Siamo a Pianura, periferia di Napoli, negli anni Ottanta. Chi ci abita lo chiama il Far West. Fortunato ha dieci anni, una fame incontenibile - di cibo, di storie e d'amore - e un'immaginazione sfrenata. In famiglia lo chiamano 'o strologo, quello che sa le cose. Da grande vorrebbe fare il cantante neomelodico. Ma anche l'attore. Pure l'astronauta non sarebbe male. Oppure può raccogliere da terra la Smith & Wesson 357 Magnum di Patrizio, 'o figlio dô Bulldog, e mettersi a sparare come tanti altri. Vive in due stanze con i genitori, i tre fratelli e la nonna, arrivata all'improvviso dopo che un sasso enorme è precipitato sul tetto di casa sua - così dicono i grandi - minacciando di sfondarle il soffitto. Quello che pochi sanno è che Fortunato ha un sogno più grande di lui, qualcosa che lo tiene sveglio la notte. Andare lontano, schizzare via. Perché la vita corre, e va acchiappata. Fortunato Cerlino ha scritto un romanzo unico, vivissimo, scintillante di intelligenza creativa. Ogni istante vissuto attraverso gli occhi di questo bambino un po' magico è pura meraviglia.
La storia di Fortunato mi ha davvero commossa. Un bell'esordio, questo di Cerlino. Ero già affascinata da lui come attore e, come scrittore, una bella rivelazione.
Furtunà ma comme aggia fà? Tu 'sto bambino l'hai trovato a quarantasei anni, ma quando hai cominciato a cercarlo? Io lo cerco da almeno quattro anni e nun so' proprio cazz' ro truvà. Ma mo' m'avessa fa altri venti anni di sparpetuo? Ultimamente ci ho provato davvero tanto a cercarlo, sarà la lontananza dalla mia città, dai miei amici, sarà la nostalgia di papà che non c'è più da tanto, ma 'stu criaturo nun vo' proprio ascì fore.
Siamo in un mondo parallelo. Napoli non è in Italia e forse il terremoto che l’ha colpita nel 1981 ha contribuito ad allontanarla ancora di più.
Un bambino dagli occhi attenti racconta la sua Napoli e la sua famiglia, con sguardo vispo e forse un po’ di timore. Ha paura di scrivere cose inutili su quel quaderno bellissimo trovato nella casa incendiata in cui si continua a rifugiare, come una clandestino. Com’è questa vita, com’è questo posto in cui le cose che succedono non dovrebbero accadere e quello che non accade è rincorso fino all’ultimo spasimo? È Fortunato a raccontarlo. A raccontare questa storia di ragazzi in moto, di pistole e sangue, di cadute da impalcature, di sogni rincorsi, nonostante le porte in faccia, di canzoni cantate a tutta voce, perché è così che si deve fare. Bisogna cantare.
Bell'esordio alla scrittura di Fortunato Cerlino con un romanzo autobiografico(?) che si legge facilmente, che torna indietro nel tempo e che fa rivivere i sogni e i ricordi di un bambino (povero) che vuole a tutti i costi riuscire a ribellarsi ad un destino che sembra scritto per ciascuno che nasce e cresce in determinate zone. A volte anche ironico e divertente in alcuni aneddoti, è una lettura piacevole.
Non è il solito romanzo che parla di Napoli e la difficile vita nei quartieri, ma è un diario a cuore aperto che racconta un passato comune a tanti. La voglia di rivalsa, di cambiare qualcosa, di essere finalmente qualcuno. Ma la realtà spesso ci fa pesare la nostra origine, non ci permette di essere liberi e di compiere un cambiamento. Non resta altro che scontrarsi, oppure essere un semplice ingranaggio di un sistema più grande di noi.
Avevo trovato nella lettura e nella scrittura quello che loro non riuscivano a darmi. Nei libri avevo messo in salvo tutto l’amore a cui, un giorno avrei avuto diritto.
Bello bello bello! Il racconto é magico, la lingua melodiosa, la narrazione ha La leggerezza di un sogno e la potenza di una tragedia greca. Devo metterlo tra i migliori letti nell’anno.
Le prime righe mi hanno fatto pensare ad un romanzo completamente diverso, invece porta in un mondo estremamente duro con altrettanta delicatezza... bello