La letteratura intrattiene, sostiene Michael Chabon. Insegna che non è mai troppo tardi, secondo Kent Haruf. Allontana la paura della morte nel momento stesso in cui ci lascia avvicinare abbastanza da accarezzarla, nelle parole di Stephen King. Cerca di contrastare, si augura Salinger, solitudine e smarrimento. Ogni nuova storia genera una nuova risposta, che a sua volta sembra riproporre la domanda: davvero serve a questo, la letteratura? E così via, nell’eterno ritorno del racconto. Per anni, dalle pagine digitali del suo blog Holden & Company, Luca Pantarotto ha raccontato le peripezie della letteratura americana contemporanea, dei suoi protagonisti e dei suoi critici, delle sue polemiche e della sua ricezione in Italia, riscuotendo un grande successo grazie a uno stile personalissimo e irriverente, acuto, appassionato. Questo libro raccoglie una selezione di quei testi – rivisti, ampliati e arricchiti da inediti – per offrire al lettore uno sguardo trasversale sul mito del Grande Romanzo Americano, sui libri consigliati per un primo approccio all’opera di Philip Roth, sui famigerati tweet di Bret Easton Ellis e sulle tante imprevedibili strade che attraversano gli USA e che possono condurre nel folle Drive-in di Joe Lansdale ma anche negli oscuri retrobottega della letteratura. O in cucina, a mettere sul fuoco il bollitore insieme a John Updike o a pelare patate con Truman Capote
Oggi mi sono goduta questo bel libro scritto da Luca Pantarotto. Luca lavora per NN e oltre a essere un lettore doc, teneva un blog che, manco a dirlo, parlava di libri e letteratura. Alcuni dei suoi pezzi e diversi inediti, sono raccolti in questo prezioso volume dalla grafica molto particolare e caratterizzato dall'assenza del dorso che si presenta a vista, coi fili della cucitura delle pagine bene in vista. 18 capitoli che parlano di scrittori statunitensi più e meno noti ma non solo. Ci sono riflessioni sulle recensioni, sulla letteratura e sull'impatto dei social nel mondo dei libri. Da Salinger a Kent Haruf, da Wallace a King, Pantarotto propone argomentazioni argute e riflessioni puntuali ma soprattutto racconta alcuni romanzi e autori illustrandone pregi e difetti. Non mancano aneddoti, ironia e battute a stemperare il tutto. Io mi sono segnata almeno 6 titoli imprescindibili mentre leggevo, 3 dei quali sono di uno scrittore che adocchiavo da un po' e che in Italia è pubblicato da Lindau. (Era alla Marina mannaggia a me) Se siete appassionati di letteratura americana questo libro è quel che fa per voi. Se non lo siete, fa per voi a maggior ragione.
Questo libro raccoglie solo alcuni dei post più importanti tratti dall'omonimo blog e scritti da Luca Pantarotto (comunicatore digitale per NN editore e, ora che Holden&company è chiuso, scrive per il famoso Minima&Moralia). Questo piccolo volume si incentra principalmente su pochi argomenti. Primo fra tutti il contesto "lettura di intrattenimento" che per molte persone viene ridotto al più emerito significato di "lettura che deve far ridere" piuttosto che una lettura che riesce a condividere qualcosa fra autore e lettore, qualcosa che li accomuna. Vari consigli letterari su grandi pilastri della letteratura americana contemporanea, post bibliografici e curiosità ma soprattutto riflessioni di Pantarotto sul valore, sul grande lavoro del critico, del recensore di libri e la valorizzazione di questo gesto semplice che è la lettura. Ma dietro a ciò c'è molto di più per un vero lettore a 360 gradi. A mio parere questa lettura è stata molto apprezzata e significativa.
Libro consigliato sia per chi è navigato per quanto riguarda la letteratura americana contemporanea, sia per chi non lo è ma vorrebbe provare ma, soprattutto, per tutti quei lettori che pongono un vero valore alla Lettura con la L maiuscola.
Che e come Holden & Company sia nato dalle ceneri di un blog è cosa ormai abbastanza risaputa, e infatti la manciata di saggi che lo compongono tradiscono una loro natura discontinua, episodica e sebbene siano stati poi legati assieme in un discorso che ha una sua coerenza, sono forse più godibili se letti singolarmente, senza troppo badare al tutto che compongono. Un tutto che comunque esiste, e nelle intenzioni è quello di seguire e delineare la fisionomia che ha preso negli ultimi anni il romanzo americano—in particolare quell’animale mitologico del Great American Novel—e fornire un quadro attendibile se non esaustivo della Letteratura Statunintense. Il libro attacca, come promesso dal sottotitolo, con un bel pezzo su Salinger e su Catcher in the Rye, preso a paradigma e spina dorsale di molti romanzi a venire e che ruoteranno attorno a quella stessa formula: “contrapposizione del singolo a una collettività ipocrita e conformista e conseguente alienazione, ricerca (spesso frustrata) di un più autentico senso dell’esistenza all’interno di un quadro di valori esclusivamente esteriori, illeggibilità dell’individuo in quanto entità autonoma e ben delineata al di fuori di un sistema di relazioni che inevitabilmente ne contaminano l’essenza.” Ne cita velocemente alcune incarnazioni (Revolutionary Road, The Bell Jar, Less Than Zero), ma si ferma troppo presto: perché lasciare fuori Harry "Rabbit" Angstrom? O non andare più a fondo sul Patrick Bateman di American Psycho (pezzo che on-line esisteva, anzi esiste ancora ed è qui https://bit.ly/2nglNpj ), o il più recente Oscar Wao di Junot Díaz (anche questo è qui https://bit.ly/2M6M4Ev), cosa che avrebbe aperto l’analisi alla recente emorragia di immigrant fiction, tutta o quasi di stampo holdeniano. Poteva anzi allargare il raggio e estenderlo da Huckleberry Finn (di Mark Twain) a Huckleberry Finn (di Robert Coover) e avere un quadro ancora più esaustivo. O meglio avrebbe potuto, fosse stato pubblicato in Italia il secondo. Ma questa è un’altra storia. Stesso problema per l’equivalente letterario del Mostro di Lochness: il Great American Novel. Pantarotto individua il grande fallimento della grande ambizione di Philipp Meyer su The Son, delinea una forma alternativa, o per lo meno non omologata, di Great American Novel nell’opera di Stephen King, ma lascia tutto sfumato, troppo aperto, orfano di pochi altri esempi di Grandi Romanzi Americani, riusciti e non, che avrebbero aiutato a arricchire il quadro. La terza strada delineata (dopo GAN e romanzo holdeniano) è forse il punto più interessante del testo, ossia il nuovo romanzo rurale che nasce dall’elogio dell’antiribellione di Haruf. Mentre molti si lamentano di una presunta piattezza della letteratura americana del nuovo millennio, giudicata spesso sommariamente non all’altezza dei grandi massimalismi dei decenni precedenti (grossolanamente da Le perizie a Infinite Jest), Pantarotto riesce invece a scorgere e a esaltare la nuova linea che ha dirottato il proprio interesse dall’ironia, dal post-moderno ma anche dall’epica del romanzo realista in stile Le correzioni, verso i territori del racconto del quotidiano, dell’esperienza più genuinamente umana, quelli di Haruf e Berry, e in generale dei libri che raccontano “la vita normale di persone come noi,” e che ci fanno capire “che, sì, poesia ed eroismo possono essere ingredienti costitutivi anche della quotidianità all’apparenza inerte e apatica che fa da sfondo alle nostre vite.” Sottovalutando forse il pericolo che tutto questo degeneri in un’altra insopportabile forma di lezioso minimalismo. Ma nonostante questi tutto sommato piccoli difetti, difetti in senso etimologico e neutro di mancanze, Holden & Company riesce benissimo a tirare le somme e delineare i contorni di una forma di romanzo ideale, un romanzo ben fatto che—seguendo la strada indicata da Chabon—sia anche intrattenimento (nel senso più nobile del termine), e che oltre che questo riesca anche a essere “qualcosa che sposti, magari anche lievemente, il mio punto di vista sul mondo, non che lasci intatto, insieme al mondo stesso, anche il modo in cui lo leggiamo.” Riesce a mostrare come la Letteratura sia l’insieme di queste opere ben riuscite, al di là dei generi, al di là dei pregiudizi, dei gusti e degli interessi mutevoli e soggettivi, e che sia tutta quella roba lì insieme, dove Wallace e Roth stanno insieme a King e Landsdale, dove esiste un ricambio naturale di generi che si auto-saturano e diventano temporaneamente sterili, e altre cose (come Paul Bowles o l’altro Burroughs) che stiamo riscoprendo o sarebbe il caso di riscoprire. Mette in guardia contro i “Maestrini di pagina 30” che affollano la blogosfera e la inquinano con «una scipita esternazione di “mi piace/non mi piace”» che appiattiscono la recezione che si ha di tutta la letteratura, fino a ridurla a uno scialbo campionario di gusti. Holden & Company è un ottimo libro a metà tra la divulgazione e l’approfondimento tematico, scritto con un piglio franco e deciso, con un linguaggio affilato, accattivante e efficace. Tutto viene argomentato e esposto in modo chiaro e rigoroso e a ben vedere l’unico rammarico è che è troppo corto. Finisce presto e finisce prima che si abbia il tempo di chiedere all’autore le cose che questo libro ti fa venir voglia di chiedergli, tipo da dove iniziare a leggere Faulkner? E Steinbeck? E DeLillo? E dove vanno le anatre d’inverno quando il lago gela….
Un pugno di interventi leggeri ma puntuali, scritti con garbo e vivacità, e con un'ironia che di tanto in tanto sfocia in un sarcasmo smaccatamente esagerato, tanto piú spassoso quanto piú è senza tema di smentita. L'occasionalità si percepisce tutta, ma va benissimo cosí, anzi, magari ce ne fossero di piú di articoli accessibili e ben argomentati che fanno rimpiangere di non poter accedere agli altri post del blog. Non un libro da strapparsi i capelli, ma sicuramente da consigliare a tutti gli appassionati di letteratura americana.
P.S.: Se vi pare che alla vostra copia manchi il dorso non preoccupatevi, il libro non è danneggiato, è fatto proprio cosí.