Una raccolta di racconti narrati in prima persona dallo stesso Zanotti Bianco. Il filo conduttore è la miseria dei popoli, "perduta gente" in balia della storia, schiacciata da eventi più grandi di loro. E creature ai margini della storia, perduta tra i monti dove muore nell'indifferenza dello Stato e della Chiesa. Tra l'immobilismo delle autorità e delle stesse genti, singole iniziative come quelle di Zanotti Bianco sono state determinanti alla sopravvivenza di interi paesi Aspromontani, e più in generale, del Mezzogiorno d'Italia.
Il libro è molto scorrevole, il registro passa agevolmente da narrazioni sobrie a descrizioni più liriche, senza cadere nello stucchevole. Si apprezzano i dialoghi riportati nei vari dialetti calabresi.
Dalla colonna di soldati spersa nella prima guerra mondiale (Il ritorno, 1916), agli effetti devastanti della carestia russa (Una notte sul Volga, 1922), ai profughi armeni in fuga dal genocidio (Profughi armeni, 1922), fino agli sperduti borghi calabresi, i racconti dipingono un vivido quadro a tinte fosche, e costituiscono un prezioso documento del primo '900 vissuto dalla parte degli ultimi, degli abbandonati, di quelli che insomma la Storia non la scrivono ma a subiscono.
La testimonianza di Zanotti Bianco è molto attuale in una Calabria dove, ancora una volta, le scuole e gli ospedali chiudono e i borghi muoiono. Ci sprona all'attivismo, e sembra sussurrarci all'orecchio che "Cu voli la giustizia si la fazza, non speri c'atru la fazza pi 'tia".
Il troppo dimenticato Zanotti Bianco; un uomo come pochi ci furono nell'Italia del '900 e i cui frutti - dovuti al suo seminato - ancora oggi si possono raccogliere, forse persino in Calabria, persino ad Africo. Una prosa ammaliante, secca e allo stesso tempo coinvolgente lega i racconti di questo "diario" duro e crudo. Un classico, un maestro da leggere e rileggere più e più volte.