oscuro."


Un galeone spagnolo bloccato da una misteriosa bonaccia da un mese, un Capitano - erudito e curioso - bloccato a letto da una gamba gangrenosa e costretto a vedere il mondo fuori dalla sua cabina attraverso gli occhi del suo Secondo e del mozzo dacché la bonaccia è iniziata, un Secondo gretto, insolente, che si esprime con gran sicumera, marinai ammaliati da misteriose e fantastiche figure: con un tocco di zoologia fantastica, Mari crea un romanzo corale che - sotto le parvenze di racconto marinaresco - è una esplorazione sulla natura delle storie, una ricerca della loro origine, una riflessione sulla loro importanza e insidiosità e, conseguentemente, una discesa nell'animo umano.
Con continui rimandi storici e letterari, Mari (per cui è impossibile non provare estrema ammirazione, vedendo messe a frutto in questo modo le sue conoscenze) dà vita ad uno scritto barocco in cui non risparmia virtuosismi e ricercatezza stilistica, in cui alterna il grottesco e l'orrifico a dialoghi colmi di ironia e lasciando chi legge con un costante senso del mistero.



" - Vi rendete conto, sì? che siamo tutti pazzi.
- Capitano, è il più bel viaggio che abbiamo mai fatto, la pazzia."
Profile Image for Stefano Sotgia.
90 reviews6 followers
January 14, 2019
Un galeone spagnolo, guidato da un capitano costretto all’infermità da una cancrena alla gamba, si trova bloccato da una bonaccia che sembra non passare mai. Di notte, l'equipaggio si intrattiene in commerci ambigui con pesci di inusitata bellezza (sì, proprio così). A poco a poco, gli uomini del capitano si lasciano morire d'inedia, mentre il Secondo è alla ricerca dell'immancabile tesoro. La trama, esilissima, serve a Mari per porre domande sul proprio lavoro: come nascono le storie? qual è l'effetto che esercitano sulla nostra mente? Affascinato da sempre dalla narrativa marinaresca, riempie il suo libro di citazioni da Conrad, Stevenson e Melville. E se la trama sembra avvolta dalla stessa bonaccia che affligge la nave - ed è probabilmente il motivo per cui questo è il libro meno letto di Mari - stile e invenzioni linguistiche sono fuochi d'artificio memorabili. Per fantasia, precisione, visionarietà e padronanza dei registri, le pagine dedicate alla cancrena sono tra le cose più impressionanti che abbia mai letto. Non per tutti, forse non il più adatto da cui iniziare con Mari, ma comunque un gran libro.
Profile Image for Lalau.
99 reviews21 followers
June 11, 2018
Mari si riconferma sempre un porto sicuro dove approdare. Ho trovato questo libro molto più “semplice” e godibile rispetto a “ di bestia in bestia”: anche qui ci sono virtuosismi linguistici ma sinceramente mi sono sembrati molto più funzionali e in alcuni passaggi mi hanno onestamente divertito ( gli sproloqui di Menzio sono impagabili). Che dire non posso che consigliarlo e continuare a leggere tutta la produzione di Mari, che mi auguro continui a crescere.
Profile Image for Magda.
370 reviews
August 6, 2019
Un veliero è intrappolato in una bonaccia che sembra senza fine, la nave è ferma e l'equipaggio langue. Sono visioni dovute alla denutrizione, alla noia o chissà cos'altro oppure su questo vascello succedono cose che hanno del fantastico? È un romanzo che ha più voci narranti, compresa quella del capitano costretto a letto da una cancrena, ma lo stile linguistico è unico, complesso, ricercato.
Profile Image for Eleonora Bernardi.
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May 20, 2019
Spassoso, ironico e ben studiato. Mari si lancia in una storia di mare rocambolesca e insolita fatta di supposizioni, vaneggiamenti, tesori mancati e strani pesci guizzanti. Consigliatissimo come libro estivo o libro di svago.
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