Sono stata incuriosita da questo titolo anomalo nella produzione di Camilleri e….ehhhh, la sua pecca più grande è appunto quella di non essere un "vero" Camilleri. Certo, si intravede spesso qua e là, ma si capisce che l’intento - genuino tra l’altro e impegnato - era di scrivere un romanzo storico di un certo tipo. D’altra parte Camilleri aveva tutte le ragioni del mondo per voler scrivere questa storia romanzata di Samuel Ben Nissim Abul Farag, alias Guglielmo Raimondo Moncada, alias Flavio Mitridate, personaggio realmente esistito, nato in Sicilia intorno al 1445, ebreo poi convertito, raffinato intellettuale insegnante anche di Pico della Mirandola, fuggiasco, assassino, terribilmente scaltro, insomma, decisamente affascinante e pressoché sconosciuto. Camilleri inizia a occuparsene e a studiare i documenti d’archivio attratto dall’interesse mostrato a sua volta da Leonardo Sciascia in una nota a un catalogo. Armato di quanto documentato sul personaggio - e in alcuni intermezzi Camilleri si prende la briga di spiegarci il suo percorso narrativo e le sue fonti - opta per scrivere la sua storia decisamente avventurosa riempiendo i vuoti con un’invenzione narrativa basata sul criterio della verosimiglianza, ma pur sempre inventiva.
Non è affatto un cattivo romanzo, anzi. Per giunta è sufficientemente descrittivo di una realtà storica - quella delle comunità ebraiche in Sicilia, con accenni anche agli arabi - che per tanti motivi conosciamo poco (anche a livello di studi) e, come già detto, la storia del personaggio è già un romanzo di per sé. Come accennato, nelle pieghe della scrittura inoltre si intravede anche l’ironia arguta del nostro scrittore e nei dialoghi un accenno (vago) di quel siciliano amato. Quello che ho trovato lacunoso - forse Camilleri non ha trovato fonti, forse non se l’è sentita, forse non ha voluto appesantire la narrazione - è qualche esempio dell’ars retorica e delle disquisizioni cabalistiche ampiamente declamate nel romanzo, che tengono il protagonista distante e non lo aiutano ad affascinare il lettore.
In conclusione per me non c’era abbastanza Camilleri, là dove egli è maestro insuperabile, mentre questo romanzo si scontra con opere ben più importanti al cui paragone è difficile porsi: io sola, nel mio piccolo ambito di poche letture, posso annoverare per esempio L’opera al nero (tralasciando Memorie di Adriano che è fuori categoria) della Yourcenar, I libri di Jakub della Tokarzcuk e anche se non l’ho apprezzato molto, Theodoros di Cartarescu, tutti decisamente superiori. Rimane comunque un libro sicuramente onesto, che si legge con piacere, con una scrittura scorrevole e brillante e che posso consigliare.