Un vecchio libro di Folco Quilici del 1972, trovato su una bancarella e dedicato a quello che probabilmente è stato il primo amore del grande antropologo, documentarista e molto altro: l’Oceano degli oceani, il Pacifico, con la sua miriade di isole e isolette abitate dai più svariati popoli che, con cognizioni per noi civilizzati assolutamente incomprensibili, viaggiavano e migravano senza sosta dall’una all’altra.
Il libro è molto articolato, con una quantità immensa di informazioni e dati, e forse è anche il meno divulgativo di tutto ciò che ho letto di questo autore. Soprattutto la prima parte è dedicata alle leggende e alla storia dei popoli oceanici. Tra queste, a parte tutti i miti fondativi, ce n’è una relativamente recente, il “cargo”, ovvero la nave che dovrebbe arrivare da un altro mondo carica di beni e di merci da donare. Altre parti del libro sono dedicate alle grandi esplorazioni e ai resoconti degli esploratori. Si parla diffusamente anche della più misteriosa, orientale e lontana delle varie isole, quella di Pasqua, comunque conosciuta da altre popolazioni oceaniche anche lontanissime da essa per le quali era una sorta di luogo sacro. Nemmeno Quilici, come tutti gli altri, ha ipotesi definitive sui famosi testoni, di epoca molto precedente ai primi occidentali che arrivarono sull’isola. Ma è anche vero che già lui sfatava il mito della “catastrofe ecologica” indotta dagli uomini e dal loro sfruttamento dissennato delle risorse dell’isola, che li costrinse a fuggire per cercare altrove possibilità di sopravvivenza; molto banalmente e semplicemente, come successo un po’ ovunque, i primi bianchi, accolti dagli indigeni in maniera fiduciosa e quasi divinizzandoli, si lanciarono subito in deportazioni e massacri che resero pressoché impossibile, a posteriori, farsi raccontare la storia remota dell’isola.
Dopo Pasqua, il viaggio prosegue verso Occidente, raggiungendo gli altri arcipelaghi oceanici. Sorprende scoprire che le loro popolazioni, che una certa narrativa vorrebbe pacifiche e generose verso il loro prossimo, erano invece abbastanza ostili tra loro, e uno dei motivi di timore per le grandi navigazioni su esili piroghe non era tanto essere sopraffatti dai marosi o mangiati dagli squali, quanto finire su isole popolate da nemici e non essere accolti proprio benissimo. Ogni tanto, poi, ci scappava pure un sacrificio umano.
Infine si arriva alle isole più occidentali, Papua e Nuova Guinea, il cui entroterra era popolato (all’epoca dei viaggi di cui si parla in questo libro, tra gli anni Cinquanta e Sessanta del secolo scorso) da genti affatto diverse da quelle costiere o delle altre isole; popolazioni antropofaghe, come noto, che avevano un timore sacro nei confronti del mare, e praticavano una curiosa tecnica di baratto con le popolazioni “marine”; queste arrivavano, lasciavano sulla costa i beni da scambiare (sale, conchiglie utili a costruire utensili), i popoli dell’entroterra li prelevavano lasciando al loro posto altri beni. Il tutto senza nessun contatto fisico e nessuna contrattazione, dato che le due popolazioni erano reciprocamente terrorizzate; quelli del mare di essere mangiati, quelli della giungla di essere, forse, “contaminati”. C’è da chiedersi come e in che modo fosse nato in origine questo accordo, basato, come dice Quilici, sulla fiducia e la diffidenza, e che ovviamente, con la seguente civilizzazione occidentale, si è perso assieme a molto altro.
(Che poi si ha un bel dire che la cultura occidentale non merita sconti per tutti i disastri che ha portato, e Quilici, da buon umanista, non ne fa; ma quella di mangiare il proprio prossimo, sia pure per fini rituali e considerandolo perfino un “onore”, non mi pare comunque una bella abitudine).