Le immagini evocate dal nome Ingmar Bergman sono probabilmente tra le più pittoresche della storia del cinema. Da ciò ne è nata una parvenza composita dell’autore: morbosa, sensazionale, ossessionata in maniera neurotica dall’orrore e dall’anomalia, ma con una certa intensità e potenza, dono per creazioni sorprendenti che trascendono il giudizio di chi afferma che la cinematografia sia mera creazione d’un mondo personale coerente, sufficiente per rendere chiunque un grande artista.
La presenza dell’estremo in un opera, non significa necessariamente che non si occupi dell’esperienza umana universale, al contrario, è possibile affermare che la maggior parte dei film di Bergman ne affronta temi o preoccupazioni assolutamente centrali, i più fondamentali o i più banali, a seconda della risposta dell’artista ad essi.
L’illusione è un argomento che permea il lavoro del regista, ed il cui apice viene raggiunto tra il 1950 ed il 1960, col superamento di nozioni fisse di identità, esistenza , suggerendo una molteplicità sé e realtà. Al centro dell’illusione c’è una grande attenzione alla forma del film e agli sviluppi stilistici, che adducono ragioni alla duplice tesi secondo cui le sostituzioni tematiche di più verità sono rispecchiate materialmente da sostituzioni formali che la rendono irraggiungibile.
Un interesse per il significato culturale della forma del film e per le relazioni intime, complesse, spesso contraddittorie e ambivalenti tra i film di Bergman e aree chiave come genere, arte, modernismo e postmodernismo aiutano a riflettere sui vari modi in cui le opere cinematografiche sono state considerate. Visioni e illusioni – apparizioni, sogni e fantasmi psichici – sono spesso trasmesse come parte di una realtà quotidiana, assumendo un significato diverso se vista alla luce di argomentazioni altre legato ad esperienze quali la professione di ideali.
La religione stesa è stata una delle maggiori preoccupazioni durante la carriera dell’artista di Uppsala, ma è diventata l’obiettivo principale dei film della seconda metà del secolo scorso, in coincidenza con il periodo in cui Bergman diviene noto al di fuori dalla Svezia. Mentre film della fine degli anni ’50 sono critici nei confronti del rituale religioso obsoleto, c’è comunque la ricerca di una fede più intima ed originale.
Il settimo sigillo: nuvole temporalesche trafitte da una luce, improvvisa mentre si odono voci che intonano canti provocatori, quindi la prima immagine nitida del film: proiettata da un angolo basso, un uccello rapace pende minacciosamente, pronto a piombare :– E quando l’Agnello aprì il settimo sigillo, si fece nel cielo un profondo silenzio di mezz’ora– La citazione apocalittica evoca l’idea di giudizio; l’uccello rapace è sospeso come un’ombra sull’intera foresta: l’ombra della morte. Mare e cielo, rocce su cui battono le onde, erose lentamente attraverso i secoli. Nel contesto dell’infinità, o almeno della vastità, Bergman colloca due uomini, un cavaliere Antonius Block (Max von Sydow) e uno scudiero Jöns (Gunnar Björnstrand), distesi sulla spiaggia in atteggiamento di sfinimento prostrato. Entrambi armati: il Cavaliere la sua spada, mentre siede poggiato a una roccia, gli occhi aperti, forse perennemente in vigilanza; lo Scudiero col pugnale sguainato, in un sonno tormentato. Il Cavaliere va verso il mare, si bagna la faccia, si inginocchia per pregare: una ripresa lo colloca nuovamente nel contesto dell’Assoluto dell’ambiente naturale. Un taglio al primo piano mostra l’inutilità della sua preghiera: il suo viso rimane teso e amaro, lascia cadere le mani. Un susseguirsi di colpi di onde che si infrangono, con volume crescente, poi improvviso silenzio innaturale. Appare la Morte (Bengt Ekerot), col suo pallido volto accompagnata da una partita a scacchi materializzatasi in una sorprendente immagine quasi surrealista, transitoria e fragile come il gioco della vita caduca contro l’eternità. La Morte lambisce il Cavaliere, arbitraria come il giungere d’un predatore agli occhi della sua vittima.
Mentre i due iniziano a giocare, una lenta dissolvenza conduce lo spettatore oltre, poi su per un sentiero incorniciato da scogliere minacciose ed ombreggiate dove Block e Jöns cavalcano una macchia di luce solare, ridotta a meri punti. Il Dies Irae risuona, un frammento distorto nella colonna sonora, mentre lo scudiero esprime un’accettazione stoica della morte e dei valori puramente materialistici. I cavalli che accompagnano i viaggiatori, forniscono il collegamento con ulteriori personaggi, Jof (Nils Poppe), Mia (Bibi Andersson)e Mikael (Tommy Karlsson )una carovana di saltimbanchi che riposa nella brughiera. La luce del sole, ingentilisce il gioco delle ombre; gli uccelli cinguettano sostituendo il grido rauco e inquietante dei gabbiani. La disposizione di alberi e rami rende la composizione scenografica eccezionalmente aggraziata, nel quale drappeggi e scialli appesi sull’albero si adattano armoniosamente, come se l’essere umano fosse qui una continuazione del naturale anziché un’anomalia discordante.
L’atteggiamento di Jof è rilassato e spontaneo; vorrebbe poter mangiare erba come il suo cavallo. Mentre la Morte, in lontananza appare a Block tra rocce e ciottoli, la visione di Jof della Vergine che insegna a Gesù Bambino a camminare è incastonata in una crescita naturale profusa, incorniciata da rami di alberi in primo piano nell’immagine. L’opposizione delle due serie di personaggi viene confermata pochi minuti dopo dall’apparizione di un ulteriore attore della compagnia Jonas Skat (Erik Strandmark) che lancia su d’un ramo la maschera indossata, raffigurante un teschio: l’idea della morte pervade l’intero film, ma per gli attori, accettandone l’ indiscussa presenza mietitrice, il terrore provato può essere schernito.
Una caratteristica allettante è che Il settimo sigillo è uno dei film più agevoli da illustrare con immagini fisse: interrompendolo in quasi tutti i fotogrammi è possibile ritrovarsi a guardare una composizione sorprendente, distinta. Se si pensa al film, la prima cosa che viene in mente è probabilmente un’immagine o un insieme di immagini precise: la scacchiera sul mare, la carovana degli attori nella sua cornice di alberi che si ramificano con grazia, la prima apparizione della processione dei flagellanti, la giovane “strega” (Maud Hansson) in procinto di bruciare. Questa qualità visiva sorprendente è, ovviamente, la forza peculiare del film, le cui immagini spesso raggiungono una grande forza emotiva. Si consideri come esempio uno scatto nei quali viene fatto uso della profondità del fuoco, quello in cui il Cavaliere in primo piano conduce il suo cavallo oltre un arco attraverso il quale si vede, a distanza, la strega nelle riserve che emette lamenti di dolore animaleschi ed un monaco che le oscilla accanto il suo incensiere fumante. Coloro che vedono il cinema come un’estensione glorificata dell’arte della fotografia continueranno senza dubbio a considerare Il settimo sigillo uno dei più grandi film di Bergman. Coloro che invece lo giudicano essenzialmente come una questione di movimento – non solo il movimento fisico ma il moto interiore del pensiero e il sentimento che incarna, il movimento, si potrebbe dire, dell’essere del regista – è probabile che abbiano riserve abbastanza restrittive.
Il coinvolgimento personale di Bergman ne Il settimo sigillo è evidente soprattutto nella rappresentazione del Cavaliere e nella sua relazione con la Morte. Abbastanza chiaro, inoltre, che in questi due film Bergman usa questi attori per proiettare un conflitto interiore. Nella scena del rogo della strega, la Morte chiede a Block quando smetterà di fare domande. “Mai”, risponde il Cavaliere. L’ossessione di Bergman per il problema della fede e la sua incapacità di risolverlo in modo decisivo aiuta a spiegare la natura essenzialmente statica di molti dei film di questo periodo. Parte dell’insoddisfazione de Il settimo sigillo sembra dovuta all’ambizione di Bergman di creare un grande affresco che contrapponesse molti atteggiamenti diversi in un momento in cui un singolo dilemma particolare inevitabilmente attirava le sue principali energie creative.
Lo sviluppo di un artista raramente si muove in linea retta: ci si aspetta di trovare movimenti e impulsi contrari ma coesistenti, anticipi sorprendenti seguiti da sguardi retrospettivi inattesi. Il settimo sigillo, offre una progressione sovrapposta, ma invece di raggiungere il culmine, la spinta creativa qui sembra costantemente diminuire, il flusso prosciugarsi o congelarsi. Quel che colpisce dell’interrogatorio del Cavaliere è il senso riconosciuto dell’impossibilità di progredire, dimostrando in modo abbastanza conclusivo che il dubbio religioso è solo la manifestazione superficiale dei problemi di Bergman in questa fase del suo sviluppo, la formulazione semplificata ed esplicita di un intero complesso di paure, tensioni, e incertezze riguardanti la validità della sua arte, nonché la sua stessa persona. Ma man mano che il regista avvicina al nocciolo, la sua capacità di gestire la propria materia liberamente e spontaneamente diminuisce, erige sempre più elaborate facciate ed effetti di distacco attorno ad essa; si è consapevoli di un vincolo doloroso.
Occasionalmente Il settimo sigillo allude ad una forma inconcludente di esistenzialismo attraverso i cambiamenti che si verificano nel corse delle riprese rivolte al cavaliere. Durante la scena della confessione si verifica una transizione: il Cavaliere rivela le sue recenti ansie sull’esistenza di Dio e dei fantasmi e fantasie, delle aspettative della sua vita. Egli pretende una prova dell’esistenza divina, trasmettendo di nuovo una variazione sulla controparte del gioco della moralità: è così crudelmente inconcepibile afferrare Dio con i sensi? Perché dovrebbe nascondersi in una nebbia di promesse a metà e di miracoli invisibili? La possibile conseguenza delle domande senza risposta del cavaliere è che tutto è nulla; come suggerisce la Morte. Il cavaliere ipotizza che Dio sia un’illusione forgiata dalla paura, è questo sviluppo interno che lo conduce, almeno temporaneamente, al punto di vista filosofico del dover agire in modo significativo. Questo intento non è collegato ad alcuna idea di redenzione personale, salvezza o approvazione. In una certa misura, le domande di Block rappresentano i primi passi nella scoperta filosofica verso aspetti dell’Essere, mettendo in relazione Il settimo sigillo con l’esistenzialismo degli anni ’40 come l’essere ed il nulla di Jean-Paul Sartre, che stabilisce una cognizione radicale della libertà umana. Tuttavia, la teoria di Sartre è più complessa di così. Ad esempio, la coscienza può assumere un’idea di se stessa come simile a una cosa, di natura fissa e determinata. Sartre sfida questo come una forma di falsa coscienza, un’evasione della libertà e una negazione della verità contenuta nel concetto stesso di per sé. Tuttavia, ciò non significa che la coscienza possa negare la sua relazione intrinseca con l’in sé. La negazione è posta al centro dell’essere e il modello sartiano crede che la conoscenza richieda l’impegno con una divisione inestensibile all’interno della natura umana.
Un cavaliere medievale potrebbe aver sollevato la questione della salvezza a causa della sua indegnità, sollevando il dubbio angosciato: esiste un Dio? Qui viene adattata la struttura allegorica di un gioco morale adattatosi alle domande contemporanee del dubbio piuttosto che della colpa. Prima di questo, mentre gli altri personaggi affrontano la Morte, Block si inginocchia, la testa rivolta verso l’alto verso l’unico barlume di luce dalla finestra lontana, egli in procinto di raggiungere un’illuminazione arrogantemente illusa. Mentre Block ha visione della visione metafisica della morte, Jöns avvista un vero cadavere. Entrambi sono ciechi l’uno con l’altro dell’altrui ottica. Jöns però mentre schernisce il fato dei cadaveri, poi domanda da bere, per paura piuttosto che per gola. Ha una posizione sociale inferiore rispetto al cavaliere, ma il suo cinismo riflette un acuto senso dell’apprendimento. Nonostante siano opposti, Jöns e Block lavorano insieme e si rispecchiano a vicenda, ma alla fine, tuttavia, viene nuovamente enfatizzata la loro estrema opposizione reciproca. Mentre l’eroismo e l’edonismo dello scudiero, che ricordano un antieroe di Albert Camus, sono piacevolmente umoristici, il suo successivo maltrattamento della ragazza muta e la sua cattiva opinione delle donne, complicano la sua posizione come personaggio. Egli diviene una preziosa controparte del suo padrone, denunciando la fede religiosa come un’illusione. La “Danza della morte” finale e la salvezza della sacra famiglia composta da Jof, Mia e Mikael servono come risoluzione per il film e una rielaborazione delle rivelazioni, adattandola al punto di vista più umanistico che il paradiso esiste sulla Terra, al contrario di l’arrivo di Dio sulla Terra. Significativamente, il film termina con gli angeli che cantano “Soli Gloria Deo”, facendo eco all’angelo che intona alla gloria della rivelazione di Dio in contrasto con il “Dies Irae” dell’apertura.