Non mi ha entusiasmato. L'ho trovato prolisso e poco incisivo. Ad ogni capitolo si sofferma ad annunciare il contenuto dello stesso e quando finalmente si dovrebbe arrivare al dunque non graffia e lascia confusi.
Va anche detto che per un'absolute beginner, o quasi, di scienza politica, il linguaggio è un pochino ostico (vizio tutto italiano, riscontrato nel tempo: un libro inglese -a parità di difficoltà contenutistica- risulta sempre molto più chiaro dei nostri).
Mi ha colpito l'uso smodato dell'aggettivo "robusto". Francia, Germania e altre democrazie liberali vengono definite "robuste" sia in partenza che nel corso nelle riforme fatte; noi perennemente deboli, sempre indietro in ogni aspetto.
Narcisisti sono ovviamente i "nuovi che sono avanzati".
Ho preso il libro perché un paio di mesi fa avevo letto un saggio sul Sessantotto di Massimo Bontempelli nel quale si rimarca la stessa identica categoria (il narcisismo) nei leader/leaderini che contestavano all'epoca. Ben diversi dai confratelli francesi e tedeschi che in poco tempo chiusero la partita coi rispettivi "poteri" (già "robusti"), mentre da noi il Sessantotto è durato fino a ieri, con l'intermezzo terribile del terrorismo.
Democrazia debole, la nostra, mai pienamente realizzata. Esclusi i primi anni della Repubblica (più o meno fino al Governo Parri), siamo rimasti perennemente in panne, calati nelle sabbie mobili appunto dell'incompiutezza, sino all'esplosione della partitocrazia che generò Tangentopoli.
Il dopo Tangentopoli lo abbiamo davanti adesso (e Travaglio è stato il suo profeta).