Uno dei miei libri preferiti. Sono ancora inesperta per quanto riguarda il Giappone, e forse è per il mio sguardo da novizia che davanti all’autore Lafcadio Hearn mi nasce spontanea una sorta di riverenza. Ho letto questa raccolta di racconti a più riprese; ora che ne ho concluso la lettura, avrei voglia di tornare alla prima pagina e ricominciare da capo. Sono sempre stata affascinata dal folklore di tutti i popoli, ma la penna di Lafcadio Hearn è unica, potente e assieme delicata (grazie anche, senza dubbio, a un ottimo lavoro del traduttore). Il Giappone viene dipinto dai paesaggi, descritti come fossero co-protagonisti del libro, dalla sottintesa mentalità del popolo, dai dettagli delle case e dei cadaveri, dalle maniere di vita e di vestiario, dalla stratificazione di leggende — a cui lui però sembra credere ciecamente. In altre raccolte di miti et similia, si sente quasi sempre un passo di distanza tra l’autore e la materia scritta; Lafcadio Hearn, invece, come dice anche la postfazione, sembra farsi possedere dal folklore giapponese, sembra, insomma, “posseduto” dalla linfa che attraversa storie di secoli riguardanti spiriti, folletti, morte gelose e tazze di tè parlanti. Ci sono, assolutamente, rassomiglianze con leggende del resto del mondo, eppure queste stesse rassomiglianze tramutano in una unicità che spesso mi ha lasciata davvero stupita. Il pensiero del popolo giapponese, come dicono tutti gli stranieri che vanno a viverlo e a tentare di impararlo, non è facile da capire, se non addirittura impossibile, ma assaggiarne il folklore svela tanti retroscena che parlano da sé, mostrando radici che si inerpicano fin nelle fondamenta della cultura nipponica; poiché il folklore, come si sa, risponde nella maniera più utile ai turbamenti di chi fa domande assurde o limpide, geniali o semplici, ma che altrimenti cadrebbero nell’oblio indotto dall’ignoranza umana. Ho avuto l’impressione che questo libro emanasse qualche rivolo della vera anima giapponese.