Tutti usavano gravitare intorno a lui come falene intorno alla fiamma, per sperimentare, anche per un solo momento, lo splendore di quella persona.
Lei era la sola donna che non era mai riuscito a dimenticare. E non era mai stata sua.
4,5 - La Bowen mi aveva già saputo conquistare con alcune serie precedenti, mentre avevo trovato il primo capitolo dei Devils of Dover accattivante ma introduttivo.
Con questo secondo volume si concentra su una tematica non sempre facile da inserire in un libro prettamente romantico: i canoni di bellezza imposti dalla società e la lotta per accettare se stessi o far accettare agli altri corpi non perfetti.
Abbiamo già conosciuto la famiglia Hayward, ovvero i tre figli che sono rimasti, dopo la rovina economica del casato, a rimboccarsi le maniche: Harland, il barone, è diviso tra la sua attività di chirurgo e il suo sostegno segreto alla popolazione di Dover stremata dalla povertà post-bellica e vessata dalle autorità; Clare, la direttrice della scuola per signorine si è sposata con un duca, ma è sempre al fianco dei fratelli; e c'è Rose, pittrice di grande talento, che insegna e sostiene i progetti con i proventi dei suoi lavori.
Rose si è specializzata, soprattutto, nel ritrarre donne non corrispondenti alla perfezione estetica, perché è convinta che l'arte possa possa portare alla luce lo splendore celato sotto semplici difetti fisici o menomazioni.
Nel corso della storia ne scopriremo il motivo, ma intanto al castello che è sede della scuola fa ritorno il legittimo erede, quel giovane conte di Rivers che tutti davano per morto a Waterloo.
E anche Eli ha molto da dire sull'emarginazione e sul bullismo legate all'aspetto, nel bene e nel male.
Ogni volta che lo guardava nella luce soffusa, era colpita dalla sua bellezza. Le formicolavano le dita, e non capiva se fosse per il desiderio di ritrarre lei stessa quello splendido fisico, o se semplicemente desiderasse toccarlo, passare le mani lungo la mandibola, tastare le ampie spalle, esplorare la peluria bionda sul petto, percorrere le increspature dei muscoli dell’addome.
Una storia forse non tradizionalmente romantica, ma intensa, dove finalmente è la protagonista femminile a fare il primo passo, a desiderare, a concedersi il lusso di contemplare, toccare, sperimentare la sua relazione con quest'eroe sfregiato e rassegnato, proprio perché non c'è più niente da perdere. O - forse - si è già perso troppo.
Ammetto che, sul finale, avrei voluto più di loro, o forse della famiglia in generale. Ma spero che il volume sul barone saprà aggiungere altri risvolti. Se non si fosse capito, mi è piaciuto molto.
Non voleva voltare pagina. Non voleva che i loro incontri futuri fossero all’insegna di una distaccata e goffa cortesia, come tra quelli che un tempo erano stati amanti. Non voleva perdere la sua amicizia, che era ancora acerba e imperfetta, ma non per questo meno preziosa.