Jump to ratings and reviews
Rate this book

Le 10 parole latine che raccontano il nostro mondo

Rate this book
Il latino – quello dei grandi autori, della letteratura ma anche quello quotidiano che spesso usiamo inconsapevolmente – è un tesoro di significati che continuano a parlarci e a renderci quel che siamo. Non soltanto perché attraverso questa lingua possiamo farci idee più chiare sulla provenienza di immagini, metafore, modi di dire, ma soprattutto perché continuamente ci sfida a entrare in contatto e in dialogo costante con il nostro passato, e quindi a conoscere meglio noi stessi. In questo personalissimo vocabolario ideale, spaziando tra la storia e la filosofia, tra grandi classici e scrittori moderni, Nicola Gardini sceglie dieci parole che a suo dire hanno formato e continuano a formare il nostro tempo e la nostra civiltà, e attraverso le quali è possibile leggere in controluce un frammento della storia di tutti noi. Dimostrandoci ancora una volta che, per quanto nuovo e moderno, il nostro mondo continua a svilupparsi a partire da alcune basi fondamentali dalle antichissime radici che sarebbe impossibile – oltre che profondamente sbagliato – ostinarsi a ignorare.

180 pages, Kindle Edition

First published May 17, 2018

8 people are currently reading
86 people want to read

About the author

Nicola Gardini

66 books34 followers
Nicola Gardini è scrittore e pittore. Vive tra Oxford e Milano.
Scrive poesie, saggi, romanzi, memoir, articoli giornalistici, e traduce poesia dal latino e da alcune lingue moderne, soprattutto l’inglese. Dipinge prevalentemente a olio, su tela e su cartone.

Ratings & Reviews

What do you think?
Rate this book

Friends & Following

Create a free account to discover what your friends think of this book!

Community Reviews

5 stars
8 (10%)
4 stars
28 (35%)
3 stars
28 (35%)
2 stars
10 (12%)
1 star
4 (5%)
Displaying 1 - 4 of 4 reviews
Profile Image for Cristina.
72 reviews42 followers
August 24, 2018
In realtà sono tre stelline e mezzo. Non quattro perché l'ho trovato meno incisivo rispetto a Viva il Latino, ma nemmeno tre perché è comunque ricco di spunti interessanti, anche se stavolta, rispetto al libro citato sopra, è un po' più complicato per il profano riuscire a seguire alcuni ragionamenti ed excursus su alcune parole e temi.
Ad ogni modo il motivo per cui leggere questo volume è esemplificato da questo passo:
«Diventare consapevoli della ricchezza dei sensi in cui ci muoviamo, parlando e scrivendo, non è solo istruttivo e appassionante di per sé. È un modo della libertà e della democrazia. Capire profondamente quel che diciamo ci renderà più capaci di dire, elevando una consuetudine quotidiana ad atto della volontà. Non diremo e basta; vorremo dire. E diremo sapendo quel che non si deve e non si può dire; diremo il nostro impegno a dire, diremo la nostra indipendenza e la nostra individualità. L’esercizio della coscienza linguistica è un diritto dell’essere umano. Quando questo diritto è mortificato, la dignità umana è in pericolo. Io e i miei lettori viviamo in un mondo libero e democratico. Eppure i nemici della libertà e della democrazia premono da tutte le parti. Si chiamano conformismo mediatico, moralismo, tecnocrazia, burocrazia, populismo, demagogia. Questi pretendono e impongono che la lingua sia una per tutti, e una parola dica una sola cosa alla volta. Il loro ideale linguistico è il modulo da compilare, la formula rapida, la crocetta nella casellina, o la bugia, la strumentalizzazione, la falsa promessa. Senza una presa di posizione forte, senza orgoglio linguistico, lasceremo che la nostra interiorità e la nostra originalità finiscano tra le cose defunte. Diventerà normale parlare come vogliono che parliamo, dire sì quando occorre dire no, capirsi senza capire né noi stessi né gli altri. Diventerà normale dire una cosa alla volta, e neppure scelta e voluta. Una parola, invece, ogni parola, di cose ne dice molte; dice tutto quello che ha già detto; né potrebbe essere diversamente, poiché esiste e agisce. Se di tanta abbondanza diventiamo un poco esperti, ci saremo assicurati per sempre la possibilità di scegliere il giusto, di errare nella vastità dei significati senza errore di senso; di partecipare da protagonisti al grande movimento del significare. Conoscere le parole è una condizione dell’autonomia di giudizio e della capacità critica; e di quel gioco infinito che chiamiamo vita. Opponiamoci alle limitazioni, alle schematizzazioni, alle mistificazioni del falso pragmatismo. Seguiamo la complessità e la varietà. Seguiamo il latino, mappa delle mappe.»
Profile Image for Antonio Gallo.
Author 6 books57 followers
May 20, 2018
"Altro che lingua morta! Che il latino fosse una lingua vivente, perché ancora invita a risposte e interpretazioni attraverso la voce dei suoi grandi autori, Nicola Gardini lo aveva mostrato in tre articoli pubblicati sulla «Domenica» nell’aprile del 2016 poi contenuti nel saggio «Viva il Latino!» (Garzanti) giunto alla XII ristampa. Che il pensiero di Ovidio fosse vivo nel nostro, inesauribile sorgente nascosta, Gardini lo ha spiegato nel saggio successivo: «Con Ovidio». Nel terzo volume di questa serie, che riscopre importanza e bellezza di una lingua che alcuni vorrebbero dismettere, «Le 10 parole latine che raccontano il nostro mondo» (Garzanti, Milano, pagg. 200, € 15, in libreria da oggi), di cui anticipiamo un brano, l’autore fa un passo ulteriore mostrando come il latino non sia solo radici e fusto da cui si dirama il nostro pensiero, ma anche foresta. E lingua futura. Sono le parole che formano la civiltà e ne segnano il tempo e quelle latine non hanno mai smesso di risuonare nell’inconscio di un’immensa compagnia internazionale. Gardini - che oltre ad essere classicista, poeta, narratore, pittore e traduttore è anche professore di Letteratura italiana e comparata all’Università di Oxford - partendo dai sensi originari di dieci vocaboli latini (ars, signum, modus, stilus, volvo, memoria, virtus, claritas, spiritus, rete), e delineando le successive metamorfosi nella lingua comune e nell’uso che ne fanno i grandi autori, realizza una vera e propria storia delle idee. E in un gioco di continue scoperte arriva a mostrarci come «il latino è lingua delle lingue che saranno». Noi siamo il futuro del latino e il latino è il nostro futuro."

Sì, d'accordo, il libro è interessante, le parole importanti. Ma, se mi è permesso, da uno come Nicola Gardini, professore a Oxford, mi aspettavo che includesse anche la parola che ritengo sia la più importante di tutte. Quelle che lui ha creduto opportuno di scegliere evidentemente fanno parte delle sue ricerche e dei suoi studi riguardanti il latino e la letteratura comparata. Lo dice uno che ai suoi tempi ha sofferto molto nella scuola italiana per studiarla. Forse, non tanto quanto quell'altra lingua con la quale il latino si accompagnava: il greco.

Voi vi chiederete di quale parola stia parlando, ed io, volutamente, ritardo nel dirvelo perchè devo prima esprimere tutto il mio rammarico per non averla trovato. Una parola che rimane quanto mai viva a che a distanza di millenni, forse più delle dieci che il professore ha ritenuto opportuno prendere in esame. Quella alla quale mi riferisco è un vero e proprio "segno" linguistico, come forma e come contenuto. Non a caso, proprio a questa parola Gardini ha dedicato forse il migliore trattamento rispetto alle altre. Ho deciso di trascrivere quanto ha scritto e soltanto dopo che l'avrete letto vi dirò a quale parola mi riferisco. Il prof. Gradini così scrive del "segno":

"Che cos’è il mondo? Segni, null’altro: indizi di qualcosa che è stato, che sarà, che sta avvenendo.
Segno può essere qualunque cosa: la luce di una stella che si spense milioni di anni fa, uno stillicidio invisibile, una nuvola inattesa, un mal di pancia, un dito puntato… Basta che decidiamo che quella certa cosa evochi più di ciò che rappresenta in sé. Un segno, sicuro o no che sia, lontano o no che sappia condurci, è strumento primario di conoscenza. Più segni siamo in grado di individuare, più sapremo capire del mondo.

Il rischio di errore, certo, è altissimo, perché un segno è cosa ambigua; sta sempre sospeso fra luce e buio; fra ciò che letteralmente indica e ciò che vuole rappresentare. E come dà gioia, la gioia del capire, così dà pena: la pena del fraintendere e del confondere. Quanti abbagli si prendono per un segno mal compreso! Quanti segni non erano segni, non segnalavano proprio niente, o rimandavano ad altro che continua a sfuggirci! E quanti segni non abbiamo avuto la forza o l’intelligenza di cogliere! E non appena ce ne accorgiamo, ci sentiamo traditi; all’improvviso avvertiamo tutta l’evasività del mondo. Il mondo, però, lo costruiamo anche così, per tentativi e ipotesi che poi magari saranno smentiti, e non è una colpa, se siamo mossi dal sincero desiderio di capire, superando la banalità dell’apparenza e gli schematismi della burocrazia o dei libretti di istruzione. Sempre ammettere che ci sia qualcosa di più dietro l’angolo; che la realtà sia non liscia, ma si componga di una serie di pieghe sotto cui dover guardare.

Io ho affetto per la parola segno. Ci sento promessa di espansione, volontà, potenza. Parola forte, ricca fin nel suono: una sibilante di partenza, s, che la lingua, ritraendosi dai denti e allargandosi per tutta la cavità orale fino al soffitto, trasforma in una generosa palatale, gn; e tutto nello spazio di un bisillabo, oscillando tra la chiarezza della e e l’oscurità della o. Né le tolgono forza e ricchezza gli utilizzi correnti: “fare segno”, “dare segno”, “segno d’impazienza”, “il segno meno”, “il segno più”, “buon segno”; o derivati come “segnale”, “insegna”, “assegno”, “contrassegno”, “consegna”, “disegno” (il migliore del gruppo) e – tra i verbi – “segnalare”, “insegnare”, “assegnare”, “consegnare”, “rassegnare”, “disegnare”, “designare”.

Il capostipite latino, signum, è ricollegabile alla radice del verbo seco, “taglio”. È – secondo tale etimologia – un’incisione, una tacca, un marchio. Il signum si aggiunge alla superficie del reale come una ferita. Virgilio, quasi intendesse giocare con i fantasmi dell’etimologia, fa «effodere» (“scavare”) un «signum» ai Troiani che sono appena arrivati sulle coste di Cartagine (Eneide I, 443). E l’evangelista Giovanni assai opportunamente chiama le piaghe di Gesù «signum clavorum», “segno dei chiodi” (20, 25).

Se c’è signum, ci sarà anche altro. Secondo Cicerone, una cicatrice dice che c’è stata di certo una ferita; e polvere sui sandali dice che probabilmente si è fatto un pezzo di strada (De inventione I, 47). Agostino, che di Cicerone è imbevuto, spiega:
Segno […] è cosa che, oltre all’aspetto che
mostra ai sensi, fa venire alla mente
qualcos’altro a partire da sé; così come
vista una traccia, pensiamo che sia pa
sato un animale di cui quella è la traccia;
e visto il fumo, capiamo che là sotto c’è il
fuoco; e udita la voce di una persona,
capiamo il suo stato d’animo, e al suono
della tromba i soldati sanno di dover o
avanzare o ritirarsi e fare altro che la ba
taglia richieda.
(De doctrina Christiana II, i, 1)
Gli esempi di Agostino associano sotto un’unica definizione di segno tre diverse funzioni. Un conto, infatti, è la traccia dell’animale che è appena passato, un conto è il fumo, un conto il suono della tromba militare. Il signum si relaziona a tre diverse temporalità, come, invece, mette in chiaro Cicerone: il passato (il passaggio dell’animale), il presente (il fuoco) e il futuro (l’azione militare da compiersi). Pertanto: 1. può essere residuo; 2. può indicare qualcosa che sta avvenendo, e 3. può essere avvio, stimolo a qualcos’altro, e così avvertire sul da farsi (lo chiameremo preferibilmente “segnale”, il segno-comando). Mi viene in mente un altro famoso signum di questo terzo tipo: il bacio di Giuda nei Vangeli (Matteo 26, 48 e Marco 14, 44).

Il vocabolo signum ha una straordinaria predisposizione alla pluralità di sensi. Se dovessi scegliere una parola che in più alto grado rappresentasse l’“intelligenza verbale” del latino sceglierei proprio signum. Come abbiamo appena visto, vuol dire “segno” (traccia, indizio, prova,) e “segnale”. Ma vuol dire anche “insegna militare”: lo stendardo della legione, per esempio. Signum vuol anche dire “costellazione”, in quanto segno celeste, senso che si è mantenuto fino a oggi nell’espressione “segno zodiacale”. E immagine artistica: pittura, ricamo o, più spesso, statua. Ovidio scrive che Narciso, incantato dal proprio riflesso, ha tutta l’aria di un signum di marmo pario (Metamorfosi III, 419). Signum arriva a voler dire perfino portento e miracolo nel latino dei Vangeli.

Né mancano i derivati. Tra i più comuni del latino classico ci sono i verbi significo (“esprimere”, “significare”, “predire”) e signo (“coprire di segni”, “sigillare”, “indicare”), fortunatissimi anche nella tradizione volgare (di “significare” Dante fornisce esempi ragguardevoli). A proposito di signo – donde il nostro “in-segno” –, mi torna in mente lo splendido passo dell’Eneide in cui Enea rivolge a Giove una preghiera di aiuto, mentre Troia è preda delle fiamme e dei Greci, e un prodigio improvviso gli dà conforto. Il verbo compare nella forma di un participio, all’accusativo singolare:

e dal cielo, scorsa per le ombre,
una stella portando una face con molta
luce passò. Quella scorrendo sopra la
cima del palazzo
vediamo nascondersi chiara nella selva
dell’Ida, e indicando [signantem] la via;
allora un solco per lungo sentiero
dà luce e tutt’intorno fumano i luoghi
di zolfo.
(Eneide II, 693-698)

Il pensiero di quello che sarà preoccupa tutti. Dove stiamo andando? Quanto a lungo vivremo? E come? Il nostro pianeta avrà la meglio sulle follie dei politici? Sparirà la povertà? Un giorno avremo tutti cibo e istruzione? Che fare? Preoccupa l’ignoto, e si vorrebbe renderlo noto, vederlo prima che lui, prendendoci alla sprovvista, veda noi; conoscerlo perché lo si possa riconoscere quando quel che ancora non è verrà a essere. Si vorrebbe perfino impedire che avvenga, il futuro, quando se ne presagisce la negatività. Occorre, dunque, osservare i segni, come i contadini delle Georgiche, antesignani di Enea. Oggi forse non esistono più contadini come quelli virgiliani, almeno nelle società dominate dalle macchine. Esistono però ancora persone che si dedicano all’importante mestiere della previsione; persone che si impegnano a disciplinare i segni e a servirsene per favorire la sopravvivenza del genere umano. E ce n’è di varie categorie: geologi, sismologi, metereologi, ecologisti, climatologi, demografi, politologi, economisti. Non dimentichiamo i medici. Tutti costoro scrivono o cercano di scrivere una storia che ancora non è avvenuta. Sono archeologi dell’avvenire. Sono profeti, letteralmente, sebbene le loro profezie dichiarino verità tutt’altro che metafisiche. Anche queste, però, richiedono capacità di intuizione non da poco. L’esattezza resta spesso un miraggio. Le recenti crisi economiche hanno dimostrato ampiamente tutta la fallibilità dei nostri profeti. Nessuno aveva visto i segni della vicina catastrofe, o se li aveva visti, non li aveva presi o voluti prendere nella dovuta considerazione. Cicerone lo diceva – che la verità dei segni va accertata."

Ecco, si tratta della parola che ha segnato nello spazio e nel tempo in maniera implacabile, il destino degli uomini. Mi riferisco a MEDIUM. Termine con cui viene talora indicato ogni singolo mezzo di comunicazione e di informazione, ossia ogni veicolo di «messaggio», facente parte di quelli che complessivamente sono chiamati, guarda il caso!, con espressione inglese MEDIA e più comunemente MASS MEDIA. Come ha potuto un professore di Oxford dimenticare che "the MEDIUM is the message"?



Profile Image for Annalisa  Ponti.
368 reviews20 followers
April 20, 2019
Tanta roba.
Titolo un po’ stupidino, e inutilmente modaiola (stupidina) l’introduzione che tanto insiste sul latino come lingua viva. Poi bastano le prime pagine per essere catturati: il fascino dell’etimologia, della semantica e della storia della lingua, (in breve, credo, della filologia) + un Gardini in gran forma, sapiente e furbetto, pedante il giusto, generoso con il lettore. È l’elogio del vocabolario e della cultura umanistica, quella trasversale e di tutti, di cui Gardini ci ricorda l’importanza.
Non l’ho letto di fila (non c’è l’ho fatta), ma voce per voce. Non mi sono piaciute tutte allo stesso modo, ma è questione di gusto personale. È un libro che accende la curiosità, più che saziarla. In primo piano rimane l’immagine del continuo trasformarsi e del permanere del nostro essere umani.
Profile Image for Roberta Lotito.
2 reviews
August 24, 2019
Ottimo per una lettura immersiva. Come tutti i libri del genere, la lettura deve essere effettuata con calma ed apertura mentale sui voli pindarici dell'autore.
Displaying 1 - 4 of 4 reviews

Can't find what you're looking for?

Get help and learn more about the design.