Che cosa si intende con il termine 'postverità'? C'è chi lo utilizza per indicare una modalità di comunicare in cui i fatti oggettivi sono meno rilevanti rispetto alle emozioni e alle convinzioni. Altri lo usano per indicare informazioni volutamente e coscientemente false. Quel che è certo è che parlare di postverità coglie un cambiamento importante propiziato dai media almeno dagli anni '90. Ormai da molto tempo, infatti, i reality show, i talent, la real tv hanno reso più debole l'idea di realtà e, conseguentemente, di verità. Realtà e finzione si sono intrecciate e spesso confuse, in una logica culturale che premia le emozioni e le identificazioni, non la messa alla prova e le competenze.
Non mi ero reso conto (forse in modo colpevole) che il tema della postverità, della frantumazione del reale fosse così grave e così sentito fino al festivl della filosofia 2018 (il cui tema era appunto la verità); eppure dai social media al panorama politico non mancavano certo i segnali per capirlo.
Anna Maria Lorusso (docente di semiotica presso la facoltà di filosofia dell' Università di Bologna) gioca un ruolo decisivo non solo nella risposta decisa del mondo culturale all'attacco dell' ignoranza populista, ma anche è protagonista del dibattito universitario sulle origini, le conseguenze ed il significato dell'avvento della postverità. Non è un caso che il professor Maurizio Ferraris che la suddetta Lorusso abbiano partecipato entrambi al festival della filosofia, così come non è un caso che la professoressa di Bologna si sia confrontata più volte con il pensatore fiorentino, citandolo nella sua opera.
E' proprio questo confronto tra approcci diversi (ontologico Ferraris, semiotico Lorusso) la cosa più interessante di questo libro, portando il lettore molto avanti nella comprensione dell' oggi dal punto di vista della verità e del reale. L'ontologia è la scienza dell'essere in quanto essere, della realtà dura e concreta che stà dietro i fenomeni e che noi cerchiamo di conoscere (è possibile farlo? Dipende) osservando il mondo. Non stupisce che Ferraris nel suo spiegare la post verità parta da categorie ottocentesche, da Marx e da Nietsche, cercando di ristabilire il reale come concetto esterno ed indipendente da noi. Anna Maria Lorusso è semiologa, è seguace di Umberto Eco e di Charles Sanders Peirce, ed ha una visione della conoscenza e della verità assai più dinamica e moderna, anche se proporzionalmente (e pericolosamente direi) più debole rispetto alla verità ontologica.
Questo libro spiega bene come l'idea che abbiamo di vero sia qualcosa di profondamente sociale: ciò che viene considerato vero è il risultato di sperimentazioni ma anche di confronti, di mediazioni, di relazioni con postulati e mentalità già condivisi: non solo, il più delle volte leghiamo il concetto di verità all'affidabilità della fonte, perchè non abbiamo la possibilità quasi mai di verificare i fatti. Il concetto di fiducia si affianca quindi a quello di narrazione, di relazione, di negoziazione nel definire il vero, che ha molto più a che fare con l'affidabile che con il reale, che pur esistendo resta esterno da noi ed assai poco raggiungibile. Questa dimensione emozionale della verità (che viene duramente negata dall' ontologia) consente di comprendere molto meglio sia l'idea postmoderna che dà una importanza decisiva all'interpretazione rispetto che al fatto, sia all'idea di postverità che spesso è legata all' autoaffermazione piuttosto che alla conoscenza.
Cos'è la postverità, all'interno di questo modello? E' la verità che all'improvviso rifiuta la negoziazione, il confronto con l'altro e con il preesistente costituito per rendersi affidabile. Gli esempi, riportati con chiarezza anche in questo libro, sono davvero tanti. Le frange più radicali del movimento 5 stelle hanno trasformato l' ignoranza in un valore, ed il concetto di competenza viene sminuito in nome di una ipotetica "università della strada"; gli antivaccinisti che imperversano in rete negando decenni di successi clamorosi in nome di una singola esperienza personale, tutti accomunati dall'ansia feroce di giudicare vera qualsiasi notizia sia allineata coon la narrazione che si sono dati e di negare qualsiasi autorevolezza che non sia la loro. Non è difficile capire come in tempi di crisi, le persone finite in un vicolo cieco che tentano in ogni modo di sparigliare le carte si lascino affascinare dall'idea di postverità, di uno vale uno, dalle narrazioni che li pongono a loro agio indipendentemente dalla credibilità.
Forse troppo legata alla figura di Umberto Eco che aveva come referente il mondo televisivo, Lorusso analizza a fondo il mondo dei reality show come manifestazione di postverità ma soprattutto delle infinite gradazioni di verità che fanno da sfumatura al vero/falso assoluti, ma trascura abbastanza l'effetto dirompente di internet. Ci si limita alla interessantissima considerazione sulle cosiddetta "bolla", l'insieme di contatti che condividono le nostre idee e che formano un gruppo tendente ad escludere chiunque dissenta. Il blog di Beppe Grillo ma anche le pagine di altri partiti politici, per esempio: sono la chiara manifestazione della natura della postverità spiegata nelle pagine precedenti, ovvero una verità che si autoattribuisce affidabilità da sè senza mettersi a confronto con il già esistente, con l'autorevolezza dei competenti, con le credenze diffuse, con il test della durata nel tempo.
Il testo di Lorusso integra e completa quello di Ferraris (e viceversa) permettendo di guardare al fenomeno della postverità da un angolo completamente diverso: non solo un attacco all'essere in quanto essere (Ferraris), ma anche al sistema di credenze condivise e di test di affidabilità che ogni comunità si attribuisce per garantire credibilità alle narrazioni. Pure, qualche sfumatura di dubbio resta, ed è normale che sia così, visto che la Semiotica ha un' idea di vero molto più vicina al postmoderno che non l' Ontologia o l'Epistemologia. Quanto si debbono consolidare e difendere i sistemi di analisi che la società si da, le credenze condivise, il sentire comune, dagli attacchi dei nuovi tempi? Bloccandoli come granitiche certezze non si rischia un nuovo oscurantismo, un nuovo medioevo? La scrittrice non cessa mai di ribadire che l'approccio al confronto che genera il vero debba esere sempre dinamico, ma non mi è arrivato con chiarezza la maniera con cui cautelarsi dall' infragilirsi del concetto di vero che sempre quella dinamicità genera, come la potverità stessa sta li a ricordare.
Primo capitolo perfetto, i restanti risultano un po' pesanti, specialmente per il progressivo ripiegamento sulla spiegazione semiotica (e io appena sento semiotica rabbrividisco). Ciononostante, il punto di fondo è interessante/agghiacciante (e qua mi autocito la recensione su L'édition sans éditeurs di Schiffrin, a quanto pare quando qualcosa per me è agghiacciante c'è sempre di mezzo 1984, e infatti l'esergo scelto dalla Lorusso è chiarissimo) e, soprattutto, trattato in maniera [giustamente] moderna: poteva venirne fuori una barbosa indagine sulla verità nel 2000, e invece il volumetto è pieno di riferimenti vivaci alla "cultura", e realtà ovviamente, moderna, che siano reality show & i loro abbietti personaggi, l'elezione di Trump, Pokémon Go, Harry Potter e quel dannatissimo binario.
Carino, per certi versi, mi ha fatto scoprire un film che devo assolutamente guardare (Reality di Garrone) , e ha toccato punti molto interessanti specialmente nel primo capitolo. Tuttavia mi sento di dire troppa persona, troppo “io penso”, “io credo”, e TROPPO Pierce gesù cristo ad una certa le mie palle erano a terra tra PTSD e fermenti lattici 2 stelle e mezzo dai perchè sono buona (manifesting per l’esame)
Ripetitivo e a tratti poco chiaro, nonostante si porti avanti un'analisi del contemporaneo importante, delicata e complessa. Amata l'introduzione e il primo capitolo in cui a piccoli passi si parla del necessario... peccato che per il resto del libro si faccia un miscuglio veloce di tesi e controtesi.