13/02/2020 (***)
Il sottotitolo di questo libro (Il romanzo della sua vita) è forse un pò fuorviante. A livello lessicale, dico: perché di romanzo, nel caso di questo libro, proprio non si può parlare. La forma è quella del saggio, il taglio idem; un serissimo e composto saggio, non particolarmente scorrevole nella lettura, su una vita che - quella sì! - ha seguito un percorso incredibile, che rasenta il romanzo.
Sull'opera di Dante, si è probabilmente scritto più che su quella di qualsiasi altro autore (tolto Shakespeare, credo). Da un lato, perché le opere "minori" (il Convivio; il De vulgari eloquentia, la Monarchia) sono state rivoluzionarie per tematiche e impostazione e - soprattutto la seconda - alla base, per concetti trattati, della nostra attuale lingua nazionale.
Dall'altro lato, perché l'opera maggiore è la più grande opera che sia mai stata scritta in qualunque lingua, ha fondato di fatto e di diritto la lingua italiana e, pur in una cornice fortemente medievale, è di una potenza visionaria e perfezione stilistica inarrivabili.
Il Dante Alighieri che esce da questo libro è una figura molto umana e, pur considerando il genio smisurato, assai più fragile di quel che il mito ha poi diffuso. Mito che è stato innanzitutto alimentato dallo stesso Dante, uomo di immane egocentrismo, talmente sicuro della propria natura di predestinato da costruire su questa l'intera Commedia.
Invece, quel che emerge ripercorrendo la travagliata vita di quest'uomo, vissuta per la gran parte dell'età edulta in esilio, e sempre dalla parte sbagliata, è l'infelicità che si sublima in visionarietà egotica; è la ferrea coerenza idealistica che si evolve nel tempo fino a un ribaltamento assoluto rispetto alle convinzioni iniziali, ma sempre su un sostrato ideologico perfettamente coerente (e cambiare diametralmente idea con coerenza di fondo non è davvero da tutti); è la visione del mondo di un uomo profondamente religioso che non si fa problemi a fustigare preti e papa; è infine la questua quotidiana per il pane, il bagno di realtà a cui Dante, sempre pervaso dalla certezza della sua predestinazione, è costretto, mendicando ospitalità dai potenti, all'estero e in solitudine.
E qui si scopre, a sorpresa, che la Commedia non è affatto un affresco con una univoca impostazione, ma che i vari canti, composti negli anni, sono in sostanza dei resoconti dell'attualità politica e sociale vissuta da Dante al momento, di una ideologia che evolve nel tempo in funzione delle circostanze, passando dal guelfismo oltranzista degli inizi al ghibellinismo feroce della maturità, e di necessità meno alte, come l'encomio ruffiano saltuario all'anfitrione di turno.
Libro interessante, documentatissimo (metà delle pagine sono dedicate a note, bibliografie, alberi genealogici); non particolarmente godibile, tuttavia, né molto scorrevole: da questo punto, si può fare molto meglio.