Silvana, dattilografa, ha un problema: convincere il suo ex fidanzato Riccardo a lasciare l'appartamento in cui sono vissuti insieme per tre anni. Poiché non le riesce, chiede aiuto a un suo compagno di lavoro. L'uomo si inserisce nel conflitto di coppia prima per pura cortesia, poi con uno zelo crescente e sempre più interessato. Ma in una Roma disfatta dal caldo, le nevrosi galoppano e i ruoli diventano sempre più incerti. Il lavoro, i sentimenti, l'identità maschile, da punti fermi che parevano, si trasformano in interrogativi disposti tra il gioco e l'allucinazione. Allontanare definitivamente Riccardo dalla casa e dalla vita della donna che non lo ama più prenderà la forma di un'impresa cavalleresca alla rovescia, capace di mettere progressivamente a rischio tutte le conquiste dell'età adulta. "Eccesso di zelo" racconta con ironia piccole e meno piccole cattiverie quotidiane sullo sfondo di una Roma torrida e aggressiva, fondale per una crisi che investe ogni cosa: i posti di lavoro, i profili professionali, il domicilio fisso, l'immagine consueta di sé, persino l'ortografia dei nomi.
Domenico Starnone (Saviano, 1943) è uno scrittore, sceneggiatore e giornalista italiano.
Ha collaborato e collabora a numerosi giornali (l'Unità, Il manifesto per cui è stato redattore delle pagine culturali) e riviste di satira (Cuore, Tango, Boxer), con temi generalmente improntati alla sua attività di insegnante di liceo.
Ha scritto con costanza su Linus, negli anni '70-'80.
Ha lavorato anche come sceneggiatore; film come La scuola di Daniele Luchetti, Denti di Gabriele Salvatores e Auguri professore di Riccardo Milani sono ispirati a suoi libri.
Il suo libro maggiormente apprezzato, Via Gemito, ha vinto il Premio Strega nel 2001.
1995: a sinistra Daniele Luchetti con , Silvio Orlando, Fabrizio Bentivoglio, Anna Galiena, protagonisti del film “La scuola” tratto dai romanzi di Starnone “Ex cattedra” e “Sottobanco”.
Silvana e l’io narrante sono colleghi, fanno i dimafonisti – volendo essere più terra terra, sono due dattilografi che sbobinano registrazioni: Un giorno di luglio, mentre battevo certe pagine che mi sembravano belle, accadde qualcosa di sorprendente. Avvertii come uno schiocco di dita e qualcuno gridò dalla strada: Silvana. Lei si alzò di scatto per andare alla finestra, che di comune accordo restava chiusa contro l’afa. Io quel giorno stavo peggio del solito: la schiena a pezzi, immusonito, i riflessi assopiti. Seguitai a battere per qualche secondo, distrattamente abbandonato alle parole: non al senso – che non avevo mai il tempo di comprendere a pieno – ma a una sorta di sovrasenso che mi immaginavo le parole avessero, specie quando finivano l’una accanto all’altra con un effetto di gradevolezza che faceva passare il tempo più velocemente. Stavo copiano: “Andare in alba e in trina” e ignoravo cosa significasse ma mi piaceva. Senonché per un attimo – l’attimo necessario alle parole per lasciare l’abitacolo del foglio, arrivare alle mie dita, apparire sul video in lettere verdi – la figura femminile che se ne andava a quel modo sulla carta calzò il copro di Silvana in movimento verso la finestra.
1997: il film “Auguri professore” diretto da Riccardo Milani, scritto da Mimmo Starnone, lo stesso Milani, Rulli&Petraglia. Protagonisti l’immancabile Silvio Orlando, all’epoca onnipresente come il prezzemolo, Claudia Pandolfi, prima dell’eccessiva deriva televisiva.
Il narratore non potrebbe star meglio di così: nel senso che non potrebbe stare peggio di così. Ha quarant’anni, un lavoro stimolante sotto il minimo raccomandabile, è un fuori sede, vive ‘appoggiato’ da un collega, che non definirei amico, l’azienda sta ristrutturando, c’è odore di licenziamenti, è stato lasciato da Angela dopo dieci anni di relazione, il futuro è certamente incerto, mentre il presente è certamente mesto.
1998: dal romanzo “I piccoli maestri” di Luigi Meneghello, il film omonimo di Daniele Luchetti, sceneggiato da Starnone con Rulli&Petragli e lo stesso Luchetti. Stefanno Accorsi, Giorgio Pasotti, Stefania Montorsi.
Neppure Silvana può stare meglio di così: il lavoro è lo stesso, lo condividono così come la stanza, l’arredo e la finestra (chiusa a fermare l’afa di una Roma estiva e torrida leggermente in anticipo sul global warming). Condividono per così dire anche la situazione sentimentale: Silvana vuole che il suo fidanzato e convivente sloggi, lasci l’appartamento e vada altrove. Perché la loro storia è finita. Non sa come fare e decide di chiedere aiuto al narratore, col quale, se solo questo breve romanzo fosse stato scritto 20/30 anni prima si parlerebbe usando la terza persona singolare, non la seconda, perché il livello di confidenza è poco, quello di conoscenza perfino più basso.
1998: “Del perduto amore”, regia di Michele Placido, sceneggiatura di Starnone con Placido. Cast molto ricco, qui la protagonista Giovanna Mezzogiorno.
L’io narrante scambia questa richiesta per la possibilità del suo piano B: la svolta nella vita, la seconda possibilità.
Se non che, questa novella è una macchina ironica di disperata inconcludenza, come la definirebbe lo stesso Starnone. Se non che abbiamo a che fare con individui sostanzialmente inetti, inconcludenti, pasticcioni, inadeguati, propensi alla malinconia e alla sofferenza (sfiorando il mal di vivere - ma gli manca coraggio e determinazione per assecondarlo), frustrati, pronti per dichiarare fallimento. Se non che ci dobbiamo scontrare con dosi massicce di gelosia. E, date queste premesse, l’esito non può che essere una falsa resurrezione.
È uno Starnone pre Strega, che aveva comunque già raggiunto successo professionale con il cinema. La sua ironia tende spesso a scivolare nel grottesco, e lì mi perde. Ma rimane lettura gradevole, a cominciare dall’azzeccato e divertente titolo.
1999: “La guerra degli Antò” di Riccardo Milani, tratto dal romanzo di Silvia Ballestra “Il disastro degli Antò”, che firma la sceneggiatura insieme a Starnone, Milani e Petraglia.
Ah, il magico mondo degli adulti. Dopo aver letto questo romanzo sono anche piuttosto sicura del perchè cerco a tutti i costi di non farne parte e di rimanere una bambina in scadenza. E' verboso, complicato, compiaciuto, non sembra scritto per essere letto, sembra scritto per il piacere di scriverlo. Spero che Starnone, almeno lui, si sia divertito.
Zelo: dedizione assidua e tenace ad un compito. Contrariamente a come si approccia al suo lavoro non distaccandosi mai dal senso dei discorsi trascritti, il protagonista, dattilografo, perde completamente il fuoco per aiutare Silvana, la collega, a mandare via l’ex di casa. Mette tutto il suo impegno per perorare questa causa nonostante conosca la donna da un mese e senza un reale movente se non quello di disoccuparsi dei suoi problemi. È qua che l’eccesso di zelo del nostro protagonista si mostra in tutta la sua forma adolescenziale e grottesca: portare avanti un obiettivo solo per sentirsi eroe per un giorno; smaniare per una causa non interessandosene davvero, per impegnare la testa distogliendola da ciò che emotivamente lo attanaglia. Il solito Starnone, che ironicamente ci mette davanti uno specchio e ci fa parlare da soli.
Eccesso di Zelo è un romanzetto scritto magistralmente da Starnone,il quale con grande realismo,vivacità e un pizzico di ironia,ci regala sempre storie relative al mondo degli adulti e dell'essere adulti. Starnone delinea la figura di un antieroe,di un vero e proprio inetto che decide di aiutare la sua collega Silvana,dattilografa alle prese con un fidanzato repellente,pericoloso e infingardo. Ma perchè tale antieroe decide di aiutare la propria amica/collega? Ho cercato di dare due risposte a questa domanda. Innanzitutto, il protagonista cerca in tutti i modi di distrarsi,sia dalla precedente relazione decennale con Angela,della quale è ancora innamorato e ossessionato; sia dal peso di non avere più una casa e di vivere come ospite scomodo da un amico,che dal lavoro precario di dattilografo. In secondo luogo, mostrandosi zelante nell'aiutare l'amica e collega,è come se si sentisse finalmente utile a qualcuno, tentando invano di diventare eroe anche solo per poco.