“Invidiato, attaccato, abbandonato dalla maggioranza dei suoi colleghi, non aveva altra scelta se non quella di prendere il pubblico a testimone. Scrivere un libro era l'ultima carta che potesse giocare contro la cecità della politica, del CSM, degli altri giudici. Rivolgersi all'opinione pubblica fu dunque il suo ultimo tentativo per rialzare la testa.”
Sono le parole sincere e dirette della giornalista francese Marcelle Padovani ad offrire al lettore un quadro chiaro del magistrato Giovanni Falcone agli inizi del 1991, quando ancora tredici mesi lo separavano dall'alba di quel fatidico 23 Maggio 1992. Un uomo “allegro, pieno di humour e di gioia di vivere, che le difficoltà della vita non avevano reso né inquieto né angosciato”. Un uomo che si è aggrappato con ogni fibra del proprio corpo alla certezza della vittoria finale; una vittoria a cui, in cuor suo, sapeva che non avrebbe mai assistito, ma alla quale non ha mai rinunciato. Una vittoria che, se mai dovesse arrivare, avrà visto in lui e nella sua instancabile lotta uno dei suoi protagonisti fondamentali.
Quando a Capaci fu perpetrata una delle più tristi stragi che il nostro Paese annoveri tra le pagine della propria storia, io ancora galleggiavo nell'etere dell'universo dei Futuri Nascituri, sospinta qua e là da forze ignote e capricciose, e solo tre anni dopo avrei fatto il mio ingresso tra le luci e le ombre di un mondo sempre più ostile e spregiudicato. Ho trascorso buona parte dei miei diciassette anni beatamente ignorando i particolari relativi all'uccisione del magistrato Falcone, nonché il ruolo che la mafia siciliana, vale a dire Cosa Nostra, ha ricoperto e continua a ricoprire nella politica e nell'economia del nostro Paese. Incontri organizzati presso scuole e università, approfondimenti su richiesta degli insegnanti, accenni inseriti qua e là tra una spiegazione di storia e l'altra avevano solleticato appena la mia attenzione; talvolta attratta da una strada intitolata all'integerrimo eroe, da servizi televisivi realizzati in suo onore, ma mai colta da un genuino interesse che mi spingesse ad afferrare un manuale di storia contemporanea, a ficcarci dentro il naso e a comprendere il perché di tanta importanza, il perché dell'indignazione e delle lacrime. E poi eccolo, lui, proprio lui, il magistrato Giovanni Falcone, si è improvvisamente accomodato dall'altra parte della cattedra, ha fissato il suo sguardo bonario nel mio e ha colmato da sé quella sconfinata lacuna di cui non avevo mai, prima di allora, voluto occuparmi. Ho ascoltato pazientemente le sue parole, imparando e condividendo emozioni che erano lì, nascoste in qualche remoto angolo del mio corpo, pronte ad esplodere con la potenza di quegli stessi cinquanta candelotti che, il 21 giungo 1989, mancarono clamorosamente il proprio obiettivo. Indignazione, furore, sconcerto: erano lì, aspettavano solo di essere stimolati. Le parole di Falcone, per me che non ho avuto la possibilità di conoscere e di vivere gli anni del maxiprocesso, dell'improvvisa crescita del fenomeno del pentitismo, della lotta e delle iniziative del defunto magistrato, hanno messo in funzione un meccanismo dapprima sconosciuto, ne hanno lubrificato gli ingranaggi troppo arrugginiti, rendendoli pronti a scorrere l'uno sull'altro con rapidità, in una corsa incessante e tumultuosa. Hanno colmato una lacuna e apportato delle correzioni laddove erano state recepite informazioni errate, hanno dipinto un ritratto inaspettato della Sicilia e dei suoi abitanti, di Cosa Nostra, dei suoi membri e dei suoi rituali, della singolare e brutale violenza alla base delle organizzazioni mafiose, dell'omertà, della connivenza, dei messaggi e delle minacce. Un universo parallelo a quello in cui noi viviamo, un mondo che ci siamo illusi non esistesse, e che invece sottopone i propri membri ad un lavoro frenetico per restare al passo con i tempi, per adattare i propri valori arcaici al rapido evolversi della società nell'era della globalizzazione. Non dobbiamo cadere in errore e credere che l'universo mafioso sia popolato da sciocchi trogloditi alle prese con stragi sanguinolente e silenziosi strangolamenti: no, quello della mafia è un mondo perfettamente organizzato, in cui nonostante l'assenza di un codice scritto di leggi, massima è la devozione con cui i suoi membri adempiono ai propri doveri; solo col sangue si può entrare a far parte di un sistema come quello di Cosa Nostra, capace di rivoluzionarsi continuamente eppure di rimanere sempre uguale a se stesso. E solo col sangue se ne può uscire.
La struttura scelta da Marcelle Padovani per organizzare le interviste, e offrirle al lettore nel modo più chiaro possibile, è certamente di grande efficienza. Sei gli argomenti su cui la giornalista e il magistrato hanno focalizzato la propria attenzione: partendo dal cerchio della violenza, una larga spirale densa di aneddoti e delucidazioni teoriche si stringe sempre più, fino a raggiungere il problema che sta alla base del discorso del magistrato: i sordidi rapporti che collegano le organizzazioni mafiose allo Stato. D'altronde, come sottolinea Falcone in un interessantissimo passo, “come evitare di parlare di Stato quando si parla di mafia?”. E, in modo particolare, come dobbiamo parlarne? Dobbiamo parlare di un sistema efficiente e logicamente organizzato che si è impegnato e continua a nobilitarsi nel tentativo di uccidere la mafia, o di un sistema i cui membri non hanno voluto accettare la realtà dei fatti e che, bendandosi gli occhi timorosi, hanno di fatto incrementato la potenza di Cosa Nostra? Non è forse vero che, nel corso degli anni '70, le forze dell'ordine e la magistratura, concentrando la propria attenzione e i propri sforzi nella lotta contro le Brigate rosse, hanno lasciato che prendesse il via il traffico di droga e stupefacenti dei clan locali e che la mafia si evolvesse nella straordinaria potenza che è oggi? Allora si avevano tutte le carte in tavola, tutte le informazioni necessarie per capire ed eliminare Cosa Nostra, ma ci siam fatti sfuggire l'occasione. Un'irripetibile occasione.
Ma non è solo dal mancato impegno da parte dello Stato che nasce l'indignazione di Falcone: scaturisce piuttosto da una serie di elementi che hanno ostacolato la lotta antimafia e che hanno rischiato di ridurre ad un mero assembramento di polvere e cenere tutto ciò che di buono era stato fatto fino ad allora. Schierarsi a lato di pentiti mafiosi non è certo ciò che si definirebbe un'azione usuale per un magistrato... beh, per un magistrato qualunque. Ma non per Giovanni Falcone. Accettare la mafia come espressione del puro bisogno di ordine e combatterla in quanto tale, trasformare interrogatori di potenti boss in lezioni di vita, afferrare e comprendere quel senso di essere sempre ad un passo dalla morte che è proprio dell'uomo d'onore e, di conseguenza, la volontà di non lasciarsi sfuggire nulla, ma di raccogliere anche le più piccole e insignificanti briciole. Comprendere, rispettare l'imputato che siede dall'altra parte del tavolo, ricordando tuttavia che si è pagati dallo Stato per punire dei criminali, e non per farsi degli amici: apertura al dialogo, ma mai alla compassione.
Sotto questo punto di vista Giovanni Falcone mi ha, in un certo qual modo, ricordato Dante alle prese con la tragicità della vicenda di Paolo e Francesca nel V canto dell'Inferno: versi pervasi da un senso di pietà e di compassione che, tuttavia, non devono esser ricondotti ad un'improbabile volontà dell'Alighieri di giustificare il comportamento dei due dannati, altrimenti non sarebbero certo stati collocati nel secondo cerchio del cono infernale. No, la drammaticità del canto deriva da un'obiettiva e tragica constatazione di Dante: l'umana dignità di Francesca si è macchiata nel momento in cui ha ceduto al peccato che ha segnato la sua sorte eterna. Allo stesso modo le parole di Falcone risultano, talvolta, bagnate di pietà e di compassione nei confronti del colpevole: ma è una pietà che nasce dalla sua esperienza, dal suo esser venuto direttamente a contatto con l'ambiente mafioso, dall'aver conosciuto i sentimenti che guidano un uomo d'onore nel compiere un attentato. Il mafioso è un uomo intelligente e razionale che, tuttavia, ha commesso l'errore di subordinare tale intelligenza alla fama di potere e di denaro: Falcone compiange quest'errore, se ne rammarica profondamente, chiedendosi talvolta “perché mai degli uomini come gli altri, alcuni dotati di autentiche qualità intellettuali, sono costretti a inventarsi un'attività criminale per sopravvivere con dignità.” Un magistrato d'eccezione, questo Giovanni Falcone, un uomo che ha imparato e ha cercato di insegnare agli altri quanto sia difficile estirpare la mafia da un territorio in cui, per ogni boss che viene catturato, ce n'è sempre un altro, ancor più crudele e spietato, pronto a prenderne il posto.
Difficile, ma non impossibile.
Disse infatti in una celebre intervista: “La mafia non è affatto invincibile, è un fatto umano e come tutti i fatti umani ha un inizio e avrà anche una fine.”
Chissà, quel maledetto 23 Maggio 1992, Cosa Nostra avrà pensato di aver sconfitto Falcone e di aver assicurato a doppia mandata la questione della propria invincibilità. Avrà creduto di aver trionfato, di aver suggellato la propria imbattibilità. Ma finché giovani della mia età continueranno ad interessarsi alle parole di questo magistrato, alla sua lotta e all'ignominia della sua uccisione, finché volantini recanti la scritta 'Non li avete uccisi: le loro idee camminano sulle nostre gambe' continueranno a circolare tra le strade delle città italiane, finché l'indignazione continuerà ad avere la meglio sulla rassegnazione, finché l'onore e l'orgoglio continueranno a resistere alla sete di potere e di denaro, ecco, fino ad allora, saremo noi ad essere invincibili.
“Appartengo a quella categoria di persone che ritiene che ogni azione debba essere portata a termine. Non mi sono mai chiesto se dovevo affrontare o no un certo problema, ma solo come affrontarlo.”
- Giovanni Falcone.