Un reportage sulle donne che raccolgono e confezionano il cibo che arriva sulle nostre tavole. Il racconto si snoda in tre paesi affacciati sul mare Mediterraneo, Italia, Spagna e Marocco, tra i maggiori esportatori di ortaggi e frutta in Europa e nel mondo. Qui, le braccianti, non solo sono pagate meno degli uomini e costrette a turni estenuanti, ma vengono molestate sessualmente, ricattate, subiscono violenze verbali, fisiche e stupri. Nelle pagine, le vite delle molte lavoratrici che i media ignorano: la sopravvivenza quotidiana, la resistenza alla violenza, il coraggio delle denunce che, malgrado gli sforzi, cadono nel vuoto. Il libro è il risultato di un lavoro di inchiesta e documentazione durato più di due anni, con oltre centotrenta interviste a lavoratrici, sindacalisti e associazioni.
Che storie orribili, pur raccontare con enorme rispetto e puntualità. La schiavitù è stata abolita solo per chi ha avuto il lusso di nascere nella famiglia giusta, e di questo sistema siamo purtroppo complici tuttə, ad ogni spesa.
Il libro-inchiesta di Stefania Prandi, scritto con passione civile, affronta un tema sul quale si sta creando una nuova consapevolezza, ma che non è mai sufficiente nel mondo dei media. Le pianure intensive dell'Italia meridionale, della Spagna e del Marocco sono da tempo caratterizzate da uno sfruttamento senza pari del lavoro bracciantile, garantito da illegalità e violenza. L'inchiesta di Stefania Prandi evidenzia come questo sistema sia mantenuto grazie a connivenze diffuse, dove solo alcuni sindacalisti più coraggiosi riescono a portare una voce diversa. Pochissime donne riescono a ribellarsi, ma la denuncia quasi mai paga, la sola via d'uscita è la fuga e quindi la perdita del lavoro, sia pure precario. Possiamo fare qualcosa? Certamente vanno dedicate più ricerche su questi temi, vanno denunciate le condizioni in cui vivono e lavorano le persone, vanno proposte misure più serie di politica attiva contro lo sfruttamento. Ad esempio, evitare di dare i contributi PAC e sviluppo rurale alle aziende che non seguono certe pratiche di agricoltura socialmente sostenibile.
Ho apprezzato molto come Stefani Prandi sia riuscita a unire l'esposizione chiara e precisa dei fatti, con dati riportati e fonti, a una narrazione più intima e strettamente legata al vissuto delle donne intervistate. In questo modo dà ancora più forza a ciò che viene raccontato perché permette di creare anche un "legame emotivo" con le persone di cui racconta la storia. In questo modo quando si parla di sfruttamento lavorativo e molestie non si parla (solo) di numeri e dati ma anche delle singole soggettività che si scontrano con questo vissuto. L'ho trovato molto istruttivo e divulgativo, senza perdere nulla in termini di umanità ma senza cadere nel pietismo e nel paternalismo.
Un libro da leggere, un testo pioniere e fondamentale per conoscere come viene prodotta la frutta e la verdura che arriva sulle nostre tavole. Un reportage che si legge tutto d'un fiato. Consigliato.
L’era della schiavitù è davvero finita? La condizione dell’individuo considerato proprietà di un altro sembra appartenere al passato, eppure ancora oggi esistono forme di sfruttamento e discriminazione che ci ricordano quanto la libertà sia fragile. Oro Rosso ci mostra con crudezza la realtà delle lavoratrici nei campi agricoli, costrette a subire violenze, ricatti e discriminazioni di genere. E noi, che possiamo mangiare ogni giorno e lavarci senza difficoltà, ci chiediamo mai quale prezzo umano si nasconda dietro il cibo che consumiamo? Spesso guardiamo solo a noi stessi, dimenticando che il mondo è molto più grande. Con parole e gesti violenti feriamo gli altri, ma ci mettiamo mai dall’altra parte della barricata? Oppure pensiamo che vada sempre tutto bene e che noi non sbagliamo mai? Un giorno moriremo tutti: vogliamo essere solo di passaggio o lasciare un’impronta positiva? Leggere questo libro provoca disgusto e indignazione verso l’umanità: stupriamo, manipoliamo, sfruttiamo e troppo spesso non aiutiamo chi è in difficoltà. E perché? Per interesse personale, per sentirci meglio, per sfogarci. Ma è giusto far soffrire gli altri solo perché non stiamo bene con noi stessi?
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