È interessante la chiave che Appelfeld ha scelto per raccontare una storia di guerra: la chiave spirituale. L'impostazione realistica delle narrazioni postbelliche di argomento partigiano hanno poco a che fare con questo romanzo: prima di tutto perché i fatti raccontati non sono avvenuti (e non parlo di dettagli secondari di una storia verosimile: se davvero qualche brigata partigiana fosse riuscita a far deragliare i treni diretti ai campi di sterminio la storiografia sarebbe diversa), e poi perché al narratore interessa restituire prima di tutto lo spirito che anima i combattenti. È uno spirito che si manifesta nel loro modo di vivere, attento a tutti, e ai deboli in particolare, opposto al male che stanno combattendo. Le descrizioni della vita comunitaria della brigata fanno capire perché loro sono “i buoni”. Questo è un romanzo che non lascia dubbi su chi siano i buoni e chi i cattivi: i personaggi non sono dominati da dissidi interiori, non c'è il solito “lato maledetto” del personaggio buono e l'altrettanto solito “lato buono” del cattivo di turno: c'è il bene, a cui aderiscono i partigiani, e c'è il male, i tedeschi. In mezzo, i contadini ucraini.
In questa lotta tra il male e il bene, l'ebraismo non è un elemento secondario, accidentale: i buoni non sono casualmente ebrei, ma sono buoni proprio perché fondano la propria spiritualità nella tradizione ebraica. Sia chiaro: non ci sono né rabbini né personaggi particolarmente devoti, anzi, più di qualcuno è ateo e/o comunista. Però i buoni sanno che se non curano con la dovuta attenzione la propria vita spirituale la lotta non ha senso: si lotta sempre per qualcosa che valga. È per questo che Kamil, la guida militare e spirituale della brigata ebraica, dice «se non usciremo dai boschi pienamente ebrei sarà segno che non abbiamo imparato nulla»: si lotta per il popolo ebraico intero, per non cedere quello che si è. Se si cede sul piano spirituale la battaglia è persa.
La tensione spirituale del romanzo, però, non è mai esplicitata, se non nelle parole di Kamil, riportate dal narratore. E qui veniamo a quello che non mi ha convinto di questa narrazione: il narratore è un ragazzo diciassettenne, strappato dalla sua vita di benestante figlio di una famiglia tutto sommato normale, che si ritrova a condividere le sue giornate con i partigiani. Da un ragazzo del genere mi aspetto: che sia sconvolto per come è cambiata la sua esistenza tranquilla; che sia arrabbiato per lo stesso motivo; che metta in discussione dogmi e disciplina, vista l'età; che ingigantisca la percezione degli avvenimenti che lo coinvolgono; che, in un'età così importante per la formazione personale, rifletta in modo profondo e fruttuoso su quello che gli capita. Niente di tutto questo: Edmond riporta gli avvenimenti così come sono e descrive in modo abbastanza neutro la vita di questa comunità. Il tono del romanzo è definito “epico” sulla quarta di copertina. Io direi quasi cronachistico, vista l'asciuttezza dello stile (non è un'offesa, è una parola come un'altra per descriverlo). Questo tono, secondo me, cozza con la narrazione in prima persona, soprattutto se questa prima persona è un ragazzo diciassettenne. In un romanzo del genere la prima persona avrebbe dovuto – ma la mia percezione è prbabilmente dovuta al sistema di generi a cui siamo abituati – parlare di sé, della propria percezione, dei rapporti con gli altri, in un tono un po' più intimistico. Anche il focus sulla vita comunitaria cozza un pochino con il tono epico-cronachistico, che sarebbe stato più adeguato a un focus sulle battaglie, mentre qui le azioni militari passano quasi inosservate.
Nulla di male, per carità. Solo che questo narratore in prima persona mi risulta un po' stridente. Colpa della mia vecchiaia, che mi rende incapace di essere un po' più elastica, temo.