Una recensione perfettamente sbagliata
“Storia perfetta dell’errore”
di Roberto Mercadini
Se c’è stato un dicitore capace di affascinarmi, con le sue infinite citazioni filosofiche (quasi sempre di autori francesi) a prescindere da quel poco che il mio intelletto limitato riusciva a cogliere dalle sue dissertazioni contorte (o forse proprio per quello), è stato Carmelo Bene. Il Poeta pugliese (guai a chiamarlo attore, forse neppure pugliese), è stato uno di quei numi dell’intelligenza, alla quale la mia alzava una deferente bandiera bianca. Riconosco tuttavia (senza dilazionare la chiacchiera con inutili se o ma) quanto del suo Grande Teatro non abbia mai capito un esimio nulla ma, non per questo sono in grado di contestarne la grandezza. La consapevolezza di non trovarmi solo in questa contraddizione del gusto, non inficia la mia confessione, anzi, se vogliamo la giustifica. Il suo teatro, infatti, è stato troppo concettuale, filosofico, atonale per poterlo apprezzare o denigrare con i convenzionali stilemi che la critica utilizza nelle sue valutazioni di merito. Carmelo Bene divideva perché correva al di fuori dei binari tracciati dal conformismo istituzionalizzato delle recensioni critiche. La sua stravaganza (squilibrio mentale direbbe qualcun altro) è stata vista da taluni come sintomo di una eccentrica superbia intellettuale, di un egocentrismo esasperato, ma fine a se stesso. Nessuno però, (senza dover brutalizzare la propria coscienza) può confutare che all’interno di questa sua pazzia ci sia stato del metodo. Oltre ad affermare d’aver vissuto innumerevoli vite, infatti, con la sua inconfondibile modulazione nasale declamava, in virtù del fatto d’essersi privato di coscienza e volontà (qualunque cosa volesse significare) di non esistere.
A questa surreale dichiarazione è legata la più spassosa delle domande mossagli in un confronto televisivo, che lo vedeva fronteggiare da solo una platea eterogenea di critici e giornalisti. Per placare le acque di un livore serpeggiante, ma volendo approfondire la controversa certificazione d’assenza fatta dall’attore, un noto personaggio della TV gli fece una domanda sciocchina (così la definì lo stesso):
- Se lei non esiste, perché si tinge i capelli?
Accennando un sorriso compiaciuto, quella fu l’unica volta che Carmelo Bene, ammettendo una sonante sconfitta dialettica, parve ridisceso tra la pletora plebea di noi comuni mortali.
Arrivati a questo punto della lettura vi starete chiedendo cosa c’entri tutta questa disquisizione sul drammaturgo, col libro che mi ero promesso di recensire; cosa lo lega al nostro Roberto Mercadini? Apparentemente nulla, ma è proprio questo il punto. Il falso romanzo dell'ottimo, simpatico, colto e preparato divulgatore (youtuber non gli renderebbe la giustizia che merita) non è altro che un pretesto, un filo pretenzioso, di cercare di inserire, nella esigua trama romantica che la sua narrazione offre, tutta una sequela di spassose curiosità botaniche, storiche, bibliche e scientifiche che solitamente e perfettamente egli racconta dal suo palco edificato nella rete.
La tragedia di quest’opera, però, è che sono proprio queste storielle a permettere al lettore di portare a termine il racconto. Non si offenda nessuno, ma l’ingenuità della fabula, come l’insignificanza stilistica, non merita la fatica di provare a trarne neppure un giudizio di demerito. Per questo semplice motivo mi è parso doveroso inserire all’interno di questo scritto, qualcosa che fosse meritevole di lettura (una semplice facezia) ma sempre più interessante (credo) della superflua e assente valutazione di un falso romanzo.