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Sandro e Maura sono sposati da circa dieci anni, ma non possono certo definirsi due santi. Tradimenti, differenze sociali e incomprensioni di una storia nata già sbagliata mettono in crisi il loro matrimonio. Solo l’affetto per la figlia Eva è forte e profondo. Ma persino questo sentimento, l’unico per cui riuscire a trovare il modo di non fare della separazione un sanguinoso campo di battaglia diventa, invece, la miccia, il pretesto, il luogo dell’odio che totalizza e tutto spazza via. Una vicenda familiare feroce e appassionante, una guerra in nome dell’amore dove il verbo amare viene coniugato solo all’imperfetto del tempo sprecato e del futuro perduto.
Sylvia Kant, già autrice di due bestseller erotici, ha smesso per un attimo i panni della dark lady, e scritto un romanzo intenso, coraggioso, ma soprattutto autentico. Impossibile smettere di leggerlo o dimenticarlo, una volta girata l’ultima pagina.
Con il suo esordio narrativo, Prova ad amarmi, ha ottenuto un clamoroso successo facendo scandalizzare e impazzire i lettori. Un successo che continua con Prova ad amarmi ancora.
384 pages, Kindle Edition
Published August 7, 2018




“La osserva da lontano senza farsi vedere. Sta oltrepassando il recinto del residence tenendo il patrigno per mano, subito seguita da Maura col piccolo nel passeggino. E il suo cuore comincia a vacillare.
Eva è lì, davanti a lui, e serra le dita dell’uomo che la cresce e l’accudisce, così come quando, appena nata, stringeva le sue. Sua figlia si lascia guidare dalla mano dell’uomo che Maura ha fatto diventare, a tutti gli effetti, suo padre. Quello che le insegnerà a nuotare o ad andare in bicicletta, così come lui l’ha aiutata a muovere i primi, timidi passi…
…Quella è sua figlia Eva, il frugoletto così tanto desiderato, il corpicino caldo e profumato di borotalco che stringeva ogni giorno tra le braccia, che cullava fino al sonno, a cui cambiava i pannolini, scaldava il biberon, faceva fare il ruttino… Quello il sorriso che gli rivolgeva quando tornava a casa, quella l’espressione adorante con cui lo accoglieva… La stessa che ora rivolge a un altro, mentre lui, quasi fosse un appestato, non può neppure salutarla. Perché sua madre non vuole… Perché Eva non vuole.”
Un figlio nelle mani d’una madre squilibrata può diventare un’arma micidiale.
Troppo tempo a disposizione per rimuginare sul passato, addolorarsi per il presente e preoccuparsi per il futuro.
« Allora sei proprio ottusa! Vuoi capire che non me la passano al telefono? Vuoi capire che ogni volta che me la negano comincio a pensare di rapirla e ammazzare chiunque osi fermarmi? Lo capisci che tutte le volte che Eva non vuole parlarmi, invece, mi ammazzerei io? Lo capisci che tutta questa storia mi sta facendo diventare pazzo furioso? Lo capisci o no? »
«Papà non viene?», chiede Eva scoccando un'occhiata a Sandro.
«No», risponde Maura asciutta.
«E perchè?», domanda la bimba.
«Perchè no.», e le porte a soffietto dell'autobus si richiudono alle loro spalle.
« Più d’uno di questi ragazzi mi ha raccontato che la vera violenza non era uscire di casa scortato dai carabinieri e lasciarsi le grida della madre alle spalle… No. La vera violenza avveniva in casa, al ritorno: botte, pressioni psicologiche d’ogni tipo, ricatti. Uno dei padri mi ha raccontato che il figlio, alla fine, lo ha pregato di non andare più a prenderlo, altrimenti la mamma gli avrebbe impedito di frequentare i propri compagni di scuola, andare alle feste o giocare a pallone. Capisci cosa intendo?».
«Quanto sarà manipolatrice e bugiarda questa donna», mormora Sabrina. «Non invidio proprio tua figlia, che dovrà rapportarsi tutta la vita con un essere del genere».
Sandro china lo sguardo, rabbuiandosi. «E la colpa è solo mia che l’ho messa al mondo con quel mostro».
«Non sai se hai impegni?»
«No».
«Allora segnati queste due date e poi mi fai sapere qualcosa».
«Dimmi», gli dice con lo stesso, identico tono della madre.
«Per la risposta mi chiami dalle tre in poi. Aspetta che ti do il numero di casa…».
«Mm».
«Ripetilo un po’…», e la figlia ripete con tono da sfottò.
«Va bene… ciao, a presto…».
«Ciao…».
Ma Eva non messaggia e non richiama.
Non chiama mai.
Troppo tempo a disposizione per rimuginare sul passato, addolorarsi per il presente e preoccuparsi per il futuro.
« Allora sei proprio ottusa! Vuoi capire che non me la passano al telefono? Vuoi capire che ogni volta che me la negano comincio a pensare di rapirla e ammazzare chiunque osi fermarmi? Lo capisci che tutte le volte che Eva non vuole parlarmi, invece, mi ammazzerei io? Lo capisci che tutta questa storia mi sta facendo diventare pazzo furioso? Lo capisci o no? »
«Papà non viene?», chiede Eva scoccando un'occhiata a Sandro.
«No», risponde Maura asciutta.
«E perchè?», domanda la bimba.
«Perchè no.», e le porte a soffietto dell'autobus si richiudono alle loro spalle.
« Più d’uno di questi ragazzi mi ha raccontato che la vera violenza non era uscire di casa scortato dai carabinieri e lasciarsi le grida della madre alle spalle… No. La vera violenza avveniva in casa, al ritorno: botte, pressioni psicologiche d’ogni tipo, ricatti. Uno dei padri mi ha raccontato che il figlio, alla fine, lo ha pregato di non andare più a prenderlo, altrimenti la mamma gli avrebbe impedito di frequentare i propri compagni di scuola, andare alle feste o giocare a pallone. Capisci cosa intendo?».
«Quanto sarà manipolatrice e bugiarda questa donna», mormora Sabrina. «Non invidio proprio tua figlia, che dovrà rapportarsi tutta la vita con un essere del genere».
Sandro china lo sguardo, rabbuiandosi. «E la colpa è solo mia che l’ho messa al mondo con quel mostro».
«Non sai se hai impegni?»
«No».
«Allora segnati queste due date e poi mi fai sapere qualcosa».
«Dimmi», gli dice con lo stesso, identico tono della madre.
«Per la risposta mi chiami dalle tre in poi. Aspetta che ti do il numero di casa…».
«Mm».
«Ripetilo un po’…», e la figlia ripete con tono da sfottò.
«Va bene… ciao, a presto…».
«Ciao…».
Ma Eva non messaggia e non richiama.
Non chiama mai.
