Se il populismo è sintomo e non malattia, da dove deriva il nostro rancore? Da Tocqueville a Tangentopoli, dal Sessantotto ai giorni nostri, la storia del lento divorzio tra cittadino e politica.
Fino a pochi anni fa l’ascesa del populismo veniva interpretata quasi esclusivamente alla luce della crisi finanziaria. Ma se l’economia è tornata a crescere e il peggio sembra passato, perché i cosiddetti «partiti del risentimento» continuano a raccogliere consensi? Siamo forse di fronte all’epilogo di una storia che ha origini più profonde? Giovanni Orsina cerca queste origini all’interno della democrazia, ragionando sul conflitto tra politica e cittadini che ha segnato gli ultimi cento anni. Se alcune fasi di quel rapporto – il connubio inedito tra massa e potere a partire dagli anni trenta, la cesura libertaria del Sessantotto – sono comuni a tutto l’Occidente, Orsina individua la particolarità del caso italiano nella stagione di Tangentopoli. Il sacrificio simbolico di un’intera classe di governo conclude la repubblica dei partiti e allo stesso tempo inaugura un venticinquennio di antipolitica. Con la quale tutti hanno dovuto fare i conti – Berlusconi, Renzi, Grillo, i postcomunisti, la Lega –, ma della quale nessuno è riuscito a correggere o contenere le conseguenze nefaste.
Non mi ha entusiasmato. L'ho trovato prolisso e poco incisivo. Ad ogni capitolo si sofferma ad annunciare il contenuto dello stesso e quando finalmente si dovrebbe arrivare al dunque non graffia e lascia confusi. Va anche detto che per un'absolute beginner, o quasi, di scienza politica, il linguaggio è un pochino ostico (vizio tutto italiano, riscontrato nel tempo: un libro inglese -a parità di difficoltà contenutistica- risulta sempre molto più chiaro dei nostri). Mi ha colpito l'uso smodato dell'aggettivo "robusto". Francia, Germania e altre democrazie liberali vengono definite "robuste" sia in partenza che nel corso nelle riforme fatte; noi perennemente deboli, sempre indietro in ogni aspetto. Narcisisti sono ovviamente i "nuovi che sono avanzati". Ho preso il libro perché un paio di mesi fa avevo letto un saggio sul Sessantotto di Massimo Bontempelli nel quale si rimarca la stessa identica categoria (il narcisismo) nei leader/leaderini che contestavano all'epoca. Ben diversi dai confratelli francesi e tedeschi che in poco tempo chiusero la partita coi rispettivi "poteri" (già "robusti"), mentre da noi il Sessantotto è durato fino a ieri, con l'intermezzo terribile del terrorismo. Democrazia debole, la nostra, mai pienamente realizzata. Esclusi i primi anni della Repubblica (più o meno fino al Governo Parri), siamo rimasti perennemente in panne, calati nelle sabbie mobili appunto dell'incompiutezza, sino all'esplosione della partitocrazia che generò Tangentopoli. Il dopo Tangentopoli lo abbiamo davanti adesso (e Travaglio è stato il suo profeta).
Libro parecchio interessante sulla crisi della democrazia liberale. Che non è in difficoltà a causa dei populismi - che nascono un po' ovunque, e che comunque sono un sintomo, non la malattia - ma perché alla base, promettendo la piena realizzazione di chiunque, crea cittadini narcisisti interamente concentrati su se stessi. E senza contrappesi, non può che finire male. Il ragionamenti di Orsina si appoggia a Tocqueville, Huizinga, Ortega y Gasset, Del Noce, Girard, Canetti. E anche se la lettura non è sempre fluida e scorrevole, merita di essere discusso.
Un'analisi dell'implosione della democrazia e l'emergere dell'antipolitica. Gli autori di riferimento sono Ortega Y Gasset e Del Noce, quindi non proprio democratici, ma alcune considerazioni sono acute e meritano riflessione.