La città è Ferrara, sue le strade, i bastioni, le case padronali.
Lida, un giovane amore con un ragazzo distratto che non sa cosa fare della sua vita, non riesce a dare un figlio all’uomo che l’ha amata, sposata, che ha fatto da padre al figlio, che è stato compagno. Destinata ad amori interrotti.
Clelia non riuscirà a vedere il nuovo mondo che lei ha sognato bellissimo e morirà con tutte le sue illusioni intatte. Non vedrà le contadine, trasportate come mucche, travestite per un funerale politico, stanche e affamate ricaricate sui camion verso le loro povere case, né i due ragazzi giovani, indifferenti e provocatori, immersi nelle loro stupidaggini giovanili.
Josz, sopravvissuto ai lager, ritorna. Come in sogno (quale parte della sua vita è realtà e quale è un sogno?) gira per una città che è sempre la stessa e che pure non lo è. I suoi fantasmi non possono trovare altra via che sparire, di nuovo. Ma non è tanto Josz il protagonista, quanto la società intono e le sue filistee reazioni.
Di Gemma e di Corcos abbiamo solo immagini. Quello che nelle passeggiate serali li ha spinti uno verso l’altra, lei goy, lui ebreo, lei poco più di una contadina, lui un medico immerso negli studi, non sappiamo cosa sia stato.
Gemma ha avuto una bella casa, dei figli, il suo uomo presente e sempre immerso nei libri (ma forse attento alla vita circostante, anche se con l’angolo dell’occhio). Lui è diventato un medico eccellente, poco incline al mondano. Quando Gemma muore, Corcos non spezza il legame: sarà la cognata zitella a portare avanti quella vita serena.
Doveroso citare il bellissimo film di Vancini La lunga notte del ’43.
Ci sono alcune differenze rispetto al racconto, ma indovinate.
La più importante è il personaggio di Franco Villani. Amante di Anna, la moglie del farmacista reso storpio dalla tabe, figlio di una delle vittime, spinto dalla famiglia ormai di sole donne a fuggire in Svizzera, è l’anima della città. Bello e superficiale, pronto a cogliere l’occasione di un piacere, ma senza un vero coinvolgimento, di fronte al vero dramma fugge, pronto a sostituire il ricordo consapevole con una vaga reminiscenza.
Quando ritorna, per una visita di passaggio al muro dove giacquero i cadaveri, con moglie figlio svizzeri e alieni, incontra anche Sciagura, pontificante al solito bar, e in un geniale momento di pura rimozione, stringe la mano a Sciagura.
La scrittura dolce di Bassani, nata per la memoria, ci regala 5 storie che si possono leggere parola dopo parola, anche con la voglia di conoscere la fine. E magari non ci accorgiamo che Ferrara, nonostante la topografia, è archetipo di tanta provincia. Nella storia di alcuni personaggi c’è un intero mondo che non finirà mai.
Che i ferraresi siamo noi, con i nostri stereotipi, i nostri circoli chiusi, il nostro filisteismo, i nostri obblighi sociali dove l’affermare la necessità di un futuro relega la memoria a lapidi o gratificanti, ma sterili, celebrazioni.
26.04.2017