due anni prima la critica li ha accolti con una sostanziale indifferenza, ma lei li intercetta e ne rimane affascinata. è il 1916, e quel capolavoro dei canti orfici non se li fila nessuno. sibilla aleramo invece ne viene rapita. scrive a dino campana e inizia con lui una fitta corrispondenza epistolare. così intensa che un giorno decide di andare a conoscerlo.
prende una corriera e si arrampica fino a marradi, paesino dell'appenino tosco-emiliano dove campana vive (e dove si è già guadagnato la fama di «matto», per la sua instabilità emotiva), iniziando con lui una storia d'amore furioso che durerà fino all'inizio del 1918. lei è donna disinibita, frequentatrice dei salotti letterari e proto-femminista: nel romanzo una donna ha raccontato, tra l'altro, dello stupro subito e del matrimonio riparatore, di una vita infelice e della decisione di farsi un baffo delle convenzioni. lui è una fiera in gabbia, timido e impulsivo insieme, sanguigno come la sua terra, geniale ma prigioniero di se stesso e della propria sofferenza. i due si amano e si tormentano. si picchiano, si lasciano, si cercano. lui, nei canti che l'hanno così colpita, ha scritto brani come
«riudivo il torrente ancora lontano: crosciava bagnando antiche città desolate, lunghe vie silenziose, deserte come dopo un saccheggio. un calore dorato nell'ombra della stanza presente, una chioma profusa, un corpo rantolante procubo nella notte mistica dell'antico animale umano. dormiva l'ancella dimentica nei suoi sogni oscuri: come un'icona bizantina, come un mito arabesco imbiancava in fondo il pallore incerto della tenda».
sibilla, per dire l'effetto che i suoi scritti le suscitano, gli manderà i celebri versi:
chiudo il tuo libro, snodo le mie trecce, o cuor selvaggio, musico cuore… con la tua vita intera sei nei miei canti come un addio a me. smarrivamo gli occhi negli stessi cieli, meravigliati e violenti con stesso ritmo andavamo, liberi singhiozzando, senza mai vederci, né mai saperci, con notturni occhi. or nei tuoi canti la tua vita intera è come un addio a me. cuor selvaggio, musico cuore, chiudo il tuo libro, le mie trecce snodo.
ancora dino, molto più tardi e più vicino alla fine (quella dell'amore e quella sua personale, di uomo sull'orlo del baratro che lo inghiotte definitivamente dietro i catenacci di un ospedale psichiatrico), le scriverà: «mia cara amica sono troppo stanco e troppo ammalato per cercar di comprendere. prendo il partito dei più deboli, il mio solito partito: parto. regalo a chi ne ha bisogno quel poco di poesia che può essere sorta in te dal nostro amore. non posso dirti altro dopo questo. mia cara sono realmente ammalato, non ho potuto sopportare l'attesa e le tue lettere. ricevo ora il telegramma. parto domattina per la casetta. là c'è il silenzio. io ti amo tanto e rimpiango la poesia solo perché essa saprebbe baciare il tuo corpo di psiche e il tuo viso roseo e nero colla bocca sfiorita di faunessa. perdonami se non voglio essere più poeta neppure per te. sai che neppure le acque e neppure il silenzio sanno più dirmi nulla — e senti la mia infinita desolazione. ti porto come il mio ricordo di gloria e di gioia. ricorda quando soffrirai colui che ti ama infinitamente, e porta per sé solo il tuo colore. l'ultimo bacio dal tuo dino che ti adora.»
prima e durante e dopo, questi canti che hanno davvero dell'ipnotizzante. che uniscono visioni oniriche e ricordi di viaggio, cucendo pensieri, incubi, sensazioni e considerazioni circoscritte al momento storico, in un diario intimo e comunque sopra le righe.
splendida la ristampa anastatica che cronopio ha pubblicato per l'orfico centenario.