Il ponte della Ghisolfa è una raccolta di diciannove racconti pubblicata da Testori nel 1958; essa fa parte di un disegno più ampio, una sorta di “commedia umana” dal titolo I segreti di Milano, “dove tutto – nomi e situazioni, personaggi e ambienti – si tiene, si intreccia e si conferma”. Nel Ponte della Ghisolfa è rappresentato “il mondo della periferia milanese, popolato di poveri diavoli che tirano la carretta in fabbrica o a bottega ma anche di sfaccendati pronti a tutto, di prostitute e ragazzi di vita, di ladri e macrò con licenza di ricattare se non proprio di uccidere, di aspiranti campioni sportivi e di torbidi nouveaux riches”. I personaggi del Ponte della Ghisolfa sono tutti giovanissimi, operai, baristi, che, in una Milano alle soglie del Boom economico, lottano per sopravvivere, abitano nella periferia dai grandi casoni grigi (Roserio, la Ghisolfa, Porta Ticinese), si incontrano nei bar, frequentano le palestre coltivando la speranza di diventare campioni di ciclismo o di pugilato, passano le domeniche nei “cine” o nelle sale da ballo, si innamorano. Lo straordinario racconto di una Milano ormai scomparsa, il libro da cui Luchino Visconti trasse diretta ispirazione per il film Rocco e i suoi fratelli.
Giovanni Testori, critico d'arte, poeta, autore teatrale e romanziere, è stato tra le personalità intellettuali più complesse del secondo Novecento. Negli anni Cinquanta ha raccontato la periferia milanese nel ciclo I segreti di Milano. Per il teatro, con la Trilogia degli scarrozzanti (L'Ambleto, Macbetto e Edipus), ha creato una personalissima lingua drammaturgica, proseguita con gli oratori di argomento sacro, quali Conversazione con la morte, Interrogatorio a Maria e Factum est, e culminata con la messa in scena del romanzo In exitu, uno dei suoi capolavori. La sua ultima opera, quasi un testamento fra teatro e poesia, è Tre lai.
Quattro anni fa, nel luogo dove sono adesso, finivo di leggere questo Ponte, che mi torna prepotente in mente e mi fa venir voglia di scriverne qualcosa.
Testori aveva esordito, come narratore nel 1954, con Il dio di Roserio, che quattro anni dopo torna qui a fare il ruolo di primo racconto; ma in una versione, come dice Raboni, «accorciata e stilisticamente “castigata”». Insomma, Il dio di Roserio entra adesso in rapporto con altre vicende e altri personaggi, tutti appartenenti allo stesso tempo e agli stessi luoghi: Vialba, Villapizzone, gli anni Cinquanta, Lambretta, Guzzi, ma mai un nome della politica, della cultura, della società, nemmeno dello spettacolo; periferia. Milano e il centro sono un altro mondo, come dire Londra o New York.
E tutti i racconti sono legati tra loro da contatti più o meno labili (oggi lo diremmo un "romanzo di racconti") e i protagonisti, come il “ras dei ring, dei dancing e delle sale da ballo”, prima di apparire direttamente sono presentati attraverso altri personaggi. Ma basta poco e si inizia a capire che le connessioni non sono solo di persone e luoghi: si intravede un legame più profondo in scelte di sopraffazione poi rimuginate con brandelli di rimorso ma schiacciate con forza sotto una più violenta autoaffermazione. Si deve apprendere «l’arte cupa e sinistra d’approfittare delle debolezze e dei vizi altrui». Esplodono descrizioni prolungate di gesti e movimenti, a volte nemmeno chiarissime a prima lettura, ma che creano l’attesa di un evento dirompente (e di solito questa tensione non si scarica in un singolo punto). In particolare è ricca la descrizione dei gesti del lavoro (il ciclista dilettante del primo racconto fa il benzinaio, il bello ricattatore e mezzo magnaccia è un barista...); come l'attenzione a suoni e odori.
In tutto il libro, molto è risolto attraverso la coscienza dei personaggi, con un diffuso monologare interiore, quasi flusso di coscienza; con le vicende accadute che riemergono poco per volta in analessi, nel ripensare, nel rimuginare spesso ansioso dei personaggi, inchiodati nelle trappole del desiderio. Più di una volta sono proprio le scene cruciali, gli eventi principali delle vicende che non vengono raccontati in presa diretta, ma attraverso il filtro del ricordare e del rivedere dei personaggi, attraverso un ritornare in mente, un rammemorare, rappresentato spesso con tratti di ansia e di ossessione. Frequenti sono le allusioni, le battute, gli insulti (“troia”, “fighetta”…) che ruotano intorno all’omosessualità; attrazione e odio tra maschi; frequente il guardare, sfiorare, nominare il corpo maschile, i muscoli, i movimenti, torna ad esempio il tic delle mutandine aggiustate, spostate (il presidente al ciclista: “sei il mio dio”; l’incontro tra Ivo e l’uomo che lo introduce nel mondo delle fotografie erotiche; Cornelio e Duilio tra ambiguità e odio). E un più o meno latente sadomasochismo. I genitori sono sempre chiamati «i vecchi», «la vecchia»; sembra che venga messa in scena una generazione così nuova che non riconosce comune umanità alla precedente, che appartiene a un mondo emotivo totalmente passato, inavvicinabile, senza alcun dialogo. Se Il dio di Roserio era un Gettone Einaudi, Il ponte della Ghisolfa lo pubblica invece Feltrinelli. E Giangiacomo Feltrinelli nel 1959 in una lettera a Pasternak gli chiedeva se sapesse leggere l’italiano perché: «vorrei tanto farvi conoscere l’opera di uno dei nostri giovani autori italiani», che era appunto Testori...
quando andavo alle elementari il ponte della ghisolfa era un confine tra la zona dove si poteva girare tranquilli, dove c'era la gente "perbene", e la periferia dove vivevano le famiglie di immigrati, i ragazzi violenti. tra la zona sicura e la zona pericolosa. e passare il sottopassaggio del ponte, quello che dalla san gaetano portava alla rinnovata, era ogni volta una sfida alla paura. si narravano storie incredibili di bambini picchiati e mandati in ospedale da coetanei che a dieci anni giravano in motorino. posti di blocco in quel piccolo tunnel pieno di scritte oscene e odore di piscio. la scuola era - ed è tuttora - un piccolo paradiso schiacciato tra il ponte e la ferrovia, con la piccola fattoria che sul retro dava direttamente sui binari. lì c'erano le ortaglie, dove negli anni sessanta e nei racconti di testori andavano a imboscarsi le coppiette. lì c'è il ponte, ora un'autostrada cittadina, allora un po' più stretto, prima ancora un semplice ponte, senza l'allungamento del cavalcavia. nel film di visconti si intravede, quella scuola strana. si vede la fontanella dei giardinetti delle "villette", avamposto di abitazioni residenziali in mezzo alle case popolari oltre il ponte. nei miei ricordi di bambino c'era la nebbia, e le foglie di platano per terra, l'odore di smog e il rumore delle macchine che correvano sul ponte, e spesso si schiantavano e noi lasciavamo il campetto per andare a vedere le macchine accartocciate. lì si incrociano queste storie, io le ho messe mentalmente oltre il ponte, tra monte ceneri e piazza prealpi. ho messo i pugili nella palestra dove andavo da ragazzino, dove anche io ho tirato qualche pugno. ho messo i ciclisti in via delfico, nell'officina piccola e artigianale da cui escono capolavori. ho messo le speranze, le disperazioni, i tradimenti, l'orgoglio sempre ferito ma mai perso di chi lotta con ogni mezzo e con poche speranze per avere qualcosa di meglio.
Storie di vita reale, che nella loro dimensione umana trovano applicazione in qualsiasi epoca e contesto, nonostante l'ambientazione milanese richiamata nel titolo. Mi ha colpito lo scavo psicologico dei personaggi, così semplici eppure così complessi, proprio come lo siamo noi e le persone che ci circondano. Nei libri contemporanei trovo che spesso questa dimensione si perda, a favore di un'analisi dei sentimenti e delle motivazioni troppo a misura di fiction.
Prima dei balordi di Bukowski, prima degli omosessuali di Tondelli e in contemporanea con i Ragazzi di vita di Pasolini, c’era Testori a parlare di loro, nel suo ciclo dei Segreti di Milano: degli emarginati delle estreme periferie milanesi, figli della prima immigrazione del dopoguerra (oggi diremmo “immigrati di seconda generazione”), rinchiusi nelle “coree”, cioè i palazzoni di quartieri a nord-ovest come Roserio, Vialba, Villapizzone (oggi a loro volta inghiottiti da periferie ancora più esterne e dimenticati, tranne l’ultimo tornato in auge grazie al rilancio della locale stazione del Passante). È la Milano dove tra qualche anno si muoveranno i protagonisti di Scerbanenco. Per questi emarginati ci sono due vie d’uscita dalla meschinità di una vita di sussistenza. Una è lo sport. Il dio di Roserio, romanzo breve che apre il volume e che, nel ’54, ne era stato la prima parte pubblicata (nel volume, del ’58, è stato rielaborato), è il più bel testo che abbia letto sul ciclismo: crudo, violento, profondo nella psicologia. Nel Ras invece è il pugilato: narrato senza illusioni, senza la pàtina di nobiltà del ciclismo, come uno sport a base di bassissima politica e incontri truccati da chi può farlo perchè ha già fatto qualche soldo più degli altri, e quindi può schiacciare sul nascere le ambizioni altrui. E dal tentativo di ribellione del protagonista Duilio nasce una crudele ritorsione verso la sorella Angelica, che origina altri racconti: sì, perchè una delle bellezze di questo volume è di essere corale, con i personaggi minori di un racconto che diventano protagonisti in un altro (alla lontana ricorda i Racconti dell’Ohio di Sherwood Anderson). L’altra via d’uscita è il sesso. Non porta lontano, ma in una società bigotta e sessuofoba, dove pestare un omosessuale è sempre cosa buona e giusta, si può arrotondare bene il proprio magro guadagno se si è disposti a rinunciare a un po’ di dignità e onore: la ricca e corrotta Milano centro sembra piena di pervertiti pronti a pagare caro per un po’ di compagnia, come scoprono il bel “Brianza”, la prostituta Wanda, e altri; chi ha fatto carriera così, come “la padrona” Wally, avrà poi bisogno a sua volta di farsi consolare da qualche giovane scalpitante.. Poi ci sarebbe l’amore, quello vero: che può avere come conseguenza il sesso, ma gratuito e spontaneo. Quasi tutto congiura contro la sua esisatenza; divergenze economiche, politiche, regionali, di età; ma quando funziona, è l’unica felicità, per quanto momentanea, che possa essere data all’uomo, come scopriranno i protagonisti più fortunati. Da notare che il cattolico Testori esclude ogni orizzonte metafisico in questa sua opera, ogni pensiero religioso, una chiesa o un sacerdote non compaiono nemmeno come elementi del paesaggio. È affascinante rivedere Milano un attimo prima che si manifesti il miracolo economico: con le auto ancora un lusso, la Milano-Laghi che partiva davvero da viale Certosa (esisteva la MI-To ma la prima pietra dell’Autostrada del Sole sarebbe stata posata solo due anni dopo, nel ’56, e non parliamo di tangenziali o metropolitane!), il rifornimento di benzina che richiedeva due operatori, in una delle varie stazioni di servizio nel piazzale dove si comprava il biglietto d’accesso.. Soprattutto ho trovato affascinante lo stile dell’autore, per nulla cinematografico, ma espresso per lo più in densi e tortuosi flussi di coscienza, ricordi e rimuginazioni dei personaggi, che definiscono con grande sensibilità via via i fatti già accaduti attraverso le conseguenze psicologiche e le riflessioni suscitate, anche da più punti di vista; a questo si alternano scene d’azione, o di dialogo, ma non relative ai fatti rilevanti. Rispetto a un classico di quegli anni come il Moravia della Romana, il periodare è complesso, il linguaggio più elaborato: poche differenze rispetto a oggi: il parabrezza era ancora parabrise, “macchina” oltre che automobile può essere la bicicletta, come in francese; “orgasmo” è un’angoscia; gli uomini portano “mutandine” (solo a volte “slip”), un “guidatore” è ancora “quello che guidava”. Dettaglio dei racconti Il dio di Roserio. Dramma dell’ambizione e del rimorso, grande romanzo di sport. Dante Pessina, il povero Consonni, Ezio Riguttini il nuovo gregario. Sotto la pergola. Conosciamo un gruppo di amici, in particolare l’amareggiato Renzo, detto il Ciulanda, che si sente brutto e accusa quelli che vantano di essere mantenuti dalle donne (come Ivo Ballabio detto “il Brianza”, nonchè “Bruno” per le relazioni casuali) di andare in realtà con uomini (gli aborriti ma a quanto pare ben presenti e ben paganti “culatoni”). Rivolge quell’accusa anche a tale Luciano e quindi questi e gli altri (il Camisasca, il meridionale Candela) lo menano, ma vengono per fortuna interrotti perchè rompono una lampadina e interviene la padrona del locale. Torna a casa, Lassi! Bizzarro titolo per narrare il mesto ritorno a casa di Renzo, dopo che gli amici, dopo aver risarcito i danni alla barista, se ne sono andati: prima cerca a lume di candela i bottoni strappati dai calzoni (li ricucirà più tardi, a casa), poi torna a casa sentendosi solo, afflitto e con un lavoro miserabile; si ferma a spiare Rino e Carla, due innamorati imboscati sul ciglio dell’autostrada (lui le fa una scenata di gelosia pensando che sia stata con il Pessina); infine ritorna a casa da genitori, fratello e sorelle. Il Brianza. Il nostro fustone, ben consapevole della sua attrattiva oltre che della abilità di ballerino e della Lambretta, lavora in un bar del centro. Viene coinvolto in un giro di ricchi viziosi che lo assoldano per inscenare scene erotiche di cui poi rivendere a caro prezzo le foto. Inizialmente ci sta (e pare che per denaro abbia già accettato anche incontri omosessuali), poi ci ripensa e ricatta il G.M. (l’organizzatore) perchè lo lasci andare con un bell’indennizzo. Ma sì, anche lei.. mentre è angosciato dal timore di aver troppo maltrattato e forse ucciso il G.M., il Ballabio viene agganciato da Wanda, prostituta innamoratasi di lui, che lo cercherà anche nel suo bar-biliardo di riferimento (ci sarebbe anche la cassiera della “Rosellina”.. se non è lo stesso bar in centro). Impara l’arte (del ricatto). La Wanda ha saputo conquistare il Ballabio: lo ospita, gli offre lesso con mostarda, e lo sfianca sessualmente fino a rendergli difficile lavorare lucidamente nel bar.. dove la padrona e il G.M., conniventi, lo convinceranno a tornare nel loro giro. Il ras (parte 1). Altro lungo racconto sportivo: qui è in scena il pugilato, altra speranza di riscatto sociale; anche se già Duilio, figlio di un ciclista arricchitosi, sembra in grado di impossessarsi anche di questo ascensore sociale.. e al tempo stesso sembra avere attenzioni più che cameratesche per il giovane protagonista, Cornelio Binda; di cui poi seduce la sorella Angelica, per punire una “disubbidienza” di lui verso il truccare una gara. La ha ridotta ad amante-schiava e ora che è incinta la lascia, al massimo pagherà per l’aborto; ma lei accetterà? Vieni, sposa / Il ras (parte 2). Due brevi episodi conclusivi: un intermezzo con una famiglia serena, dove il marito desidera tuttora la moglie nonostante i molti anni passati insieme e i molti figli avuti; e l’angoscia di Angelica dopo aver abortito. La padrona. La coscienza di ciò che si fa. Il Ballabio, licenziato dalla padrona, riflette e vede tutta la sua vita messa in dubbio, arrivando a capire che quello era l’amore vero; tornerà a pregarla di riprenderlo con sè, accettando di congedare Wanda davanti a Wally (ma lei non pensa di poterlo riprendere nel bar). Un addio. Cosa fai, Sinatra? Dei cinque fratelli e sorelle Rivolta seguiamo Attilio, il maschio più anziano dopo che il primogenito è andato in Belgio: per due anni ha fatto studiare musica e canto al beniamino Dario, detto “Sinatra” per la bella voce (nel varietà sarà Bob); ora questi esce con la sua ex fidanzata Gina ed è come se gli avesse fatto le corna: macchia sull’onore da lavare a ogni costo! (a dire il vero, a differenza del suo eponimo, il buon Sinatra non sembra molto interessato alle donne: se la promiscua Gina ha fiutato in lui il futuro uomo di successo, lui perchè se ne è lasciato invischiare?). Il Ponte della Ghisolfa. Scopriamo il triangolo tra Enrica, giovane settentrionale malmaritata al siracusano Michele, e il di lui fratello Raffaele (manca solo Gabriele!?): eppure i vecchi l’avevano avvertita: con quelli di giù non riusciamo a parlare, figurarsi viverci insieme! Fa’ come tua sorella, che ha sposato un mobiliere di Cantù! Rimpianti e rimorsi. La sessualità nei personaggi di Testori è sempre violenta e un po’ criminosa per gli uomini, sofferta e tormentata per le donne. Ma forse Enrica, ora che il suo Raffaele va a vivere da solo e potrà accoglierla tra quattro mura anzichè in un prato, potrà essere un po’ più serena (a psrte la preoccupazione perchè lui, ha scoperto, fa il contrabbandiere). Andiamo a Rescaldina. ..dove pare ci fosse una balera attraente. Rina, che forse abbiamo incontrato in un racconto precedente, è affascinata da Franco, che lavora in una fonderia? A Castellazzo (di Bollate, immagino). Un raggio di sole e d’amore giovanile e sereno. Lo scopo della vita. Amarissimo racconto, davvero neorealista, su un ragazzo di famiglia paolotta che deve rinunciare a sposare la ragazza che ama, donna moderna dell’UDI!, perchè invisa alla madre e alla sorella; sorella da non contrariare invece, perchè sta per sposare un uomo relativamente facoltoso, che permetterà al padre di realizzare il suo sogno: metter su una piccolissima azienda dove lavorerà tutta la famiglia.. peccato che poi il padre muoia presto e l’aziendina finisca il mano al cognato, con il protagonista tenuto all’oscuro dei patti sociali, ridotto a operaio dei congiounti che “dirigono” e basta: senza più né un’attività sua nè un amore (scoprirà anche che la madre gli vietava quella fidanzata non per le sbandierate questioni politico-religiose ma perchè rifiutata in gioventù dal padre di lei..).
“… nella vita quello che conta è arrivar primi: il resto son storie.”
Venti racconti ambientati a Milano negli anni Cinquanta, caratterizzati da ambizioni e povertà, ricatti e avidità, rivalità e invidie, furti e contrabbando, liti e truffe, piccole e grandi tragedie familiari. Il denaro sopra tutto, il miglioramento della propria condizione sociale e l’interesse alla base di ogni rapporto umano: per assistere allo spuntare di un po’ di sentimento occorre arrivare a più di un terzo del libro, quando entra in scena la Wanda di via Poslaghetto – «una che batte» nei pressi del ponte della Ghisolfa – che si innamora di un giovane cliente, il bello e insensibile Ivo Ballabio (“il Brianza”). Scenario principale è la zona nord-ovest della città: Ghisolfa, via Mac Mahon, Bovisa, Affori, Vialba, Roserio, Villapizzone; quartieri all’epoca ancora delimitati da confini costituiti da prati, orti, canali, cavalcavia e massicciate, oggi inghiottiti dall’espansione edilizia e ridotti – per gran parte degli abitanti – a toponimi astratti con la sola funzione di identificare stazioni ferroviarie o della metropolitana, capolinea o fermate delle linee di tram e autobus. Apre la raccolta “Il dio di Roserio”, un racconto lungo che qui appare in forma ridotta rispetto all’originale e più conforme – dal punto di vista dello stile – a quelli successivi. La vicenda del ciclista Dante Pessina è il modello che poi si ripete in molte delle storie seguenti: l’occasione allettante, poi i rovelli, i sensi di colpa e la ricerca delle giustificazioni, infine la decisione finale che spesso porta sulla via più facile. L’ultimo racconto è intitolato “Lo scopo della vita”, in cui una vicenda tanto comune quanto banale nella sua “normalità” finisce forse per essere la più cruda e amara.
Le storie cominciano e si concludono in modo indefinito. I personaggi, le cui personali vicende spesso si intrecciano in più racconti, sono osservati in un momento importante o ordinario attraverso una finestra sulla loro esistenza che può rimanere aperta per un solo minuto, un giorno o un mese. In un clima di occasioni in fermento, è soprattutto il contatto con le classi che hanno già iniziato la “scalata” verso il benessere e il successo a scatenare i conflitti interiori; le opportunità lavorative lecite e illecite spalancano le porte di un mondo solo immaginato, al cospetto del quale molti cominciano a vergognarsi dei loro minuscoli e affollati locali nelle case di ringhiera, dei modesti cortili o dei palazzoni popolari, dei loro paesi o delle campagne d’origine. Nessun racconto ha un finale romanzesco: protagonisti e comparse svaniscono tra le luci e le ombre di una città che non dorme più, persi, ciascuno a suo modo, a inseguire le proprie ossessioni. Come le vecchie case di via Poslaghetto, che stanno per essere demolite per far posto alle adiacenze e alle tonnellate di calcestruzzo della Torre Velasca, a soccombere in silenzio e a prendere la via dell’estinzione sono le persone più semplici, travolte dall’avanzata di una nuova classe sociale più aggressiva e priva di scrupoli. Mentre la Wanda restituisce addirittura all’amato Ivo i soldi ottenuti dal loro primo incontro (in realtà, modesta frazione di una somma ricavata dal “Brianza” grazie alle sue losche attività collaterali…), i caseggiati si stanno allungando in ogni direzione, la metropoli sta avanzando e trasformando i quartieri più esterni in anonime entità urbane né centro né periferia, colmando l’animo delle persone di sogni e miraggi.
“Il ponte della Ghisolfa” inaugura la serie “I segreti di Milano”; ambientati nel medesimo contesto seguiranno infatti “La Gilda del Mac Mahon” (altra raccolta di racconti), i testi teatrali “La Maria Brasca” e “L’Arialda”, e infine – unico romanzo – “Il fabbricone”. Alle storie della Ghisolfa si è ispirato Luchino Visconti per il film “Rocco e i suoi fratelli”. Tuttavia della fonte letteraria il film elabora semplicemente alcune situazioni (e il carattere di qualche personaggio) allo scopo di creare un soggetto e una trama nuovi e differenti, restando comunque fedele all’ambientazione e all’atmosfera del testo. Soltanto due o tre racconti denotano, in modo evidente, gli spunti che hanno originato alcune scene del film; ma il “mondo” della Ghisolfa, visto da Testori, non assume mai i toni drammatici e violenti che caratterizzano invece “Rocco e i suoi fratelli”.
… “Nemmeno mezz’ora dopo che s’eran lasciati sarebbe ridiscesa dal tram e di corsa sarebbe tornata a rivederlo, riabbracciarlo, ribaciarlo, riamarlo... Fino a quando? Fino a morirne, ecco: fino a morirne.” …
La tragedia umana L'idea dei racconti che formano un puzzle, che alla fine guardi da lontano per cogliere l'insieme, mi piace. Questo è un quasi romanzo, con voci che si intrecciano creando un coro dissonante e atroce. Personaggi di una bruttezza indicibile e di un'umanità sanguinolenta, vividi, ben ritratti. Situazioni di uno squallore assoluto, ma realistiche. Questo libro è quanto di più vicino al neorealismo cinematografico abbia mai letto, quanto di più vicino a certi racconti dei nonni, origliati e compresi anni dopo. A tratti ridondante nell'indugiare sulle riflessioni dei personaggi, lo stile privo di ogni eleganza: nè liscio come marmo né austero come un acciottolato medievale; si inciampa sull'asfalto rotto. Il romanzo è aspro, spietato e, come dire, integralista. O forse integrale (coraggioso?). L'ultimo capitolo mi ha messo una rabbia addosso che quasi mi vien voglia di spaccar bottiglie contro un capannone, tra sterpi e ferraglia ferrigna.
Crudo, a tratti disperato. Non avevo raccolto informazioni prima della lettura (ok, so dove si trova il ponte della Ghisolfa ma, da non milanese, non riveste per me un significato particolare) e sono rimasta colpita dalla società, dai personaggi, dalla loro fame di vita e dai loro monologhi interiori, una sorta di stream of consciousness che fornisce un quadro ancora più forte della distanza che esiste tra il luogo in cui vivono e "Milano", non una città vera ma una sorta di luogo in cui si vorrebbe approdare, per dimostrare di avercela fatta e di non essere destinati a una vita da operai di periferia...
Si tratta di una raccolta di diciannove racconti. Ma mentre Raymond Carver, che io adoro, ambienta le sue storie in quella che i critici chiamano la “Carver Country”, Testori segue i suoi personaggi nella Milano degli anni Cinquanta. Infatti “Il ponte della Ghisolfa” viene pubblicato nel 1958.
Ma che cos’hanno da dire dei racconti pubblicati sessant’anni fa, da una penna che pare essere stata messa frettolosamente nel dimenticatoio?
I protagonisti di queste storie si muovono innanzitutto in una Milano che inizia a guardare con appetito, l’appetito della speculazione edilizia e non solo, alle periferie. E proprio nella periferia di Milano essi vivono, con un solo scopo. Che siano uomini o donne, hanno un sogno, e desiderano sfruttare i pochi mezzi che hanno a disposizione per realizzarlo.
I mezzi possono essere il ciclismo, il pugilato, l’essere donna. Il sogno: lasciarsi alle spalle il grigiore della vita da operai, le piccole abitazioni coi ballatoi dove si vive e si dorme tutti assieme, per avere finalmente un’altra vita. Di denaro, di benessere.
La Milano degli anni Cinquanta infatti è in piena corsa: sta arrivando il boom economico e tutti sono travolti dalla frenesia per l’imminente benessere che sta per piovere su tutti, democraticamente e senza distinzioni.
Be’, no.
I personaggi di Testori hanno fame. La guerra che c’è stata, e che in tante parti del Paese mostra ancora le macerie, sembra aver sbriciolato ogni timidezza o remora. In ciascuno di essi c’è una febbre, una frenesia animalesca. Perché il treno della fortuna sta passando, e se non si coglie l’attimo, esiste il rischio, anzi la certezza, di restare nella condizione di poveracci per il resto della vita.
È un benessere che pare davvero un sogno, ma un sogno feroce, quello inseguito dai protagonisti di questi racconti. Chi desidera abbandonare la Lambretta per una moto Guzzi; chi lasciarsi alle spalle la piccola squadra per approdare alla prestigiosa Bianchi, che partecipa al Giro d’Italia (e qui parliamo di ciclismo).
Sono spregiudicati? Cattivi? Senza regole né morale, i personaggi raffigurati da Testori? Per rispondere a questa domanda occorre forse ricordare quello che lui scrisse al grande pittore siciliano Renato Guttuso. Testori affermava che non bisogna arrivare alla realtà, ma partire dalla realtà. Ecco il punto.
Testori osserva, e poi scrive. Ne esce una Milano degli anni Cinquanta ben lontana dai rassicuranti telegiornali dell’epoca, in bianco e nero, dove si mostravano le famiglie che iniziavano a riempire gioiosamente le loro piccole abitazioni di prodotti, cose, oggetti. E ci riuscivano grazie al lavoro, onesto ovviamente!
Questi personaggi sanno che il lavoro onesto garantisce solo un’onesta mediocrità. Ci vuole il colpo di fortuna, occorre essere spregiudicati. Abbandonare per esempio il paesello senza badare a quello che dicono i genitori perché ci si mette con un uomo sposato, che poi andrà con un’altra donna più giovane.
Questa popolazione delle periferie invece vive nelle officine, puzza di benzina, si ammazza di fatica, e di botte, sul ring o sui pedali della bicicletta. Sa cosa non vuole (continuare a vivere in quella maniera), e sa che cosa vuole. Ma abbandonare una condizione, inseguirne un’altra, significa mostrare a se stessi, in primo luogo, di avere volontà e determinazione per seppellire vecchi valori e idee che non hanno spazio nel nuovo mondo dorato del Dopoguerra.
You may have read that Luchino Visconti's "Rocco e i Suoi Fratelli" is based on this book, but Rocco's story does not in fact figure in Il Ponte Della Ghisolfa -- Visconti created a tale and characters of his own, inspired by the mid-century working-class milieu described in the book.
The book is a collection of stories, some closely and others loosely connected. I found the opening one excessively repetitive and dull, but I'm glad I didn't give up. The best stories are those involving Ivo and Cornelio.
The book is interesting as (fictional) social history. Many of the stories are directly or indirectly about sex, though it's never called that: the characters always speak of it in the vocabulary of 'love'. This is fascinating in itself -- it's not that the characters choose to speak euphemistically; they actually genuinely appear to conceive of sexual desire and affairs in terms of love. Homosexuality pops up here and there in a few of the stories (not terribly explicitly).
The editing is poor: some (very long) sentences are poorly constructed, nouns and adjectives/past participles don't always agree and the punctuation is occasionally off, with quotation marks being used with free indirect speech.
La Milano anni '50 narrata da Testori è abitata da chi lavorando in officina coltiva altre passioni come il ciclismo e la boxe, da ragazze che sognano il principe azzurro lavorando in fabbrica, da chi arrotonda con servizi fotografici di dubbia morale (per l'epoca) o semplicemente facendosi mantenere dalla Signora di turno. La Milano della zona Mac Mahon e Ghisolfa popolare si snoda lungo 19 racconti dove i protagonisti incrociano le loro esistenze e esperienze narrandole dai loro punti di vista.
Un ritratto intenso e autentico della Milano popolare di fine anni ’50, resa viva dal dialetto e dall’attenzione ai quartieri, alle voci e ai gesti quotidiani. Non tutti i racconti hanno la stessa forza, ma la raccolta conquista per il suo respiro corale e per la capacità di intrecciare le vicende in una narrativa a staffetta. Il racconto delle biciclette è tra i più riusciti, simbolo di una città che pedala tra fatica, sogni e disillusioni. Testori sa catturare la ruvidità e l’umanità di un’epoca, regalando pagine che “vulan”.
Venti giorni per leggere un libro come questo mi sembrano un po' troppi. Sono partita con mille aspettative, era tanto che volevo leggerlo e forse proprio perchè mi aspettavo chissà che si è rivelato una mezza delusione. Ambientato nella Milano dei quartieri popolari del dopoguerra, racconta le disavventure di ragazzi che vogliono emanciparsi e usano tutti i mezzi per farlo, ma che si ritrovano alla fine al punto di partenza. L'ho trovato noioso e ripetitivo, troppo prolisso nel descrivere i pensieri dei personaggi, i loro timori e le loro remore. Mi aspettavo più dinamismo, più dialoghi, invece è a tratti troppo "filosofico". Per fortuna è episodico quindi la noia si interrompe spesso passando alle disavventure di un altro personaggio. Le figure che ho trovato più interessanti sono quelle femminili che pur occupando un ruolo di secondo piano nei racconti, paradossalmente sono determinanti nello sviluppo delle storie.
Non amo i racconti in generale. Ancor più non amo i racconti il cui finale non abbia uno scioglimento chiaro e questo libro in cui i racconti hanno un buon inizio ma un finale troppo vago mi lascia insoddisfatta. Troppo pochi gli indizi per tentare una "giusta" previsione di ciò che accadrà ai personaggi dopo la parola Fine. Peccato...perchè l'opera ha quell'ambientazione un poco equivoca di periferia e quell'amarognolo che sa di miseria che piace tanto a me.