Il vantaggio di aver letto prima ‘La Tregua’ di ‘Se questo è un uomo’.
Vantaggio? Per me sicuramente, che nell’inferno del Lager ho sempre tenuto a mente l’immagine di quel ragazzo mite, introverso, osservatore per carattere e per scelta (era chimico), empatico e dolente per l’umanità disumanizzata che là lo circondò.
Un ragazzo pervaso dall’assurdità dell’esistenza eppure proiettato fuori dal suo proprio sé, ma non in fuga né estroverso: solo consapevole di essere una delle particelle alla deriva e che scopre la propria individualità rispecchiandosi nelle particelle che lo circondano: uno dei tanti e allo stesso tempo unico.
Si parla della Tregua come l’Odissea ma non ci vedo tante attinenze tra il nostro Primo e quel malandrino di Ulisse, sempre pronto al suo tornaconto. Piuttosto la Tregua è un “nostos” dei deportati sopravvissuti che peregrinano su e giù per l’Europa Orientale liberata dai mostri della disciplina e lasciata preda al disordine vitale dell’armata rossa.
La primissima lettura mi divertì tanto come del resto il Don Chisciotte: Cesare, il Sancho Panza della Tregua, è rimasto uguale a se stesso in questi cinquantatré anni che mi separano dal primo incontro.
È di Levi, il narratore, che è cambiata la prospettiva. Allora solo la voce interna e lo sguardo, come una cinepresa, sui particolari di quella folla stracciona dimentica delle sofferenze e pronta ad accapigliarsi per una pentola di Cantarella.
Ora, per me, il suo segno distintivo è la nostalgia di un un mondo prima dell’Assurdo.
Solo i grandi patimenti, fisici e psichichi, possono proiettare un ragazzo nel mondo adulto e farne un quasi vecchio. Un ragazzo non sa cosa sia la nostalgia: il suo tempo passato è l’infanzia da cui è voluto scappare a gambe levate e non ci ritornerebbe manco a pagarlo.
La nostalgia è propria di quelli che sanno che il meglio è passato e non ritornerà mai più: un meglio vagheggiato, non per forza reale. Di questi uomini solo pochi rifuggono da tale sentimento prima che si trasformi in auto compatimento. Levi lo fa allora e continua a farlo per quarantadue anni.
Ecco perché il cuore di quest’ultima mia lettura sta nel tempo, due mesi, trascorso da Levi a Staryje Doroghi:
- Furono mesi d’ozio e di relativo benessere, e perciò pieni di nostalgia penetrante. La nostalgia è una sofferenza fragile e gentile, essenzialmente diversa, più intima, più umana delle altre pene che avevamo sostenuto fino a quel tempo: percosse, fame, freddo, terrore, destituzione, malattia. È un dolore limpido, ma urgente: pervade tutti i minuti della giornata, non concede altri pensieri, e spinge alle evasioni.
A Staryje Doroghi si ferma la frenesia che accendeva i soli istinti di sopravvivenza senza lasciare spazio alla coscienza. Alla Casa Rossa si instaura, infatti, una routine in cui facilmente si insinua il vuoto che, come dice Levi, devi riempire con le evasioni altrimenti quel risveglio, la contezza del vuoto, potrebbe essere pericolosissimo se nel frattempo non è stabilito un legame “affettivo” con la routine stessa e non si è trovato uno scopo per continuare ad agire l’inutile ma necessario per vivere.
Levi lo cerca quello scopo: nella natura, nel semplice divertimento di seguire l’iperattivo e pratico seppur folle Cesare, nel farsi letteralmente portare dal greco di Salonicco, quello che ha capito tutto e che, se la “guerra è sempre”, bisogna combattere.
L’ha cercato nel nostos, nella “gioia liberatrice del raccontare” ma la sua vera realtà è ormai nel sogno “:
che non ha cessato di visitarmi, ad intervalli ora fitti, ora radi, un sogno pieno di spavento… è un sogno dentro un altro sogno…sono a tavola con la famiglia o in una campagna verde… in un ambiente privo di tensione e di pena; eppure provo un’angoscia sottile e profonda, la sensazione definita di una minaccia che incombe…. Tutto è ora volto in caos: sono solo al centro di un nulla grigio e torbido…: sono di nuovo in Lager, e nulla era vero fuori del Lager. Il resto era breve vacanza o inganno dei sensi…ora odo risuonare una voce, ben nota; una sola parola, non imperiosa, anzi breve e sommessa. È il comando dell’alba in Aushwitz, un parola straniera, temuta e attesa: alzarsi, ‘Wastawac’’ .
“La Tregua” la scrive a quindici anni dai fatti. Quel sogno sicuramente l’ha accompagnato fino alla notte che precedette la naturale conseguenza dell’avere subito l’Assurdo del Lager: il suicidio.
Gli impegni sociali, la sua attività di scrittore e di chimico, il suo trantran insomma, non sono riusciti a liberarlo dal segno dell’Assurdo.
E la Tregua non è che il suo testamento quarantadue anni prima della fine, l'11 aprile 1987.
P. S. Non posso non rimarcare come lui abbia compreso l’anima russa, quella che Dostoevskij immortalò nelle sue opere: un’anima polifonica.