Ognuno saprebbe dire dove si trovava l'11 settembre 2001, così come, per chi è della mia generazione, dove nel 1982 anno della vittoria dei mondiali in Spagna o dove fosse il tardo pomeriggio del 28 maggio 1991, strage di Capaci.
E fondamentalmente per me rimane un mistero come una struttura verticale così potente e alta come le due Torri Gemelle del World Trader Center potesse reggersi in piedi da sé, sostenendo il peso dei piani e di tutti gli oggetti e le persone che contenevano, sfidando venti che a quelle altezze sono in grado di produrre oscillazioni considerevoli.
I segreti dell'edilizia e delle scienze di costruzione mi affascinano, ho un futuro da terza età come "umarell" che intontito ed esangue osserva i cantieri della metropolitana.
William Langewiesche, autore di questo reportage è un reporter, l'unico al mondo che per sei mesi ebbe un accesso privilegiato e autorizzato al luogo del disastro.
Il suo approccio a tutta la faccenda è originale: tiene le distanze dall'iconografia narrativa classica e patriottica della tragedia, pochissime le testimonianze di sopravvissuti, il dolore privato non è il suo argomento e nemmeno lo sono le riflessioni politiche.
Parla soprattutto di edilizia, o meglio, della demolizione e rimozione di quell'enorme cumulo di acciaio e cemento, una montagna smisurata, esalante per mesi fumo e fiamme, cosparsa di resti umani e riversatasi in un'area di 4 ettari di ampiezza e 20 metri di profondità dove per 8 mesi si è lavorato senza interruzione, 24 ore al giorno.
William Langewiesche entra nel tecnico, comunque risulta facile seguirlo anche per chi non è né ingegnere strutturista, né operaio edile, né pompiere o poliziotto; le quattro categorie che si sono avvicendate per nove mesi intorno a Ground Zero, spesso mettendosi l'una contro l'altra, con difficoltà di condivisione di informazioni, e con quella pretesa di esclusività del dolore rivendicata soprattutto dal Corpo dei Vigili del Fuoco gli eroi del: "Questa è la nostra tragedia dove abbiamo perso più di 300 colleghi" Considerazioni che non sono piaciute all'opinione pubblica, quasi una mancanza di rispetto verso le vittime e che generarono un mare di polemiche alla pubblicazione del libro e numerose manifestazioni contro.
C'è la descrizione dei momenti prima dell'impatto, le comunicazioni ambigue tra aerei e torri di controllo, il cedimento velocissimo delle due torri.
E come l'urgenza di intervenire abbia smantellato gerachie, accelerato decisioni, aggirato le procedure di appalto, disattesi i normali parametri di sicurezza. Creatività e decisioni immediate erano più utili dell'applicazione di collaudati piani di emergenza o evacuazione perché un evento di tale portata non si era mai visto... scene che nemmeno Apocalypse Now...
Un inferno dantesco attraversato da dinosauri, gru e scavatrici diesel, che custodisce resti umani, sangue, carne e acciaio mescolati e da separare come fosse una partita di Shangai.
Le due torri erano un capolavoro di ingegneria, costruite con un acciaio dei più puri, per un eccesso di prudenza le fondamenta ancorate direttamente al fondo roccioso.
Non tanto l'impatto dei due aerei ma il fuoco, che ha trovato parecchio combustibile a disposizione, ha contribuito al crollo; la voragine provocata dall'impatto ha lasciato le colonne perimetrale sotto il peso di circa 30 piani sovrastanti che sono poi collassati verso il basso.
Fra poco ricorrono i vent'anni dalla tragedia, Biden potrà dare sfogo a tutta la retorica del dolore, come è anche giusto sia, il mio approccio sarà sentimentale ma, alla luce di questa lettura, anche più neutro e tecnico.
E scusate la prolissità 🙂