Settimo - e per il momento ultimo - libro della serie di Arturo Pérez-Reverte dedicata a Diego Alatriste, soldato e veterano spagnolo, e alle sue avventure nella Spagna e nei suoi domini di inizio Seicento. La storia riprende poco dopo la conclusione della precedente, con Alatriste e il suo pupillo Íñigo appena sbarcati a Napoli dopo aver navigato per il Mediterraneo e subito destinati a Venezia per compiere una missione rischiosa: assassinare il doge, ostile alla Spagna, durante la messa di Natale. Ritroviamo vecchi personaggi, tra cui Quevedo, anche se brevemente, e la pericolosa nemesi del capitano, lo spadaccino siciliano Gualtiero Malatesta, sopravvissuto inaspettatamente alla prigionia e alle torture dopo il fallito tentativo di assassinare Filippo IV.
Stavolta assegnare le stelline non è stato semplice. Sia in questo che nel libro precedente ho notato un certo calo, l'assenza di quel certo non so che che rendeva le avventure di Alatriste avvincenti e mi faceva staccare a fatica il naso dal libro. C'è da dire che, per quando Pérez-Reverte non cessi di parlarci di vari aspettati della Spagna dell'epoca, questi suoi libri rendono di più quando l'azione si svolge nella penisola iberica. El puente de los asesinos, però, risente anche di una struttura stranina e anche deboluccia che annuncia grandi sviluppi e colpi di scena, ma che, alla fine, si sgonfia proprio sul finale, lasciando il lettore a bocca asciutta. Non posso quindi negare di essere rimasta delusa, non dall'esito della missione (i suoi risvolti li lascio scoprire a voi), ma dal modo in cui Pérez-Reverte ha gestito (o non ha saputo gestire) il tutto. Un vero peccato, perché di cose buone ce ne sono. Su tutte, le interazioni tra Alatriste e Malatesta, così diversi eppure neanche tanto, sono riuscite molto bene e per me sono anche state la parte migliore del libro, avrebbero meritato di essere inserite in una trama più solida per brillare ancora di più. Anche il momento padre-figlio tra Íñigo e Alatriste è riuscito molto bene e quel misto di detto non detto, emozioni trattenute e discorsi spezzati ma compresi da entrambe le parti potrebbe avermi colto di sorpresa e fatto commuovere. Non posso dire lo stesso della decisione dell'autore di scrivere i brevi dialoghi italiani secondo la grafia spagnola dell'epoca, passi che così si trovano in cronache e scritti del periodo di autori spagnoli, ma se il loro scopo è dare veridicità alla storia, beh, con me non funziona, visto che la difettosa narrazione in prima persona vanifica tutto (ricordo che Íñigo racconta nei minimi dettagli scene a cui non ha assistito e che dubito Alatriste, che è di poche parole, gli abbia raccontato). Ammetto che mi incuriosisce vedere come una lingua, in questo caso la mia, viene percepita da un non madrelingua ed elaborata graficamente attraverso la sua lente linguistica, però in questo non mi ha dato nulla e, sarà un mio limite forse, credo non abbia dato nulla di che neanche alla storia.
In ogni caso, mi sento comunque di consigliare questa serie. Non è perfetta e potrebbe offrire di più, ma il suo misto di fiction, storia, letteratura e cultura sono il suo punto di forza, insieme anche al personaggio di Alatriste.