È la luce della concretezza a irradiare queste sono esperienze reali, come le circostanze in cui l'autore ha visto in faccia la morte; e poi la paura di diventare poveri, le tragedie famigliari, i figli non avuti, i fatti epocali, la cronaca spicciola. Anche quando è la fantasia a sprigionare le sue immagini, queste si stagliano in figure nitide, in personaggi e animali il delfino che salta e si reimmerge nelle onde del discorso; il guidatore della metro che non sa di essere seguito da una misteriosa teleferica. L'altra faccia di questa concretezza è l'attenzione alla materia solida della poesia, il risulta evidente nella serie di poesie in cui sono le parole stesse a parlare, dicendo «noi», ma anche nelle invenzioni tipografiche e metriche, nel pulsare percussivo o delicato dei loro accenti. Dalla meditazione all'epigramma in rima - così musicale da spingere quasi a canticchiarlo -, ognuna di queste poesie è profondamente fondata, motivata, impastata nella sua forma. Una delle sorgenti di questo libro è la consapevolezza che sono i morti a farci pensare sotto la loro dettatura, consegnandoci le parole che hanno inventato, e che noi, dopo secoli, continuiamo a pronunciare e a scrivere. Così tutta la tradizione, anche nella sua eredità formale, si ripresenta con una spinta intatta e sempre nuova. Scarpa non è un prosatore prestato alla poesia. È scrittore a trecentosessanta gradi e la poesia è da sempre una delle forme della sua funambolica scrittura, forse la matrice espressiva originaria e più profonda del suo stile. Questo libro ci permette per la prima volta di valutare in maniera organica la sua opera in versi.
«Che cosa ne pensate della morte?» ci ha chiesto la turista.
«Be', quando lo saprò, mah....» Non le abbiamo risposto.
Ma come si permette? Certe domande si possono fare solo nelle poesie.
Allora eccomi qui.
Ne penso che la penso troppo poco.
Se la pensassi sempre sarei molto piú serio, combinerei piú cose. Perderei meno tempo.
Vorresti una risposta piú sagace? Piú bella? Piú poetica?
Il fatto è che la morte mi fa pensare a tutte le poesie che mi sono passate per la testa e non ho scritto, e potrei stramazzare a terra fulminato, adesso, qui, con in mano queste quattro stronzate su un tema cosí grave, che vergogna.
Qualunque cosa io scriva, qualunque cosa io pensi, non sarà mai all'altezza della morte.
Eppure non per questo lei eviterà di venire da me.
Ecco che cosa penso: che sono inadeguato, che non me lo merito di morire, è un onore troppo grande per me.